La nascita e il consolidamento del governo Draghi nel corso delle ultime settimane hanno rappresentato il completamento di un processo politico-istituzionale complesso figlio degli equilibri tra istituzioni, forze politiche e dinamiche sociali, economiche e sanitarie connesse allo stato d’emergenza del Covid-19 e alla crisi sistemica del Paese. Il governo Draghi nasce come proiezione diretta di una scelta personale del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, della cui dottrina presidenziale (fondata sul rifiuto delle “crisi al buio” da un lato e sulla garanzia dell’adesione italiana al campo euro-atlantico dall’altro) è innervato; propone una versione aggiornata dello schema Ciampi, essendo un esecutivo guidato da una figura extra-partitica e composto sia da ministri tecnici che da esponenti di un’ampia gamma di forze politiche; si pone come obiettivo sfide cruciali come la campagna vaccinale e la scrittura del Recovery Fund italiano; infine, si trova in uno stato di eccezionalità connessa al profilo stesso del presidente del Consiglio, a lungo indicato come riserva della Repubblica e come esponente di punta della classe dirigente nazionale.

Draghi è stato definito da Lucio Caracciolo nell’ultimo numero di Limes come leader “sistemico”, dotato di una capacità d’influenza personale e di una rete di rapporti, formali e non, con strutture di potere nazionali e straniere tanto articolata quanto distante dalle prerogative che la carica di presidente del Consiglio concede e da quelle cui era abituato ai tempi della Banca centrale europea. Risulta indubbio sottolineare che la sua ascesa alla guida del governo in una fase tanto critica abbia imposto un’evoluzione alle dinamiche del potere nel nostro Paese, enfatizzato il peso di determinate componenti delle istituzioni, invitato a un ragionamento di prospettiva.

Ciononostante, e prescindendo dall’applicazione letterale dell’Articolo 92 della Costituzione imposta da Draghi durante la scelta dei ministri seguita alle consultazioni e ristretta a un bilaterale con Mattarella (“l Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”), Draghi scegliendo di scendere nell’agone ha dovuto giocoforza prestarsi ai condizionamenti e alle dinamiche che il sistema istituzionale italiano prevede e che non mancheranno di plasmarne l’azione.

Le direttrici su cui l’effetto Draghi potrà essere valutato nei prossimi mesi ed anni sono misurabili in diversi campi: le prospettive degli equilibri tra poteri componenti la “costituzione materiale” dello Stato e delle future nomine strategiche; il rapporto tra Palazzo Chigi e sistema partitico; i risultati che saranno dati in eredità dopo questa fase che, per la sua stessa eccezionalità, non può che imporsi come transitoria.

Il “partito di Draghi”

Draghi è figura apartitica ma iperpolitica. Non può non esserlo chi si è fatto le ossa da direttore generale del Tesoro prima di dirigere la Banca d’Italia e la Banca centrale europea. Ricoprendo cariche in cui la discrezionalità di scelte squisitamente politiche e il confronto con leader e poteri di vario tipo era esercizio quotidiano e necessario.

Poco prima di entrare nel team dei consulenti di Palazzo Chigi l’analista Alessandro Aresu ha sottolineato come ulteriore capacità politica di Draghi la meticolosità dimostrata nel nominare nelle strutture da lui dirette figure di assoluta fiducia e di comprovata competenza con cui è possibile condividere un idem sentire organizzativo e amministrativo.

I “draghiani” di lungo corso nelle istituzioni sono numerosi, rappresentando un partito dislocato in gagli strategici dello Stato e riattivatosi negli ultimi mesi: Daniele Franco, ex Ragioniere generale dello Stato e titolare del ministero dell’Economia, è stato promosso da Draghi quando era governatore al ruolo di capo della ricerca economica della Banca d’Italia, di cui ha ricoperto fino a poco tempo fa la carica di direttore generale; suo predecessore in quest’ultimo ruolo è stato Fabio Panetta, fedelissimo di Draghi scelto dall’attuale premier come membro del board Bce, e il successore designato dal nuovo esecutivo è Luigi Federico Signorini, in Via Nazionale dal 1982 ex assistente del premier all’Università di Firenze. In continuità con Draghi si pone anche Ignazio Visco, che dal 2011 lo ha sostituito alla guida di Palazzo Koch.

Tesoro e Banca d’Italia appaiono dunque le due burocrazie strategiche in passato guidate da Draghi su cui maggiormente si fa sentire il suo influsso. E su cui il governo intende fare leva per accelerare il completamento e il rodaggio della macchina del Recovery Fund e un controllo deciso sull’evoluzione della prossima stagione di nomine alle società partecipate, snodo classico di elevata importanza per tutti gli esecutivi.

Il nodo nomine

In questo contesto, nota Il Foglio, Draghi intende far leva sulla forza della sua autonomia: “La politica verrà coinvolta per quanto riguarda la scelta dei Cda” delle società chiamate al rinnovo dei vertici, “ma le nomine importanti verranno decise senza mediazione dal presidente del Consiglio” sentiti Franco (che guida l’azionista di riferimento, il Mef, delle partecipate), il sottosegretario Roberto Garofoli, il capo di gabinetto Antonio Funiciello e il team di consiglieri economici guidato dal professor Francesco Giavazzi. Fedelissimi che Draghi ha voluto inserire nella macchina dello Stato.

