Riesplode lo scontro tra Francia e Regno Unito per la pesca. Questa notte, le autorità francesi hanno sequestrato un peschereccio britannico che, come ha scritto il ministro del Mare, Annick Girardin, navigava in acque francesi a largo di Le Havre senza le dovute licenze. Un’altra imbarcazione, fermata insieme a quella sequestrata (la Cornelis Gert Jan della MacDuff Shellfish of Scotland) è stata solo “avvertita” ma non ha subito il sequestro.

La questione della pesca torna così d’attualità nei rapporti tra Londra e Parigi, in quella che sui giornali è stata definita la “guerra delle capesante”. Un problema che non riguarda solo un innato orgoglio nazionale che sfocia in particolare quando si toccano settori così vivi dell’economia locale, ma che coinvolge anche un settore economico estremamente importante, che soprattutto dopo la Brexit assume una valenza politica.

La disputa ittica racchiude infatti le tensioni mai sopite nei colloqui tra Unione europea e Regno Unito su come regolare i rapporti economici nel post-Brexit. Per Londra si tratta di difendere un mondo, quello dei pescatori, che aveva fatto affidamento proprio sull’uscita dall’Ue per riprendere in mano la propria libertà di manovra nel settore ittico. Per Parigi, oltre alla tutela dei pescatori locali, c’è poi anche una questione diplomatica: far valere il peso dell’Unione europea nelle trattative con il dirimpettaio britannico.

La tensione è tornata a salire soprattutto in vista del 2 novembre, data entro cui le autorità francesi hanno avvertito che se non si fosse raggiunto un accordo, avrebbero bloccato le navi britanniche dirette verso le acque sovrane e inasprito controlli e sanzioni su camion e imbarcazioni provenienti dal Regno Unito. Per la Gran Bretagna si tratta di di minacce “sproporzionate” che violano il diritto internazionale, ma la decisione di Londra – e in particolare dell’isola di Jersey – di negare licenze di pesca a decine di barche francesi ha scatenato l’ira di Parigi. Le parole del ministro per l’Europa, Clement Baune, riportate da Luigi Ippolito per il Corsera, sono state molto nette: “Finora abbiamo cercato il dialogo, ma abbiamo ottenuto solo metà delle licenze di pesca: non è abbastanza e non è accettabile. Così ora dobbiamo usare il linguaggio della forza, perché è l’unica cosa che il governo britannico capisce”. E si è iniziato anche a parlare di un taglio delle forniture elettriche all’isola di Jersey, servita proprio da elettrodotti provenienti dal territorio francese.

La mossa di questa notte da parte delle autorità francesi probabilmente è solo un assaggio di quello che potrebbe avvenire dalla prossima settimana. Come spiegato da Hugh Schofield, corrispondente della Bbc a Parigi, i controlli sui pescherecci britannici nella Manica di questa notte non fanno parte delle ritorsioni annunciate dalla Francia, ma sono un avvertimento chiarissimo su quello che potrebbe avvenire a breve. E l’obiettivo dell’Eliseo, più che concentrarsi sulle imbarcazioni inglesi a cui sarà impedito di scaricare il pescato nei porti francesi, sembra puntare diritto su Calais. Controlli minuziosi, sanzioni sempre più pesanti che possono condurre in pochi giorni a nuovi incolonnamenti nelle vicinanze dei terminal britannici e dello scalo francese. Un danno economico e di immagine che Boris Johnson cerca in ogni modo di escludere. Downing Street accusa il vicino oltre Manica di misure “non compatibili con l’accordo di commercio e cooperazione e con il più ampio diritto internazionale e, se attuate, riceveranno una risposta adeguata e calibrata”. Ma è chiaro che tutto si giocherà all’ultimo secondo e i protagonisti non sembrano intenzionati a cedere.

Entrambi, Johnson e Emmanuel Macron, non possono perdere la faccia. E l’impressione è che le capesante siano solo un pretesto per una sfida di ben più ampio respiro. Pesano in particolare le relazioni sempre più fredde tra i due leader, sprofondate soprattutto in questi ultimi tempi con l’affaire Aukus e lo zampino britannico. Ma c’è anche un tema politico che riguarda l’Unione europea: Macron, che non ha mai nascosto di avere tutto l’interesse a essere considerato il leader dell’Ue nel post-Merkel, non può cedere di fronte a quella Londra “ribelle” che ha abbandonato l’Unione. Specialmente a pochi mesi dalla presidenza di turno francese proprio a Bruxelles e con le elezioni presidenziali alle porte.

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