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“Risponderemo alla rabbia che è stata espressa”: così Emmanuel Macron ha commentato a caldo la vittoria al ballottaggio presidenziale contro Marine Le Pen, in cui la candidata sovranista è cresciuta fino al 42% dei suffragi. Il presidente, a parole, ha voluto rassicurare l’elettorato che ha preferito l’avversaria della destra radicale sottolineando la volontà di ricucire le fratture interne alla società transalpina. Ma vinta la battaglia elettorale per Macron, che è stato funambolico nel suo spostamento a destra, si apre la partita chiave del governo nel secondo mandato. E le sfide saranno numerose.

Nel 2014 Macron, allora giovane ministro dell’Economia ed ex assistente di cattedra del filosofo Paul Ricoeur, cadde in una gaffe che gli costò le accuse di elitismo definendo “analfabeti di ritorno” gli operai del macello di polli Gad, in Bretagna, in larga parte donne del luogo, che protestavano per la chiusura degli impianti. Cinque anni dopo, da presidente, con l’ecotassa sul diesel ha scatenato le proteste dei Gillet Gialli con il presunto “ambientalismo dei ricchi” che ne animava l’azione. Da queste dinamiche Macron ha saputo e voluto discostarsi, e proprio attorno a questa faglia tra “intergrati” e periferici, abitanti di una Francia rurale e lontana dalle grandi metropoli si giocherà la sua capacità di essere ricordato come un presidente di successo.

La Francia profonda, per il suo teorizzatore, il geografo Christophe Guilluy, è la somma di “tutti i territori che non sono grandi metropoli, piccole e medie città, zone rurali. Territori abitati da categorie modeste. Ma dove vive ancora il 60% della popolazione francese, e l’80% appartiene alle classi popolari. In queste aree il lavoro è diventato fragile, resta qualcosa, qualche servizio pubblico, qualche piccola e media impresa, ma quando una fabbrica chiude non ci sono altre alternative occupazionali”. In queste aree il Covid-19 e le sue conseguenze hanno colpito con grande forza e la vulnerabilità è oggi acuita dal carovita e dalla crisi energetica.

Per rispondere alla rabbia della provincia Macron da tempo ha virato la sua agenda. Durante la pandemia, nota Osservatorio Mediterraneo, ha dunque “promesso di investire di più nella sanità pubblica”, specialmente di prossimità e di “”estendere la protezione” sociale e la produzione industriale “secondo criteri di uguaglianza, e non un’occasione per far divampare rivalità internazionali e competizioni fra Stati e imprese in nome del profitto. Nella sua volontà di “proteggere i settori e le imprese di importanza strategica dal rischio di acquisizioni da parte di gruppi stranieri”, ben evidenziato dallo stop alla vendita di Carrefour o alle operazioni finanziarie dei giganti dell’acqua in nome della sovranità alimentare, si legge il tentativo di cancellare gli autogol del 2014 e del 2019. E ora l’agenda presidenziale dovrà proseguire nella tutela e nella ricostruzione della fiducia e delle prospettive dell’economia e della società nazionale.

Macron ha necessità di guardare con attenzione alla sua agenda per capire in che misura potrà essere applicata. Al “nazional-liberismo” della Le Pen ha contrapposto un’agenda elaborata nel segno della destra moderata a cui si è profondamente avvicinato negli ultimi anni. Da un lato, Macron punta all’aumento dell’età pensionabile a 65 anni completando la controversa riforma avviata nel 2017. Dall’altro, nota StartMag, punta nel welfare a “un sistema di solidarietà alla fonte, si sostanzierebbe in aiuti per 20 milioni di francesi che si concretizzeranno in vari bonus e assegni famigliari, incluso l’Rsa, equivalente del nostro reddito di cittadinanza. Quindici miliardi saranno destinati al taglio delle tasse. Macron ha inoltre detto di puntare alla piena occupazione entro cinque anni” attraverso un disegno di politica industriale e ripresa nei settori strategici. Per fare avanzare riforme sgradite, Macron dovrà in futuro creare un mix di politiche in grado di evitare di far passare la sua visione come un attacco sistemico ai capisaldi del lavoro e della società che i suoi avversari gli hanno più volte rinfacciato di voler smantellare.

Questo però si scontra con una grande incognita: le elezioni per l’Assemblea Nazionale previste per giugno. Se nei due turni del voto per il Parlamento uscirà un’Assemblea fortemente connotata a favore del presidente, come successo nel 2017, il gioco per il presidente e leader de La Republique En Marche! sarà nettamente più facile. Ma abbiamo già visto in questi anni come una schiacciante maggioranza parlamentare non sia servita per promuovere l’intera agenda macroniana, dal welfare alla riforma del mercato del lavoro, di fronte alla mobilitazione sociale di sindacati, associazioni come i Gillet Gialli e semplici cittadini in tutto il Paese. “Rispondere alla rabbia” significa per il presidente incentivare, come promesso, il dibattito sul futuro dell’ordine costituzionale, economico, sociale, sulle riforme della scuola, sulla sanità incorporando nella decisione stakeholder a ogni livello. Ma significa soprattutto capire come rompere il rebus in caso di maggioranza parlamentare non direttamente riferibile a En Marche!

Jean-Luc Mélenchon si è già esposto dichiarando di voler imporre a Macron un governo di coabitazione con il cartello delle sinistre in grado di condizionarne l’agenda, mentre anche a destra un’eventuale strategia di allineamento tra il Rassemblement National Reconquete!, la formazione di Eric Zemmour, può strappare un numero di seggi tali da provare a togliere a Macron la maggioranza assoluta. L’ipotesi che il Parlamento si trasformi nella principale tribuna di critica alla presidenza è tutt’altro che remota, e dunque assieme all’eco della Francia periferica e profonda, ai cui timori dovrà saper dare risposta, il presidente riconfermato dovrà con forza promuovere un dialogo tra istituzioni che spesso nei primi anni della sua leadership è mancato. Due ostacoli che Macron dovrà gestire inevitabilmente perché la sua seconda ora alla presidenza porti con sè un mandato di risultati positivi.

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