È dal 2018 che si scrive e si parla di un possibile viaggio apostolico di papa Francesco a Pyongyang. La non-notizia riemerge a cadenza periodica, arricchita di nuovi dettagli ogni qualche mese, per poi tornare regolarmente nel dimenticatoio, ma alcuni eventi recenti sembrano suggerire che le diplomazie vaticana e nordcoreana siano prossime al raggiungimento di un compromesso.

Sognando Pyongyang

Il mese di luglio si è aperto con le dichiarazioni sensazionalistiche di Park Jie-won, neodirettore del Servizio di Intelligence Nazionale (SIN) della Corea del Sud, secondo il quale sarebbero in corso dei negoziati con la diplomazia vaticana al fine della traslazione in realtà di uno dei sogni reconditi della Chiesa cattolica sin dai tempi di Giovanni Paolo II: un viaggio apostolico in Corea del Nord.

La notizia è da prendere con le pinze, anche perché trattasi di una citazione di citazioni locali, ma non va dimenticato che le diplomazie lavorano (anche) in questo modo, ovvero affidando ai media l’onere-onore di diffondere voci di corridoio funzionali a tastare il terreno – “che cosa ne pensa l’opinione pubblica?” – e a mettere la pulce nell’orecchio della controparte. E non è da trascurare, poi, la caratura degli attori coinvolti: Fides, il sito ufficiale delle Pontificie Opere Missionarie, e Jie-won, direttore del SIN dallo scorso anno, cattolico praticante e una vita dedicata al dialogo intercoreano.

Stando a quanto riferito da “fonti locali” a Fides, Jie-won, ospite d’onore di una celebrazione eucaristica avvenuta a Mokpo il 6 luglio, avrebbe ammesso ai partecipanti che prossimamente si sarebbe incontrato con l’arcivescovo sudcoreano Kim Hee-jung e il nunzio apostolico a Seul, Alfred Xuereb, per discutere di un possibile sbarco del Papa a Pyongyang.

Seguire le briciole

I cattolici di tutto il mondo, in particolare quelli coreani, hanno accolto le (presunte) dichiarazioni di Jie-won con il giubilo tipico della speranza salvifica e i loro cuori e le loro menti sono tornati indietro di tre anni, a quel celebre ottobre 2018 in cui il presidente sudcoreano Moon Jae-in consegnò a Francesco un invito verbale proveniente da Kim Jong Un. Invito accettato, spiegarono dal Palazzo apostolico vaticano, ma poi non si seppe più nulla.

Oggi, a distanza di tre anni da quell’invito, il momento sembra essere particolarmente propizio per un viaggio apostolico: la sino-agenda del duo Francesco-Parolin ha resistito ai grandi smottamenti internazionali – come palesato dal rinnovo dell’accordo sulla nomina dei vescovi e dall’intensa collaborazione durante la pandemia – e, di recente, un sudcoreano rispondente al nome di Lazzaro You Heung-sik è stato nominato alla guida della Congregazione per il clero – una notizia passata in sordina in Occidente, ma giustamente perscrutata in Estremo Oriente.

L’asiatizzazione della Chiesa cattolica carbura in direzione di un viaggio apostolico a Pyongyang – senza dimenticare Pechino – e l’arrivo al vertice del SIN del cattolico Jie-won, uno degli artefici dello storico vertice intercoreano del 2000 – il primo dal dopo-guerra di Corea –, potrebbe incidere significativamente e positivamente sull’esito del processo negoziale. E perché Seul aneli a mediare tra Pyongyang e Vaticano è chiaro: l’evento potrebbe avere delle ricadute profonde sulla riappacificazione tra le due parti della penisola, nonché sulla propria fama di “potenza di pace”.

I cattolici di Pyongyang

È dal 2018 che si scrive e si parla insistentemente di un viaggio apostolico a Pyongyang – anche se, per dovere di cronaca, è giusto rammentare che delle indiscrezioni in tal senso fossero emerse già nell’agosto 2014, in occasione della cinque-giorni di papa Francesco in Estremo Oriente –, ma le origini dell’intera odissea risalgono al 2000.

2000, una data unica per tante ragioni: la fine del Novecento, l’inizio di un nuovo secolo e l’alba di un nuovo millennio. Sul trono di Pietro, all’epoca, siedeva Giovanni Paolo II, il distruttore dell’Impero sovietico, mentre al Ryongsong si trovava Kim Jong-Il. Due personaggi agli antipodi, a capo di due realtà ideologicamente incompatibili, che, per motivi differenti, sognavano di incontrarsi: Jong-Il avrebbe potuto migliorare l’immagine dell’isolata nazione, Giovanni Paolo II avrebbe potuto sventolare la Croce a Pyongyang, la fu Gerusalemme coreana divenuta capitale del Juche.

Jong-Il, l’ateo irriducibile che nel 2002 diede il benestare all’edificazione sul suolo nordcoreano di una chiesa ortodossa dedicata alla Trinità dopo essere stato stregato dagli affreschi e dai profumi della chiesa di sant’Innocenzo di Irkutsk, fece arrivare all’indirizzo del Vaticano un invito formale. Wojtyła ringraziò, ma volle porre una condizione: la possibilità di inviare preti nominati dal Vaticano per soddisfare i bisogni spirituali dei cattolici nordcoreani – che, si stima, possano essere tra le poche centinaia e i cinquemila.

Jong-Il aveva da poco incontrato l’omologo sudcoreano e la pace tra i due gemelli separati dalla guerra fredda sembrava dietro l’angolo; l’approdo a Pyongyang di Giovanni Paolo II non avrebbe potuto che dare impulso al processo di riunificazione. Calato il sipario, però, del viaggio apostolico non se ne sarebbe fatto nulla. Una replica sarebbe andata in scena diciotto anni dopo: lo storico incontro tra Kim e Donald Trump a Singapore, le grandi aspettative, l’invito esteso al sovrano della Chiesa cattolica e, infine, il silenzio.

Da ieri a oggi, però, molte cose sono cambiate. Il Vaticano, invero, è stato attraverso da dei processi trasformativi notevoli che potrebbero persuadere la diffidente dirigenza nordcoreana a mantenere la parola data e ad accordare il magnum eventum. Perché la Chiesa cattolica non combatte più contro il comunismo, ma per trasmigrare in Asia. Perché la Chiesa cattolica si è emancipata dall’alleanza totale che l’ha storicamente legata all’Occidente, come dimostrano le mosse del duo Francesco-Parolin nello scacchiere internazionale. E perché un incontro con il costruttore di ponti in una terra costellata di muri non potrebbe che avere ricadute benefiche per tutti, in primis per l’isolato Kim, che dal padre ha ereditato lo scettro, le alleanze e, non meno importante, una chiesa ortodossa a memoria di quanto sia importante la Croce nelle relazioni internazionali.

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