Il piatto è decisamente ricco. Il centro studi CoMar ricorda che verranno ad essere rinnovati 115 organi sociali, di cui 74 consigli d’amministrazione e 41 collegi sindacali, in 90 società del Ministero dell’Economia e delle Finanze, per 518 poltrone in tutto. 15 sono partecipate dirette dello Stato, una delle quali è la sempre più strategica Cassa Depositi e Prestiti, che è forte di oltre 36 miliardi di euro di  patrimonio e di attività per quasi 450 miliardi, mentre le altre società chiamate in causa (tra cui Ferrovie dello Stato, Gse – Gestore dei Servizi Energetici, Invimit, Rai, Sogei) esprimono fatturati per quasi 70 miliardi e impiegano 193mila dipendenti. Una leva strategica per lo Stato su cui Draghi vuole imprimere il suo marchio.

Particolarmente strategica è la questione Cdp, che dall’inizio della crisi pandemica si sta confermando un fondamentale apparato per veicolare la partecipazione dello Stato nell’economia italiana. Cdp sta strutturando Patrimonio destinato, il fondo da 44 miliardi di euro che ai sensi del Decreto Rilancio avrà in gestione per il sostegno e rilancio del sistema economico e produttivo destinato a gruppi italiani settore bancario, finanziario o assicurativo con fatturato superiore a 50 milioni di euro. Un vero e proprio fondo strategico per il rilancio dell’economia che Cdp punta a mettere a sostegno di politiche fiscali espansive e che il governo Draghi può usare come braccio operativo. Proprio per questo sembra che Draghi voglia affidare Cdp a un suo fedelissimo, il vicepresidente della Banca Europea degli Investimenti Dario Scannapieco, a fianco del premier ai tempi del Tesoro e che nel 1997 fu chiamato direttamente da Draghi per far parte del consiglio degli esteri mentre era ad Harvard.

Draghi e i partiti

In quest’ottica, Draghi potrà coordinare e, in un certo senso, comandare. Accentrando sulla cabina di regia di Palazzo Chigi molte prerogative esplicite ed implicite e tagliando molti nodi gordiani spesso legati al gioco istituzionale tra forze politiche. A dicembre scrivevamo che qualora Giuseppe Conte avesse lasciato il posto a Mario Draghi la politica italiana avrebbe in un certo senso commissariato se stessa, dando plateale dimostrazione dell’incapacità di molti partiti di produrre una classe dirigente all’altezza dei ruoli di governo in fasi emergenziali. Nella composizione del governo tecnico-politico, in ogni caso Draghi ha ben dosato il peso delle varie forze e non ha mai voluto, dall’inizio del suo governo, dare l’impressione di comportarsi come un “Re Sole”, cercando l’interlocuzione con ministri e segretari di partito. Anche l’opposizione incarnata da Fratelli d’Italia è stata tenuta in considerazione e ha potuto interloquire con esponenti di peso del governo come Vittorio Colao, Franco Gabrielli, Roberto Cingolani.

Le forze politiche si trovano ora, di fronte a Draghi, di fronte a una duplice necessità. Da un lato hanno esplicitamente scommesso sul successo dell’esecutivo di unità nazionale o, nel caso di Fratelli d’Italia, sulla possibilità di portare a casa risultati attraverso un’opposizione responsabile e anche nella diversità di visioni puntano a portare i loro temi all’attenzione del premier tenendolo, per ora, al riparto dalle non rare critiche e dai veti incrociati emersi finora. Dall’altro, sono consapevoli del fatto che Draghi si regge sui voti del Parlamento e che i risultati ottenuti dall’esecutivo saranno decisivi nello snodo dell’elezione presidenziale del 2022, cui plausibilmente Draghi punta per succedere a Mattarella e in vista della quale non può certamente (e non vuole) schiacciare i partiti o sconfessarli platealmente a ripetizione, per evitare che anche in caso di “vittoria” sulla pandemia e rilancio del Paese si sommino campagne ostili e franchi tiratori.

La politica italiana è conscia che dopo l’era Draghi si imporrà sempre con maggior forza il tema della formazione della classe dirigente interna ed esterna alle forze partitiche e una riflessione su come queste forze possano condizionare quando chiamate al potere l’assetto materiale dei poteri incardinato attorno a relazioni, formali e non, e a figure strategiche capaci di compattarsi in casi di crisi e necessità. La tenacia del partito di Draghi formato tra le mura del Mef e della Banca d’Italia e il suo consolidamento in atto negli apparati statali dimostrano che queste strutture, che sono in tutto e per tutto politiche, esistono come forze di condizionamento e timoni delle rotte dello Stato. Dal ruolo italiano nell’Ue ai rapporti tra Stati e partecipate, passando per la stesura di manovre economiche e regole di concorrenza, esse determinano di fatto la traiettoria del sistema Paese. In futuro saprà la politica dei partiti giocare un ruolo altrettanto saliente come fatto in passato? L’era Draghi deve stimolare riflessioni in tal senso.