Intervista esclusiva al politologo indiano, con nazionalità statunitense, che nel 2008 fu inserito dalla rivista Esquire tra le 75 personalità più influenti del XXI secolo.

Parag Khanna, nato in India nel 1977 e in possesso della cittadinanza statunitense, è uno stratega politico di fama mondiale, autore di molti testi che sono stati tradotti in più di venti lingue. L’abbiamo intervistato in esclusiva per analizzare con lui i temi principali dell’attualità internazionale, con uno sguardo proiettato verso il futuro, partendo dal suo ultimo libro “The Future is Asian”, il sui titolo, nell’edizione italiana, diventa una domanda “Il futuro è asiatico?”

Nel suo ultimo libro “The Future is Asian” lei illustra la crescita dell’Asia e il suo ruolo sempre più importante nel mondo del prossimo futuro. Crede che sia giunto il momento dell’emancipazione dall’egemonia cinese per tutto il continente?

Non esiste un dominio cinese sull’Asia: in molti parlano dell’inevitabile egemonia regionale cinese sul continente, ma è solamente un’ipotesi ancora da dimostrare. La gente ne parla come se fosse già una realtà, ma non lo è. Dobbiamo quindi essere chiari sul fatto che, in un mondo che sta passando dall’unipolarità alla multipolarità, anche l’Asia sta andando in quella direzione. Questa è la natura centrale della tesi che espongo nel mio libro.

Crede che l’Asia possa accrescere la sua importanza, possa acquisire un ruolo più centrale nel nuovo mondo multipolare?

Non c’è dubbio che, nella situazione attuale, l’ascesa dell’Asia rappresenta il motivo principale per cui il mondo sta diventando più multipolare; non c’è solamente la crescita della Cina, ma anche il ruolo continuo del Giappone e l’ascesa dell’India. Ci sono molti fattori che stanno guidando la multipolarità globale: abbiamo iniziato a parlare del ritorno della multipolarità negli anni ’70, sulla base dell’ascesa del Giappone e del consolidamento dell’Unione Europea. Quindi è qualcosa che, strutturalmente ed economicamente, precede il crollo dell’Unione Sovietica.

In questo panorama, quale può essere il ruolo dell’Unione Europea, chiamata a decidere sul suo futuro e su quello che vuole diventare, impantanata tra contrasti interni e un processo di maggiore integrazione delle istituzioni?

“L’Unione Europea già svolge un ruolo rilevante nel sistema globale, sviluppando e consolidando la propria posizione, diventando più indipendente dagli Stati Uniti, rivestendo un ruolo più importante nell’economia mondiale in termini di commercio e riserve. Sta addirittura rivestendo più di un ruolo, stabilizzando le regioni periferiche, assorbendo i migranti così come sono e come principale investitore e creditore in molte aree. Penso quindi che la domanda che penso che la domanda che mi sta ponendo sia: il suo ruolo sullo scacchiere mondiale, l’Europa lo sta giocando unita, come una singola entità, o come la somma totale delle potenze nazionali? E la risposta è entrambe le cose”.

L’ondata di populismo e sovranismo che sta invadendo il continente può ostacolare o rallentare la crescita dell’Unione Europea?

Dipende. Penso che ci siano questioni in cui la sovranità nazionale è sempre stata centrale per un’azione europea, e ovviamente quella che riguarda le migrazioni è stata una di queste, c’è stata una tendenza verso la libera circolazione per gli europei in Europa, ma non c’è mai stata una politica migratoria connessa per cittadini non-europei e la situazione continua a rimanere immutata. La domanda più importante è se l’Europa sarà in grado di passare da un’unione monetaria ad averne anche una bancaria e fiscale e se potrà diventare anche un’unione diplomatica e militare. Questi sono i fattori più significativi che ci consentono di misurare il processo di aggregazione europea, e penso che il progresso sarà incrementale, o in alcune di queste aree non accadrà affatto, ma credo che alla fine si realizzerà.

La Brexit potrà essere un ostacolo per questo processo di aggregazione nell’Ue?

Non credo che la Gran Bretagna si sia mai considerata parte di questa profonda integrazione istituzionale, dell’unione monetaria, fiscale e bancaria. Si è sempre considerata principalmente come una potenza indipendente: quindi il piano del Regno Unito di lasciare l’Ue non è, per molti versi, una grave perdita. Più che altro si tratta di una perdita statistica, nel senso che il collettivo dell’Unione Europea sta perdendo una certa quota statistica del proprio PIL attribuito all’appartenenza della Gran Bretagna; ma, ovviamente, commerciando, vendendo e investendo con l’UE, il Regno Unito rimane interdipendente con l’Unione stessa in molti modi; ma anche da un punto di vista geopolitico, molte forme, se non tutte, di collaborazione per la sicurezza continueranno: quindi, secondo me, l’attuale accezione di appartenenza all’UE in termini prettamente diplomatici è una po’ sovrastimata e certamente arreca più danno al Regno Unito che all’Unione Europea. Probabilmente, alla fine, questo processo renderà la Gran Bretagna meno importante dell’UE, dato che molte delle risorse e istituzioni tecniche, come il commercio, che erano state mandate off-shore nello UK, verranno centralizzate e riassorbite nell’UE: certamente tutto ciò spingerà l’Europa verso quell’integrazione che Regno Unito in molti modi stava cercando di fermare.

