Il numero di novembre/dicembre della celebre rivista americana Foreign Affairs, apriva a due mesi dall’intervento russo in Siria al fianco di Assad, un importante dibattito sul cosiddetto “Medio Oriente post – americano” (The post – American Middle East). La tesi di fondo sostenuta da Foreign Affairs evidenziava come alla base del graduale disimpegno statunitense dal Medio Oriente così come al limitato coinvolgimento nello lotta all’ISIS non rappresentasse una vera e propria anomalia della politica estera americana ma un ritorno ad una tradizione interrotta con gli eventi dell’11 settembre. L’utilizzo di limitate forze militari contro l’ISIS abbinato ad una strategia di coinvolgimento di attori locali stava a testimoniare una scelta nuova rispetto a quanto accaduto con gli interventi in Afghanistan e in Iraq. Secondo questa tesi l’azione americana in SIRAQ andava ad incanalarsi nel solco della tradizione e, al contrario, i massicci e costosi interventi in Afghanistan e Iraq rappresentavano una parentesi, se non un vera e propria rottura della politica estera statunitense. Attraverso questa chiave di lettura è in parte comprensibile l’evoluzione dello scenario siriano e la strategia di contrasto allo Stato Islamico.
Non vi è dubbio infatti che l’attuale cessate il fuoco in vigore da qualche settimana in Siria, così come le aperture del Presidente Assad siano una logica conseguenza di una complessa e articolata costruzione diplomatica tra Stati Uniti e Russia, ai quali si stanno affiancando tutti gli attori regionali coinvolti nel conflitto siriano a cominciare da Arabia Saudita, Giordania, Turchia e Iran. Per questo motivo, pur nella sua drammaticità, il conflitto siriano si sta configurando sempre più come un nuovo paradigma nella riscrittura dei rapporti di forza all’interno della regione. Se si comprende quindi il ritorno della politica americana ad un maggiore coinvolgimento dei partner locali sia nella costruzione e salvaguardia delle tradizionali alleanze sia per quanto riguarda le operazioni di contrasto dell’ISIS si riesce a capire la portata e il ruolo dell’azione militare e diplomatica svolta da Putin all’interno del conflitto siriano. La fitta rete di contatti telefonici e incontri bilaterali costruita da Putin con il re saudita Salman e il presidente turco Erdogan, sostenitori dei maggiori gruppi ribelli anti – Assad, offre una delle più cristalline chiavi di lettura di come la Russia sia stata in grado in pochi mesi di stravolgere gli equilibri del conflitto siriano e al tempo stesso evitare di precludersi spazi di manovra fondamentali per favorire la strada dei negoziati.
La capacità di riuscire contemporaneamente ad operare al fianco dell’asse sciita rappresentato da Tehran, Assad e gli Hezbollah abbinata al dialogo con Ankara, Riad ed Amman, ha evitato in parte alla Russia di inimicarsi le principali potenze sunnite della regione. Le stesse garanzie offerte da Putin in persona al Presidente Netanyahu relativamente al mancato trasferimento da parte russa di tecnologia ed armi agli Hezbollah confermano come l’architettura della politica estera russa abbia una prospettiva capace di guardare bel oltre la sopravvivenza del regime di Assad. È probabilmente ancora presto per parlare di una pax – russa in Siria, così come servirà tempo per capire con quali modalità sarà possibile raggiungere una soluzione politica sul futuro assetto della Siria, ma nel frattempo è possibile fare un primo bilancio. Non sfugge infatti che la possibile intesa tra Russia e Stati Uniti e i partner regionali, coinvolti più o meno indirettamente nel conflitto siriano, potrebbe essere il punto di partenza per la ridefinizione di quei confini tracciati dagli accordi di Sykes – Pikot nel 1916 e cancellati dall’ISIS nell’estate del 2014.
Gli accadimenti di questi ultimi giorni, con la proclamazione della regione autonoma dei curdi siriani, sono il segno più tangibile della decomposizione della Siria. La stessa possibilità dell’uscita di scena di Assad e il futuro assetto delle forze armate del regime sono elementi che faranno comprendere fino a che punto le convergenze tra Russia e Iran potranno produrre equilibri duraturi nell’area. Non è infatti sfuggita in questi mesi una divergenza tra russi e iraniani sul futuro delle milizie sciite attive in Siria, con i primi intenzionati a chiederne il ritiro e favorire la ricostituzione e rafforzamento dell’Esercito Siriano e i secondi inizialmente propensi a mantenere in Siria le varie milizie sciite provenienti da Libano, Iraq, Yemen e Afghanistan. Non è escluso tuttavia che il ritiro del contingente russo annunciato recentemente da Putin possa determinare il progressivo ritiro dei miliziani iraniani così come quello degli Hezbollah. Un segnale, dalla profonda valenza strategica visto il ruolo svolto dei miliziani libanesi al fianco di Assad e che potrebbe andare a costituire la precondizione per una transizione politica dai contorni ancora poco chiari e dall’esito incerto. Non sfugge infatti come in questi anni, importanti settori della società siriana, così come i siriani all’estero, si siano trovati schiacciati tra il regime e l’ISIS. Uno schema, quest’ultimo, che ha silenziato a lungo la voce degli attivisti che sono tornati a manifestare nuovamente nelle piazze, con l’entrata in vigore del cessate il fuoco e che sono pronti a fare la loro parte nel futuro assetto della Siria, che con molta probabilità sembra esser diventata il perno della pax – russa in un Medio Oriente post – americano.
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