Le prime conseguenze della pressione anti-cinese esercitata dalla nuova amministrazione statunitense sul Governo panamense del conservatore José Raúl Mulino iniziano a concretizzarsi. Dopo un incontro tenuto a Panama City con il segretario di Stato statunitense Marco Rubio, il presidente della Repubblica di Panama ha annunciato che il memorandum con la Cina sulla via della Seta, sottoscritto nel 2017, non sarà rinnovato, ponendo così fine a un importante accordo con cui la Cina era fino ad oggi riuscita a penetrare economicamente nel canale di Panama, uno snodo cruciale da cui transita circa il 5% di tutto il commercio marittimo mondiale.
“La sovranità di Panama sul canale – ha commentato Mulino – non è in discussione”, ma il Paese ha garantito un maggiore impegno nella propria collaborazione con gli Stati Uniti con la promessa di nuovi investimenti infrastrutturali bilaterali. I corposi investimenti fatti da Pechino sui porti e i terminal circostanti al canale, che permettono ad un’azienda cinese di gestire due dei due porti principali vicini all’ingresso del canale, sono considerati inaccettabili da parte degli Stati Uniti, e con la salita in carica di Trump le tensioni con Panama sono aumentate a tal punto che il neopresidente non ha escluso l’opzione dell’intervento militare per ripristinare il controllo statunitense sul canale.
Il canale e i due Trattati
Nelle dichiarazioni alla stampa al termine dell’incontro avvenuto presso Palacio de Las Garzas, Rubio ha espressamente parlato della richiesta avanzata dagli Usa volta a “ridurre l’influenza e il controllo dei comunisti cinesi sul canale” con delle “immediate modifiche”, che di fatto gli Stati Uniti hanno incassato. Non è chiaro quale sarà il destino dei centri infrastrutturali controllati da Pechino a Panama, ma dal punto di vista politico e simbolico l’uscita immediata dal memorandum ha indubbiamente un significato enorme. Nel 2017 Panama è stato il primo Paese del centro-sud America ad entrare a far parte del progetto economico-finanziario e geopolitico conosciuto con Belt and Road Iniziative (BRI) di matrice cinese.
Secondo la tesi sostenuta dagli Usa, l’avanzata penetrazione economica cinese in un canale strategico a livello internazionale come quello di Panama non rispetta i due trattati che sono alla base dell’attuale funzionamento del canale, sottoscritti a Washington fra Usa e Panama nel settembre del 1977, ovvero il Trattato del Canale di Panama e il Trattato sulla permanente neutralità e operabilità del Canale di Panama. Sulla base del primo, a partire dal primo gennaio del 2000 il controllo sul canale sarebbe tornato sotto la sovranità panamense dopo che gli Usa lo avevano posseduto esclusivamente dal 1903. Il secondo trattato garantiva, e garantisce tutt’ora, il diritto agli Stati Uniti di intervenire in difesa del canale per “gestire, operare, mantenere, migliorare, proteggere e difendere il canale” ogniqualvolta ci sia una minaccia che può pregiudicare il transito di tutte le navi internazionali.
Storicamente gli Usa hanno sempre considerato il canale di Panama come un avamposto strategico per il mantenimento della propria potenza nell’emisfero di appartenenza. Nel 1989, nell’ambito dell’operazione militare “Just Cause” con cui gli Stati Uniti deposero il leader di Panama Manuel Noriega, il canale passò sotto il controllo dagli Stati Uniti e vi restò fino al 1999. Oggi che il primo nemico per gli Stati Uniti è la Cina, non è chiaro fin dove possa spingersi Trump nelle sue ambizioni di controllo sul canale, ma per la sua amministrazione è già arrivato un primo risultato.

