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I Pasdaran colpiscono in Siria. E lo fanno con sei missili balistici ad Al Ahwaziyah, nell’area di Abu Kamal, al confine con l’Iraq. Un attacco comunicato in grande stile dai Guardiani della Rivoluzione, che hanno annunciato che il sito colpito è stato “il quartier generale dei responsabili del crimine terroristico di Ahvaz.

“Un messaggio ai terroristi e alle potenze che li sostengono”

Un attacco importante per diverse ragioni, non solo strategiche e contro il terrorismo, ma anche politiche. Perché quello di oggi non è stato solo un bombardamento contro un sito terroristico, ma un messaggio molto chiaro diretto a tutte le potenze coinvolte nella guerra in Siria e, in generale, in lotta con l’Iran.

A renderlo evidente sono gli stati gli stessi Pasdaran. Mohammad Saleh Jokar, responsabile per gli affari giuridici e politici dei Guardiani, a detto al sito Noandish che “l’attacco missilistico di oggi in Siria è un messaggio” diretto “prima ai terroristi e poi alle potenze che li sostengono”. “Se la nostra sicurezza nazionale verrà minacciata, i responsabili verranno puniti”, ha spiegato Jokar. E ha accusato di nuovo gli Stati Uniti di aver finanziato e addestrato gruppi di terroristi in tutto il Medio Oriente.

Da queste parole, è chiaro che l’attacco di oggi non può essere ristretto al semplice strike contro una postazione nemica. Quella cui siamo di fronte è un segnale che l’Iran ha voluto lanciare dopo due operazioni che hanno colpito il cuore della forza militare di Teheran: il raid su Latakia in Siria e l’attentato terroristico contro la parata militare di Ahvaz. Due attacchi diversi, ma che hanno in comune lo stesso obiettivo. E che, incorniciati nella grande guerra che vede coinvolto l’Iran e le altre potenze mediorientali, lasciano trasparire se non una regia comune, sicuramente un nemico comune.

I messaggi politici sono rivolti a vari destinatari. E diversi sono anche i contenuti dei messaggi lanciati insieme a questi missili balistici.

L’avvertimento a Israele

Il primo è un avvertimento rivolto a Israele, che non vuole che l’Iran operi in Siria e che ha preteso da parte della Russia un impegno costante per spezzare l’asse con Teheran e fare in modo che gli iraniani si ritirino dal territorio siriano. I raid di Israele in Siria, più di duecento dall’inizio della guerra, hanno avuto sempre questo obiettivo. E la guerra, sia quella che ha coinvolto Baghdad sia quella che ha coinvolto Damasco, ha avuto come scopo principale quello di spezzare il collegamento politico e fisico fra la Repubblica islamica e il Mediterraneo orientale. 

Un avvertimento a Israele che arriva anche attraverso uno degli incubi dello Stato ebraico: la potenza missilistica iraniana in Medio Oriente. Non è un caso che questo strike sia arrivato anche dopo le parole di Benjamin Netanyahu al Palazzo di Vetro con cui ha accusato l’Iran non solo di avere una sorta di magazzino di armi nucleare nel cuore della capitale Teheran, ma anche di aver scoperto tre siti missilistici a Beirut, capitale del Libano.

Il premier israeliano ha mostrato quelle foto all’Assemblea generale delle nazioni Unite accusando le forze iraniane i aver costruito una sorta di base di lancio libanese, grazie soprattutto al sostegno di Hezbollah, nemico storico di Tel Aviv. 

Dopo questa mossa, arriva il bombardamento in Siria da parte di Pasdaran: primo raid compiuto dalle forze iraniane con missili balistici terra-terra- Ed è un segnale chiaro rivolto a chi ha nel programma missilistico degli Ayatollah uno dei suoi principali obiettivi.

Il messaggio a Arabia Saudita ed Emirati

L’attacco ha anche altri due destinatari: le monarchie del Golfo Persico, in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. I due Stati arabi sono stati accusati dall’Iran di essere i mandanti dell’attacco terroristico ad Ahvaz. Ma la sfida non riguarda esclusivamente l’attacco alla parata militare. Quella fra Teheran e le monarchie del Golfo è una lotta per la supremazia regionale, in cui Siria, Iraq e Yemen sono i tre campi di battaglia.

Le Guardie della Rivoluzione, pochi giorni prima dell’attacco di Abu Kamal, hanno detto espressamente ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti di rispettare le “linee rosse” di Teheran o di affrontare rappresaglie durissime. “Non attraversate le nostre linee rosse: se le passerete, sicuramente attraverseremo le vostre. Sapete la tempesta che può creare la nazione iraniana”. Queste le parole del generale di brigata Hossein Salami, vice capo delle Guardie, all’agenzia Fars. E rivolgendosi ai fedeli raccolti in preghiera, lo stesso vertice militare ha detto che non riusciranno a resistere alla vendetta iraniana.

Colpendo Al Ahwaziyah con i missili balistici, l’avvertimento ai Paesi del Golfo è complesso. Da una parte c’è il loro sostegno ai cosiddetti gruppi “takfiri” così come la capacità di colpire direttamente nel territorio delle monarchie. Ma il monito è anche riguardo a un altra crisi: quella dello Yemen. Qui i missili Houthi  hanno già colpito le navi saudite. E a Bab el-Mandeb, le forze sciite possono essere una spina nel fianco del traffico petrolifero arabo così come nello Stretto di Hormuz.

Un segnale per gli Stati Uniti

In queste ultime settimane, l’Iran è tornato pienamente al centro degli obiettivi americani, Il discorso di Donald Trump alle Nazioni Unite è stato un esempio perfetto: Teheran è un nemico dell’amministrazione statunitense. E in questi giorni, il governo Usa è tornato a discutere della presenza militare in Siria. Come scritto su questa testata, James Jeffrey, rappresentante del Dipartimento di Stato per il conflitto, ha dichiarato che le truppe statunitensi rimarranno in Siria fino a che saranno presenti forze iraniane.

La coincidenza di queste parole e dell’attacco è particolarmente interessante. Ed è chiaro che l’Iran abbia voluto lanciare un segnale anche a Washington.

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