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Le affermazioni del presidente eletto Donald Trump, che manifestano le mire degli Stati Uniti su Panama, Groenlandia e sul Canada, non sono affatto, come qualcuno crede, le farneticazioni estemporanee di un eccentrico inquilino della Casa Bianca poco incline alla diplomazia e famoso per le sue dichiarazioni altisonanti. Rientrano invece in una visione del mondo radicata nella tradizione politica a stelle e strisce, dalla Dottrina Monroe al Corollario Roosevelt (sui cui ci soffermeremo successivamente).

“Come nel caso della Dottrina Monroe, che nel XIX secolo sfidò l’espansionismo europeo, oggi Trump sta cercando di contrastare quello che definirei “colonialismo economico e politico” di Paesi come la Cina e la Russia. Questi sono i veri rivali globali degli Stati Uniti, e li vediamo operare in Asia, Medio Oriente, America Latina e Africa” ha raccontato l’ex collaboratore del tycoon, George Papadopoulos, a InsideOver. Secondo Trump, la sicurezza dell’emisfero occidentale, esteso fino alla Groenlandia, costituisce il fulcro della leadership statunitense. Tale visione si basa su un approccio determinato dalla tutela dell’interesse nazionale, privilegiando un’affermazione strategica e muscolare rispetto a velleitari tentativi di imporre l’influenza americana in aree remote e lontane, spesso tramite conflitti interminabili (le cosiddette Endless Wars).

La “Donroe Doctrine”

L’idea di utilizzare la forza militare per annettere la Groenlandia è stata ventilata dal presidente eletto, scatenando reazioni contrastanti negli Stati Uniti e nel mondo. Durante una conferenza stampa al Mar-a-Lago, Trump ha accennato a questa possibilità. Peraltro, nel 2019, lo stesso tycoon affermò che gli Stati Uniti avrebbero dovuto comprare l’isola. Ma perché la Groenlandia, una remota isola ghiacciata sotto sovranità danese, suscita tanto interesse?

Secondo analisti e fonti vicine alla transizione presidenziale, citate dal New York Post, le motivazioni risiedono nella posizione strategica e nelle risorse naturali uniche dell’isola. La Groenlandia, considerata la più grande isola del mondo, si trova lungo rotte di navigazione cruciali e ospita abbondanti terre rare come litio, cobalto e grafite, materiali essenziali per la produzione tecnologica e militare.

Le mire sulla Groenlandia e sull’Artico

Il controllo della Groenlandia consentirebbe agli Stati Uniti di rafforzare la propria posizione nell’Artico, una regione che sta diventando sempre più contesa tra Washington, Pechino e Mosca. E che in prospettiva, con i cambiamenti climatici in corso, assumerà un ruolo ancora più predominante. L’Artico, infatti, non è solo una miniera di risorse naturali, ma anche un crocevia strategico per le rotte marittime emergenti, rese accessibili dal ritiro dei ghiacci causato proprio dal cambiamento climatico.

Secondo il Wilson Center, gli Stati Uniti sono impegnati da anni in una silenziosa competizione con Cina e Russia per l’accesso all’Artico. La Cina, in particolare, è un fornitore chiave di terre rare per gli Stati Uniti, ma questa dipendenza è considerata “non sostenibile” a lungo termine, data la crescente rivalità geopolitica tra Washington e Pechino. Alex Plitsas, membro dell’Atlantic Council, spiega: “Ci sono due ragioni principali per annetterla. La prima sono i grandi depositi di elementi rari necessari per la difesa e la produzione elettronica. La seconda è che la Groenlandia offre una legittima rivendicazione sull’Artico, fornendo agli Stati Uniti un vantaggio nelle future competizioni su risorse e navigazione”.

Va detto che gli Stati Uniti, grazie a un accordo del 1951 (e successivi), hanno già il diritto di mantenere basi militari in Groenlandia. La Thule Air Base, situata nel Nord dell’isola, era una grande struttura durante la Guerra Fredda e, nonostante le smentite ufficiali, ospitava anche armi nucleari. Ora ribattezzata Pituffik Space Base, la struttura si occupa di funzioni di allerta precoce e sorveglianza spaziale.

