Nei mercati finanziari, tecnicamente, si definisce spread la differenza tra il tasso di rendimento di un’obbligazione e quello di un altro titolo preso come riferimento, denominato benchmark. Lo spread si misura in punti baseattraverso una conversione di 100 a 1 del differenziale: una differenza del 2,5%, ad esempio, porterà ad uno spread di 250 punti base.

Nel gergo mediatico e politico italiano lo spread per antonomasia è quello tra i rendimenti dei Btp decennali emessi dal Tesoro italiano (o gli equivalenti nell’Eurozona) e i Bund emessi dalla Germania con scadenza variabile tra i 10 e i 30 anni. Tale indicatore è ritenuto essere una cartina di tornasole dello stato di salute del sistema Paese e della sua “affidabilità” sotto il profilo della sostenibilità del debito pubblico, dell’attrattività per gli investitori, della fiducia dei mercati e del rischio di default.

Da parametro meramente tecnico, di conseguenza, lo spread si presta a trasformarsi in importante strumento politico: nel giustificare il suo veto alla nomina di Paolo Savona al Ministero dell’Economia, che ha sancito il naufragio del governo tra Lega e Movimento Cinque Stelle, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha recentemente segnalato esplicitamente il rischio di un innalzamento dello spread legato alle posizioni critiche dell’attuale governance dell’Eurozona di Savona come una delle motivazioni del suo diniego.

Non si è trattato del primo caso nella recente storia europea in cui tale indicatore è stato centrale nel dibattito politico degli Stati maggiormente colpiti dalla crisi economica: in ogni caso, è bene ricordare che quello dello spread è un terreno altamente scivoloso e incerto e esplorare i limiti del suo status di proxy della salute di un Paese.

Volatilità e asimmetrie: i due limiti degli spread europei

Il primo limite della misura del differenziale tra i titoli di due diversi Paesi è la sua estrema volatilità: tra le determinanti dello spread, infatti, non vi è solo la domanda generale di titoli esercitata dagli investitori istituzionali (banche commerciali, banche centrali, fondi sovrani e così via) ma anche le ben più articolate e variegate sfaccettature dei mercati secondari che coinvolgono i risparmiatori privati. Ciò rende l’indicatore facilmente soggetto alle aspettative di breve termine dei mercati e amplifica l’influenza della speculazione contro un Paese in difficoltà o ritenuto potenzialmente meno in grado di assolvere alle proprie obbligazioni.

Efficace è la descrizione fatta da Guido Maria Brera nel suo recente libro Tutto è in frantumi e danza di un’altra peculiare caratteristica limitante dello spread, ovverosia la sua natura di indicatore delle asimmetrie interne all’area euro: secondo  Brera lo spread “è l’immagine perfetta, e misurabile ogni giorno nelle borse di tutto il mondo, dell’inefficienza di quello che in teoria avrebbe dovuto essere un sistema monetario unico, composto da stati i cui tassi di interesse erano, se non identici, almeno molto vicini. Sarà dalle sue fluttuazioni che, d’ora in poi, si dedurrà il valore che il mercato attribuisce alla sostenibilità del debito dei singoli paesi. Oppure, per farla più semplice, sarà lo spread a misurare la febbre dell’Europa”.

Lo spread record della Grecia di Papandreou

Tra il 2010 e il 2011 l’Europa conobbe due dei più virulenti casi di influenza diretta dello spread negli eventi politici dei suoi Paesi. 

La prima nazione a essere colpita fu la Grecia, che nel pieno della tempesta finanziaria e della crisi del suo debito sovrano vide il differenziale tra i suoi buoni a lungo termine e i Bund  sfondare la soglia dei mille punti base e toccare un massimo di 1047. Il motivo dell’impennata fu l’indecisione del primo ministro  Georges Papandreou, schiacciato tra l’imposizione di un piano di austerità di cui tutt’oggi il Paese porta i segni e la volontà di indire un referendum per definire il mantenimento di Atene nell’euro.

Lo spread accelera la caduta di Berlusconi

Il caso più eclatante fu quello che colpì direttamente il nostro Paese, nel contesto della caduta del governo Berlusconi e della sua sostituzione con l’esecutivo tecnico guidato da Mario Monti nella seconda metà del 2011. L’innalzamento dello spread italiano fu a dir poco brutale: il differenziale si attestò a 200 punti a fine giugno, a 350 a inizio luglio, a 400 a inizi agosto, per poi scendere lungo il mese di agosto, in coincidenza con l’intervento della Bce, e arrivare a 500 ai primi di novembre, toccando il massimo degli ultimi anni il 9 novembre 2011 (575 punti). 

La crisi italiana fu determinata dalla sovrapposizione di tre forze convergenti: l’esposizione eccessiva dei principali istituti bancari sul mercato del debito, la delegittimazione della capacità di risposta dello Stato da parte delle agenzie di rating, che avanzarono dubbi sulla capacità di risposta dell’esecutivo, e manovre speculative coinvolgenti numerosi istituti internazionali, tra cui la tedesca Deutsche Bank. Si può dire che Berlusconi fu di fatto “rovesciato” dallo spread e dalle sue dinamiche incontrollabili, come sostengono l’ex premier spagnolo Zapatero, l’ex ministro del Tesoro Usa Timothy Geithner e lo storico rivale politico del Cavaliere, Romano Prodi.

I precedenti storici aiutano a qualificare il ruolo dello spread: indicatore relativo, non assoluto, di cui vanno tenute in considerazioni tanto le sottostanti determinanti economiche quanto le decisive implicazioni politiche.