La cattura di Kabul da parte dei Talebani di Hibatullah Akhundzada verrà ricordata dai posteri come uno degli eventi più importanti degli anni Venti del 21esimo secolo. Perché quel giorno, 15 agosto 2021, la dura lex historiae ha messo la parola fine ad un capitolo-chiave del libro interminabile del Grande Gioco, quello relativo all’occupazione euroamericana, preparando il calamo e l’inchiostro necessari alla scrittura di uno nuovo.

Sarà la storia a determinare l’epilogo di questo capitolo di cui la scrittura è appena cominciata, tuttavia non mancano gli elementi utili alla formulazione di scenari e pronostici. Elementi che suggeriscono che qui troveranno la morte o il senile unipolarismo o l’albeggiante multipolarismo. E che ci invitano a stare alla larga dal catastrofismo di queste ore, che vorrebbe Kabul 2021 come Saigon 1975, come il termine caporettiano dell’Impero americano, ma che è dimentico di un fatto tutt’altro che irrilevante: Saigon 1975 sarebbe stata succeduta da Mosca 1991.

Perché nel risiko afghano, caotico e nemboso per natura, v’è solo una certezza – da sempre –: nessuno è al sicuro. Non lo sono stati gli occidentali – il cui ventennio ha lasciato un’eredità stabile come un castello di carte –, non lo sono gli iraniani – tra i primi atti simbolici dei talebani figura la demolizione della statua di Abdul Ali Mazari (preludiante a strette sugli hazara e a problemi per Teheran?) –, non lo sono i cinesi – crescentemente vittime di attentati nel Belucistan pakistano – e non lo sono né i russi né gli indiani. Qualcuno, però, è più che sicuro: è sereno, felice, in estasi. Quel qualcuno è il Pakistan, la potenza incompresa che dal lontano 2001 attendeva pazientemente l’arrivo del Ferragosto più bollente della nostra epoca.

Kabul, provincia di Islamabad

La talebanizzazione dell’Aghanistan è motivo di preoccupazione in alcune cancellerie, di moderata contentezza in altre e di tracotante gioia in altre. Più nello specifico, nelle cancellerie del Vecchio Continente regna incontrastata l’inquietudine – principalmente a causa della paura di una crisi di profughi –, negli Stati Uniti il clima è plasmato da una mescolanza di cauto ottimismo e rassegnazione – la speranza di far naufragare i sogni multipolari della triade sino-russo-iranica accompagnata dal timore di un Afghanistan nuovamente nucleo dell’internazionale jihadista – e tra Turchia, Russia, Cina e Iran domina una contentezza moderata con tinte di pessimismo.

In una nazione soltanto – una e soltanto una –, il ritorno dei talebani a Kabul ha ricevuto un’accoglienza tanto calda quanto vasta. Quella nazione è il Pakistan, l’unica nazione che ha vinto dalla cattura di Kabul, oggi come nel 1996, e che non ha motivo di attendere l’evoluzione degli eventi per festeggiare. E perché il Pakistan sia il primo vincitore della corsa all’Afghanistan è piuttosto evidente: è lo storico custode dei talebani.

È il Pakistan, invero, che ha contribuito a concepire, nutrire e far crescere gli studenti del Corano, armandoli, addestrandoli e fornendogli combattenti sin dal giorno uno. È il Pakistan che ha formato i mujaheddin guerrafreddeschi e i talebani dei primi Novanta all’interno delle proprie madrase deobandi, dando loro una fede inossidabile nella quale credere e per la quale vivere e morire.

Ed è al Pakistan che i talebani debbono tutto, perché il loro primo emiro, il mullah Omar, poté catturare Kabul nel vicino ma lontano 1996 grazie al determinante supporto pakistano sotto forma di sabotaggi, intelligence, armi e combattenti. Ed è sempre ai pakistani che i talebani debbono Kabul 2021, perché non sarebbero mai sopravvissuti alla ventennale occupazione occidentale senza il nutrimento proveniente da Islamabad.

Capire l’asse talebani-Pakistan

L’asse inossidabile tra Pakistan e studenti del Corano è dato e dettato da una ragione terribilmente semplice: profondità strategica. I talebani sono lo strumento del Pakistan. Uno strumento che, dotando il Pakistan di una proiezione duplice e simultanea in Asia centrale e in India (vedasi Jammu e Kashmir), risulta indispensabile, indi sacrificabile soltanto in cambio di una ricompensa all’altezza del tributo richiesto. Ricompensa che gli Stati Uniti mai hanno proposto, perché mai interessati a trattare con il Pakistan da pari, da eguali.

I talebani, però, in quanto prodotto fabbricato e confezionato in Pakistan, avrebbero potuto essere gestiti, ed eventualmente uccisi, soltanto dal Pakistan. E se gli Stati Uniti, oggi, si ritirano frettolosamente e precipitosamente dall’Afghanistan, non è soltanto a causa dell’effettivo anacronismo della loro missione, ma anche e soprattutto perché, lasciando da parte le giustificazioni per la sprovveduta opinione pubblica, non hanno saputo comprendere il Pakistan. Un’incomprensione dovuta, forse, all’impatto senza tempo del pensiero sul Pakistan di Henry Kissinger, che all’acme della guerra fredda suggerì alla Casa Bianca di avvicinarsi all’India in chiave antisovietica e per lungimiranza – ne preconizzava la trasformazione in superpotenza – e di ridurre gradatamente impegno e interessi in Pakistan – che, al contrario, sarebbe stato condannato ad essere un’eterna potenza regionale.

Operazione Ciclone a parte, il Pakistan è stato effettivamente trattato come un attore di seconda classe da parte degli Stati Uniti. Un (mal)trattamento ricordato e dimostrato dalle varie richieste-pretese di tagliare i ponti con i talebani – senza offrire nulla in cambio – e dagli innumerevoli attacchi con droni operati negli anni della Guerra al Terrore – causa di oltre quattrocento morti tra i civili dal 2004 ad oggi –; due eventi che hanno accelerato il ritmo dell’allontanamento tra i due Paesi e che hanno incoraggiato il potente Isi ad avviare un rischioso (doppio) gioco con Cia e terrorismo internazionale durato vent’anni.

Un doppio gioco, quello dell’Isi, che per lungo tempo è stato rumoreggiato, poi è stato smascherato quella notte del 2 maggio 2011 ad Abbottabad, e che alla fine ha premiato il paziente Pakistan, la potenza incompresa che, dopo aver battuto gli Stati Uniti, si accinge a proiettarsi pericolosamente su quella vasta landa stesa dal Paropamiso al Kashmir, sognando di sconfessare Kissinger e tutti coloro che, come lui, avevano creduto alla maledizione dell’eterna semipotenza.