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Una mossa che sa di sorveglianza sociale ma per qualcuno rispecchia appieno il proverbio “prevenire è meglio che curare”: secondo un’indiscrezione del Wall Street JournalPechino sarebbe intenzionata a confiscare i passaporti ai suoi concittadini impegnati nella filiera delle terre rare. L’obiettivo consisterebbe nell’autorizzare ogni singolo viaggio per il lavoratori del settore minerario accertandosi, così, che non condividano conoscenze delicate e strategiche con Governi stranieri. La notizia ha suscitato un certo clamore se si guarda agli avvenimenti più recenti, ovvero il raggiungimento di un’intesa tra Usa e Cina che comprende le forniture di terre rare all’industria statunitense. L’accordo parrebbe un segnale di distensione nella guerra dei dazi, ma il Dragone sembra muoversi su un doppio binario – tra controllo interno e apertura alle economie esterne – che lo rende un giocatore enigmatico nella partita geopolitica e geostrategica che si sta disputando nel mondo.

Tecnologia sotto chiave: il giro di vite sui lavoratori cinesi

Il piano del Governo prevede la creazione di un database nazionale che contenga informazioni personali e relative alla formazione scolastica e accademica, alle competenze professionali e alla mansione svolta di ogni addetto.  A farsi carico di quest’onore saranno le aziende della filiera – sia che esse estraggano i minerali  o che li lavorino per i prodotti finali – mentre il personale potrebbe dover consegnare il passaporto alle autorità competenti per avere una mappatura degli spostamenti al di fuori della Muraglia. Il motivo di un programma di così stretto controllo su dei privati cittadini? La Cina detiene la leadership mondiale nella produzione di magneti, tanto che non è un azzardo parlare di monopolio de facto. I magneti derivanti dalle terre rare sono impiegati in comparti vitali per l’economia di Paesi occidentali, quali la difesa, l’elettronica, l’automotive e nella controversa green economy, rappresentando una miniera d’ora per le casse del complesso industriale cinese, oltre che un patrimonio da salvaguardare dagli appetiti della concorrenza straniera. D’altronde, già nel 2023 Pechino aveva eretto un cordone di sicurezza intorno alle sue preziose risorse per restringere i canali di accesso e mantenere il vantaggio competitivo.

Tra cooperazione e controllo: l’accordo con gli Stati Uniti  

Ed è qui che il gioco della Cina si fa più fine. Washington e Pechino hanno entrambe confermato la stipula di un accordo commerciale che dovrebbe porre fine all’escalation a colpi di dazi innescata da Donald Trump con i primi annunci tariffari risalenti ad aprile . Tra le principali novità si annoverano le esportazioni di minerali verso la patria del dollaro dopo che in primavera, nel pieno della guerra commerciale, i cinesi ne avevano imposto la sospensione minando il meccanismo delle catene di approvvigionamento con ripercussioni sulle aziende americane. 

Il ministero del Commercio di Pechino ha prontamente dichiarato che è già alle prese con l’iter di autorizzazione delle licenze per le spedizioni oltre confine. Tuttavia, come riportato da The Guardian, prima di accettare l’accordo, la Cina pare che abbia svolto un’attenta disamina degli acquirenti di terre rare volendosi accertare che non fossero destinate a fini militari. 

Il messaggio del Dragone, dunque, pare il seguente: si può negoziare con il mondo, ma alle mie condizioni. Il ritiro dei passaporti ai lavoratori e l’accordo commerciale con gli Stati Uniti non si escludono a vicenda, ma fanno parte di una stessa strategia: mantenere il primato nella lavorazione delle terre rare sia a casa propria che all’estero. Un equilibrio delicato che può essere retto solo se l’arte della diplomazia riesce a resistere a i venti di guerra che soffiano in tutto il pianeta.

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