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In Iran si torna a parlare dello Stretto di Hormuz e del Golfo Persico. Lo fanno i Guardiani della Rivoluzione, quello Stato all’interno dello Stato che per la Repubblica iraniana rappresenta un pilastro fondamentale della forma di Stato voluta dall’Ayatollah Khomeini.

Proprio per questo motivo e per la centralità del loro ruolo nel sistema politico, militare ed economico di Teheran, le parole dei vertici dei Pasdaran non vanno mai sottovalutate. Hanno un peso specifico molto importante, specialmente in una fase di assedio nei confronti dell’Iran da parte di Israele e degli Stati Uniti e proprio mentre le sanzioni ripristinate da Donald Trump stanno colpendo anche il loro apparato industriale e finanziario.

L’appena nominato comandante delle forze navali dei Guardiani della Rivoluzione, il contrammiraglio Ali Reza Tangsiri, ha dichiarato in queste ore che l’Iran ha il “pieno controllo” dello Stretto di Hormuz. Una frase che di per sé ricalca quanto detto e ripetuto in queste settimane, dopo che da più parti a Teheran si era parlato di chiudere l’accesso al Golfo Persico come risposta alle sanzioni Usa. Ma l’importanza delle dichiarazioni di Tangsiri è sopratutto nella parte in cui si rivolge agli Stati arabi. Frasi importanti e che aprono scenari inaspettati, soprattutto per la tradizionale dialettica dei Pasdaran.

“Abbiamo un messaggio per i nostri vicini musulmani: come abbiamo annunciato più volte vi tendiamo la mano e crediamo che il Golfo Persico sia la nostra casa. Possiamo garantire la sicurezza del Golfo Persico e per questo non è necessaria la presenza di Paesi stranieri come gli Stati Uniti la cui casa non è qui”, ha dichiarato Tangsiri durante una conferenza stampa nella città di Mashhad, nella parte nordorientale dell’Iran.

Frasi molto importanti poiché si rivolgono contro gli Stati Uniti ma non contro l’intero blocco con le monarchie del Golfo. Parole non molto distanti da quelle pronunciate dalla Guida suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, nel 2016 e riportate dalla stessa agenzia iraniana “La sicurezza del Golfo Persico si riferisce ai Paesi della regione che hanno interessi comuni e non agli Stati Uniti. Quindi, la sicurezza della regione del Golfo Persico dovrebbe essere fornita dai Paesi di questa stessa regione”, queste le parole del leader di Teheran.

Da un punto di vista strategico, le parole dei Pasdaran segnano un’apertura interessante a Paesi sostanzialmente nemici. Il Golfo Persico non divide solo geograficamente Iran e Penisola arabica ma divide soprattutto due blocchi: quello di Teheran e dei suoi alleati e quello del blocco composto da Arabia Saudita, Bahrein e Emirati Arabi Uniti, e che ha profondi legami con Israele e Stati Uniti. L’Iran, negli anni, ha costruito rapporti economici e politici in particolare con il Qatar (soprattutto per via della condivisone di South Pars) che sono costati a Doha il blocco da parte dei sauditi, e con l’Oman con cui condivide il controllo di Hormuz.

Ma a parte questi due Paesi, il resto si possono considerare avversari strategici dell’Iran. In primis l’Arabia Saudita, che ha intessuto un’intera strategia volta a minare la geopolitica degli Ayatollah e che è stata coinvolta prima in Siria, perdendo clamorosamente, e poi in Yemen contro le milizie Houthi. Ma anche l’Arabia Saudita è parte dei Paesi della regione. E quindi l’apertura dei Pasdaran riguarda, inevitabilmente, anche Casa Saud e Mohammed bin Salman.

Difficile credere che sauditi ed emirati cambino idee sull’Iran. Così come è molto difficile credere che Teheran cambi posizione sulla monarchia wahabita. Ma queste frasi fanno riflettere. La strategia iraniana sembra essere orientata verso un isolamento degli Stati Uniti e l’idea è che per quanto riguarda i conflitti regionali sia opportuno propendere per un approccio diverso. Del resto una guerra non interessa nessuno, specialmente a chi esporta petrolio attraverso il Golfo Persico. E il messaggio rivolto a Riad da parte delle forze navali dei Pasdaran è chiaro: convivere è meglio per tutti.

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