Gli Stati Uniti stanno iniziando a discutere delle prossime Presidenziali che si terranno nel 2020: che futuro vede per il paese dopo Donald Trump?

“Non sappiamo se stiamo per entrare in un periodo post-Trump, perché non sappiamo cosa accadrà nelle elezioni: a questo punto è molto plausibile ipotizzare che verrà rieletto, anche se questa tendenza può cambiare dall’oggi al domani, per esempio se venisse messo sotto impeachment. Quindi credo che il problema sia il trumpismo, non Trump, o piuttosto la faziosità, che è precedente a Trump. Continueremo ad avere un sistema politico federale fazioso negli Usa, dominato da due partiti con una insufficiente riforma del Collegio Elettorale, della regolamentazione sul finanziamento della campagna elettorale e altre caratteristiche che sono di ostacolo e stanno creando una sorta di consenso nazionale?

Perciò la domanda è: saranno in grado gli Stati Uniti di avere un consenso nazionale su immigrazione, cambiamento climatico, politica estera, infrastrutture o salute? Questi sono i cinque argomenti più importanti. Gli Usa potranno avere un consenso nazionale dopo le prossime elezioni su questi problemi, a prescindere da chi sarà il presidente? La risposta è no, perché, anche se l’elezione di un democratico alla presidenza potrebbe rappresentare un passo avanti verso il consenso, sarebbe poi necessaria l’azione che richiede molto tempo per essere messa in atto in una nazione molto vasta. Perciò credo che per il prossimo futuro molte altre nazioni, regioni e potenze continueranno a limitare il ruolo degli Stati Uniti e a concentrarsi sul costruire le proprie competenze, altre alleanze e partnership piuttosto che dipendere dagli Usa. Questo è un processo in corso da circa vent’anni”.

Quale può essere il futuro dell’Africa nel mondo multipolare che si va delineando?

L’Africa non è particolarmente rilevante, è un continente che fornisce risorse, ma è un beneficiario netto poiché riceve più di quello che dà, in termini di investimenti e non solo. Rimane comunque un buon importatore. L’Africa non sarà un continente leader perché non sarà leader nell’industria: fornisce servizi e risorse, in gran parte materie prime, ma non si industrializzerà mai, per colpa dell’andamento dell’automatizzazione del lavoro con la tecnologia.

I paesi asiatici sono stati capaci di utilizzare manodopera a basso costo per industrializzarsi, attrarre investimenti e diventare grandi potenze, ma questo ciclo si è interrotto per l’Africa, poiché nessuno punterà a una produzione globale di prodotti in Africa poiché è molto più conveniente utilizzare dei robot. Quindi questo ciclo che utilizza una popolazione giovane come forza lavoro per industrializzarsi e modernizzarsi ha funzionato in diversi ambienti, ma si muove in cerchio da regioni a basso costo ad altre simili e quando una regione diventa più costosa, l’offerta si sposta verso altre regioni a basso costo. Ma questo processo non coinvolge l’Africa a causa dell’automazione e dei robot, che possiamo incolpare per la stagnazione dell’industrializzazione africana.

Che opinione si è fatto sul Russiagate e sui fondi russi ricevuti dalla Lega in Italia? Crede ci possa essere un reale pericolo che Putin influenzi le elezioni, in Europa e negli USA?

Ad essere onesto apprezzo che ci sia un’interferenza da parte dei social media utilizzati come un’arma durante le elezioni. Ma penso che la gente abbia troppo frettolosamente accusato la Russia della vittoria di Trump. Quando mi chiedono come sia potuto accadere, la mia risposta non è Facebook o Russia, ma che gli Stati Uniti non hanno ricevuto assistenza significativa per l’adeguamento commerciale da 45 anni e che il loro grado di frustrazione e marginalizzazione è molto alto. Le origini sono da ricercarsi nel fallimento da parte del governo nel compensare innovazione tecnologica e outsourcing: questi fallimenti hanno le loro origini negli anni ‘60. Penso sia molto facile cercare i colpevoli al di fuori del paese, qualcosa che europei e americani sono molto bravi a fare, ma non vuol dire che sia vero.

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