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I segnali che Marine Le Pen fa paura a molti sono evidenti e tangibili a tutti. La lista degli oppositori non è fatta solo dai competitori che le contenderanno l’Eliseo. La minaccia dell’innalzamento dello spread arrivato in queste settimane è stato un segnale chiaro: il rialzo è cominciato il 10 novembre, in funzione di un possibile effetto domino scaturito dalla vittoria di Trump. L’ipotesi della Frexit, del resto, porrebbe con ogni probabilità la parola fine all’Ue per come l’abbiamo conosciuta sino ad oggi. Quando lo spread ha toccato quota 200, Mario Draghi si è affrettato a definire l’euro come “irrevocabile”, segnalando come un’uscita dall’euro necessiti prima del ripiano dei debiti contratti con la Banca Centrale. Un allarme teso a scongiurare qualunque velleità al riguardo. Che gli organi istituzionali dell’Ue, insomma, non vedessero di buon occhio un’affermazione della Le Pen, s’era capito anche da quando le è stata tolta l’immunità parlamentare a causa della pubblicazione su un social di una foto ritraente le atrocità commesse dall’Isis. La diatriba tra Marine Le Pen e l’Ue nella sua interezza era scontata, proseguirà sino alla fine della campagna elettorale e probabilmente riserverà ancora elementi di discussione. In Francia, però, le cose non vanno molto diversamente: ” i media hanno perso la fiducia del popolo, che legittimamente va su internet per informarsi!”, disse il leader del Front National, a Nantes, nella Francia occidentale il febbraio scorso, durante un comizio preceduto da scontri. Il clero mass mediatico della Francia progressista, in fin dei conti, ha avversato Marine Le Pen ben prima che il suo consenso toccasse punte così alte. “Perché se prima la classe intellettuale era un’autorità morale che dava voce ai senza voce, oggi è diventata un’iper-classe autoreferenziale barricata in tre grandi arrondissement (quartieri) della capitale. Lì dove ci sono le redazioni di Le Monde, Le Figaro, Libération, gli studi televisivi di TF1, o radiofonici di RTL, BFM, Europe 1. È un opinionismo di connivenza, mondano, incestuoso, dove mondo giornalistico, politico e dello spettacolo si mescolano per diventare becero showbiz comodo allo spirito del tempo. Il più delle volte premiato a Cannes o ai festival letterari un po’ bohémienne”, scrisse Sebastiano Caputo in questo suo articolo per IlGiornale.it. I giornali e le televisioni main stream, insomma, costituiscono la prima linea della resistenza al Front National, i primi teorici dei presunti effetti catastrofici che una vittoria della Le Pen porterebbe con sè. Come accadde con Trump, dunque, questa dialettica è divenuta scontro, creando una linea di demarcazione tra internet e la carta stampata. Marine, in fin dei conti, sopperisce a questo gap tramite i social network, esattamente come fece Trump. A sostegno del principale avversario della Le Pen, Macron, è arrivata anche la cavalleria intellettuale europea, l’ultimo in ordine di tempo che ha risposto presente all’appello è stato Jürgen Habermas, durante un dibattito costruito ad hoc per lanciare un messaggio sull’avvento di un rinnovato “New Deal” tra Francia e Germania. Ci sono le Femen, Gerard Araud, l’ambasciatore francese a Washington, Thierry Dana, l’ ambasciatore francese in Giappone, i centri sociali, gli ultrà antilepenisti, la sinistra radicale, quest’ultimi protagonisti di vere e proprie sassaiole contro i bus del Front National, infine, ed ovviamente, i partiti tradizionali guidati dai rispettivi leader candidati all’Eliseo, con i loro elettorati. Insomma, contro Marine Le Pen ci sono tutti, tranne i suoi elettori.

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