Il Canale di Panama

Come Teddy Roosevelt prima di lui, anche Donald Trump comprende l’importanza del Canale di Panama, la cui costruzione, come ricorda Henry Kissinger, iniziò nel 1904 con competenze ingegneristiche e fondi americani su un territorio strappato alla Colombia tramite una ribellione locale sostenuta dagli Usa. La Repubblica di Panama, diventata ufficialmente indipendente il 3 novembre 1903, grazie al sostegno politico e militare americano, è oggi uno Stato sovrano e indipendente. Per molti decenni, tuttavia, una parte del territorio panamense, relativa alla Zona del Canale di Panama, fu amministrata da Washington. Questa situazione terminò solo nel 1999, quando il controllo del canale passò interamente a Panama, in seguito agli accordi del Trattato Torrijos-Carter. Il trattato fu firmato nel 1977, quando gli Usa vedevano nella Cina un partner in chiave anti-sovietica e non come il principale rivale strategico a livello globale.

Dopo il passaggio alla sovranità panamense nel 1999, alcuni politici statunitensi hanno continuato a considerare questa decisione un errore strategico, soprattutto alla luce dell’influenza crescente della Cina nella regione. Pechino, attraverso investimenti infrastrutturali e il controllo di porti chiave vicino al canale, ha ampliato il suo ruolo, sollevando timori di manipolazione commerciale, sorveglianza tecnologica e rischi per la neutralità del canale.

Come riporta il New York Times, la società di Hong Kong CK Hutchison Holdings gestisce due porti agli ingressi del Canale di Panama, sollevando preoccupazioni per la sicurezza e la concorrenza negli Stati Uniti, poiché Hong Kong è ormai sotto il controllo cinese. Gli esperti sottolineano che la società potrebbe raccogliere dati su tutte le navi che attraversano il canale, conferendo alla Cina un vantaggio strategico. Inoltre, la Cina utilizza le sue operazioni marittime per attività di intelligence e spionaggio. Secondo alcuni esperti, Pechino potrebbe esercitare un certo controllo sul canale anche in assenza di conflitti militari, rappresentando una potenziale minaccia. Tuttavia, la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha dichiarato che la Cina continuerà a rispettare la sovranità di Panama sul canale. Pechino, il secondo maggiore utilizzatore del canale dopo gli Stati Uniti, ha rafforzato la propria influenza nella regione dal 2017, quando Panama ha riconosciuto la Cina al posto di Taiwan.

Dalla Dottrina Monroe al Corollario Roosevelt

Il 2 dicembre 1823, il presidente degli Stati Uniti James Monroe annunciò la Dottrina Monroe, un documento che avrebbe definito per decenni la politica estera americana e che ancora oggi rimane una pietra miliare della politica estera statunitense, come dimostrano le affermazioni di Trump. Esposta nel suo messaggio annuale al Congresso, tale dottrina tracciava una linea netta tra il Vecchio Mondo (Europa) e il Nuovo Mondo (Americhe), dichiarando che i due dovevano rimanere sfere separate e autonome.

La Dottrina Monroe si basava su quattro principi fondamentali: gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti nelle guerre o negli affari interni delle potenze europee; avrebbero rispettato le colonie e le dipendenze europee esistenti nelle Americhe, senza interferire con esse; l’intero emisfero occidentale sarebbe stato considerato chiuso a nuove colonizzazioni; qualsiasi tentativo da parte delle potenze europee di opprimere o controllare le nazioni americane sarebbe stato interpretato come un atto ostile contro gli Stati Uniti. Con questa dichiarazione, Monroe pose le basi per una politica di non intervento europeo nelle Americhe, affermando al contempo il ruolo degli Stati Uniti come protettori della sovranità delle nazioni dell’emisfero occidentale.

La Dottrina Monroe fu ulteriormente rafforzata dal “Corollario Roosevelt”, che prende il nome dal 26esimo presidente degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt, secondo il quale, come ricordava Henry Kissinger nel suo saggio Ordine Mondiale (Mondadori), Washington avrebbe avuto il diritto di intervenire preventivamente negli affari interni delle altre nazioni dell’emisfero occidentale per porre rimedio a casi palesi di “comportamento illecito o di incapacità”.

La visione di Trump enfatizza il controllo strategico delle risorse e delle rotte cruciali, come il Canale di Panama e l’Artico, per contrastare l’influenza crescente di Cina e Russia nel mondo. Con queste mosse, il presidente eletto intende riscoprire vecchi principi geopolitici adattandoli al mondo contemporaneo, focalizzandosi sulla protezione degli interessi nazionali americani (America First).

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