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Politica

Parolin e Vance, un dialogo tra fede e politica sul mondo in guerra

Quella tra Stati Uniti e Vaticano è una delle relazioni più complesse della politica internazionale, un dialogo tra Dio e Cesare, con una potenza che si presenta come “A Nation under God” e l’entità statuale che coincide di fatto col...

Quella tra Stati Uniti e Vaticano è una delle relazioni più complesse della politica internazionale, un dialogo tra Dio e Cesare, con una potenza che si presenta come “A Nation under God” e l’entità statuale che coincide di fatto col vertice spirituale della Chiesa Cattolica che per sua natura guarda il mondo in chiave universale e ecumenica, e anche il confronto odierno tra JD Vance e il cardinale Pietro Parolin lo ha confermato.

Parolin-Vance e il negoziato Usa-Vaticano

Gli “imperi paralleli”, per citare la fortunata definizione data a Usa e Vaticano da Massimo Franco in un omonimo saggio, hanno dialogato in una fase critica per l’ordine globale, in un’epoca di destrutturazione delle relazioni internazionali in cui l’amministrazione di Donald Trump, di cui Vance è vice, e il papato di Francesco, che ha nel Segretario di Stato Parolin il regista diplomatico, si trovano immersi come importanti attori. I fili rossi dell’incontro e quelli dello scontro si sovrappongono nell’asse tra l’Oltretevere e la Casa Bianca, la cui relazioni sono inevitabili per quanto contrastate.

Vance all’arrivo in Vaticano, scortato dalle Guardie Svizzere

Vance arrivava a Roma da pellegrino di fede per la Pasqua: cattolico convertito in età adulta, non fa mistero del suo sostegno alla dottrina sociale della Chiesa ma si è anche trovato distante dalle posizioni ufficiali del Vaticano su molti temi, dalla questione dei migranti al nodo della pena di morte.

Al contrario di Mike Pompeo, che nel 2019 arrivò in Vaticano mirando a far strappare gli accordi tra Chiesa cattolica e Repubblica Popolare Cinese con una diplomazia aggressiva, Vance è giunto al Palazzo Apostolico per l’incontro con Parolin con un tono più di basso profilo, dialogante e cortese. Ne è uscito un confronto costruttivo: si è parlato dell’impegno di Usa e Vaticano negli scenari comuni, della pacificazione di Medio Oriente, Ucraina e altri teatri bellici, della lotta per la libertà religiosa, si è trovato un terreno comune di confronto anche grazie alla presenza al tavolo dello statunitense  monsignor Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali della Santa Sede.

Il Vaticano sta ancora prendendo le misure al Trump 2.0, e come tutte le altre amministrazioni anche quella attuale sta venendo letta dall’Oltretevere con la complessità che un rapporto tanto strutturato non può non portar con sé. I punti di distanza non mancano, ma resta l’impegno comune per mediare e trovare soluzioni in teatri politici critici.

La relazione inevitabile

Il Vaticano non è disposto a mettere il cappello alla visione “marziale” dei valori cristiani del mondo conservatore Usa, e spera in Vance per un sano pragmatismo, ma è aperto a ogni soluzione possa avvicinare l’obiettivo della pace. Roma è centro del dialogo nel giorno in cui al colloquio Parolin-Vance si sommano le trattative tra Usa e Iran, mediate dall’Oman, per gli accordi sul nucleare che si tengono proprio nella Città Eterna.

Il “passaggio” della Pasqua porta con sé la speranza e l’attesa. Una speranza e un’attesa che nel 2025 guardano, nel mondo, verso un’unica direzione: quella della pace. Parolin e la Chiesa sanno che l’obiettivo politico è irrealizzabile senza la buona volontà degli Usa. Vance e la sua amministrazione che il Vaticano, sul piano spirituale, può garantire un vero e proprio input morale a qualsiasi sforzo di distensione. E la relazione si consolida, conflittuale come ogni rapporto articolato, inevitabile come ogni dialogo tra grandi potenze, geopolitiche o morali che siano.

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