L’uomo più potente del mondo, il leader della prima potenza globale, lo statista più abile in circolazione. Xi Jinping è ormai abituato alle varie perifrasi che gli analisti usano per riferirsi al suo ruolo di presidente della Cina, cioè il paese in perenne ascesa che tormenta i sogni di gloria degli Stati Uniti. Ci hanno più volte raccontato di come il principale vantaggio del Dragone nella contesa con Washington fosse da ricollegare al suo sistema politico, un sistema verticistico dove chi siede in cima alla piramide ha la facoltà di decidere tutto. In effetti, occupando questa posizione dal 2012, Xi può essere immedesimato nella nuova Cina del XXI secolo e viceversa, tanto è forte l’impronta politica del presidente sullo stato. L’immagine che emerge di Xi è quella del classico uomo forte, carismatico, coraggioso, impavido e pronto a tutto pur guidare la Cina verso un futuro prosperoso e moderno. I numeri hanno dato ragione a Xi Jinping ma alcuni nodi mai risolti, o forse mal gestiti, iniziano a venire al pettine. E a minare la reputazione del presidentissimo cinese.

L’impossibilità di scendere a patti con gli Stati Uniti

Il primo nodo è rappresentato senza ombra di dubbio dalla guerra dei dazi. Le ultime tariffe di Donald Trump stanno mettendo in imbarazzo il Partito comunista cinese perché sono arrivate nel momento meno opportuno. Xi Jinping non può cedere a compromessi e non può accettare le richieste economiche del tycoon. Piegarsi adesso, potrebbe essere letto come un pericoloso segno di debolezza dell’apparato politico cinese e, mentre a Hong Kong è in corso una vera e propria ribellione, è consigliato non dare l’impressione di essere molli. Certo, è pur vero che portare allo stremo il braccio di ferro con Washington contribuisce a danneggiare l’economia interna della Cina, tra aumento dei prezzi e svalutazione dello yuan. Xi Jinping, comunque vada, non ha margine di manovra; o almeno, il contesto gli impone di non fare ciò che dovrebbe esser fatto per risolvere la contesa. Ogni concessione minerebbe l’immagine dell’uomo forte al comando.

Da Hong Kong allo Xinjiang: altre grane per Xi

Il secondo nodo è Hong Kong. L’ex colonia inglese in parte ribolle di odio nei confronti di Pechino, in parte è messa in ginocchio dal gap economico che separa i ricchi dai poveri. Non c’è da sorprendersi se i manifestanti pro democrazia abbiano avuto vita facile nell’usare il risentimento anticinese per chiamare i cittadini nelle strade e fomentare quella che assume, giorno dopo giorno, sempre più le sembianze di una guerra civile. Xi Jinping, anche qui, ha le mani legate. Potrebbe inviare l’esercito a ristabilire l’ordine in poche ore, ma in quel caso la Cina dovrebbe pagare un prezzo enorme in termini di immagine (un’altra Tienanmen non sarebbe tollerata dalla comunità internazionale) e in economia (la città perderebbe il suo status speciale che ha consentito il boom del settore finanziario). Strettamente legato a Hong Kong c’è il nodo che riunisce lo Xinjiang a Taiwan. Pechino vorrebbe sradicare la piaga del terrorismo islamico dalla regione autonoma ma, stando a quanto rivelato da alcune inchieste, nel farlo violerebbe i più basilari diritti individuali delle persone. Ma Pechino vorrebbe anche definitivamente annettere Taiwan alla madrepatria; la “provincia ribelle” non intende perdere la propria indipendenza e, supportata dagli Stati Uniti, promette battaglia.

Rafforzare la narrazione dell’uomo forte

A ottobre la Cina festeggia il 70° anniversario della propria nascita e Xi farà di tutto affinché l’evento sia una passarella per rafforzare la sua leadership. La narrazione di uomo forte alla guida di una nazione altrettanto forte è la base su cui si fonda il carisma del presidente cinese, in patria come all’estero, soprattutto nel bel mezzo dei momenti complicati. Anche perché il governo ha capito che non c’è la possibilità di trovare un accordo commerciale con gli Stati Uniti in tempi brevi e che, per evitare ritorsioni contro la figura di Xi, è necessario cementificare l’idea di Xi Jinping come un presidente assediato ma pronto a ribattere colpo su colpo. La verità è che Xi non può fare niente. Non può rispondere come vorrebbe ma non può nemmeno aspettare che il terreno frani, inghiottendo lentamente il miracolo cinese.