Politica /

Ormai da quasi una settimana Islamabad, la capitale del Pakistan è virtualmente assediata da migliaia di manifestanti islamisti che hanno organizzato un sit-in sull’autostrada che collega la capitale alla vicina metropoli di Rawalpindi causando ingenti danni alla viabilità e al trasporto delle merci e bloccando de facto la città. Più di tremila manifestanti armati di pietre e bastoni hanno disposto container su entrambe le carreggiate installando tende per passare la notte sul posto. Le autorità hanno già chiuso le scuole presenti nelle vicinanze nel timore che la situazione possa degenerare. Più di 650 agenti della polizia di riserva sono stati chiamati in servizio a Rawalpindi nel caso il governo decidesse di utilizzare la forza per porre fine al sit-in.

L’amministrazione distrettuale Giovedì ha chiamato 16 plotoni della polizia del Punjab, otto da Sargodha, sette da Mianwali e due da Attock.

La protesta è guidata da due dei principali partiti islamisti, in particolare dal Tehreek Labbaik Ya Rasool Allah (TLY), neonata formazione politica in cui sono confluiti gli ulema e i musulmani più fanatici e radicali tra i quali spicca il nome di Khadim Hussain Rizvi già noto agli organi di sicurezza pakistani per essere tra gli organizzatori delle manifestazioni anticristiane in Pakistan. Proprio Rizvi fu uno dei primi firmatari della richiesta di condanna a morte contro Asia Bibi, la donna cristiana rea, secondo le autorità giudiziarie, di aver profanato il sacro Corano. Il religioso è inoltre sospettato di essere in contatto con diverse sigle della galassia del terrorismo islamista operanti tra il Pakistan, l’Afghanistan e l’India.

Nelle recenti elezioni ai parlamenti regionali di Peshawar e Lahore il TLY ha ottenuto numerosi consensi erodendo i voti dei tradizionali partiti politici religiosi pakistani come il Jamaat-i-Islami. Quello che caratterizza il TLY rispetto ai suoi predecessori è il sistematico ricorso ad un linguaggio violento e pericoloso, non solo verso le minoranze etniche e religiose (cosa comune a tutti i partiti islamisti), ma soprattutto verso gli avversari politici. Nei suoi sermoni al vetriolo Khadim Hussein Rizvi ha più volte elogiato, quasi a santificarlo, la figura di Mumtaz Qadri, il poliziotto affiliato ai movimenti integralisti, che nel 2011 assassinò il governatore del Punjab Salmaan Taseer, reo quest’ultimo, di aver parlato in favore di Asia Bibi e da sempre contrario alla legge sulla blasfemia tutt’ora vigente in Pakistan.

Il TLY rappresenta una nuova forma di militanza politico-religiosa e sta ora pianificando di partecipare alle elezioni generali del 2018 utilizzando la delicatissima questione della blasfemia per mobilitare milioni di voti. Il sit-in di Islamabad sembra a tutti gli effetti parte integrante della sua campagna elettorale.

I manifestanti che hanno invaso le arterie principali di Islamabad chiedono a gran voce le dimissioni del ministro della Giustizia Zahid Hamid, colpevole di aver fatto approvare una legge proposta lo scorso ottobre dal Parlamento Federale. Si tratta di una modifica del giuramento richiesto ai parlamentari della Repubblica Islamica al momento dell’insediamento. I deputati erano tenuti a recitare la formula “giuro solennemente su Maometto sommo Profeta”. Per tutelare anche coloro che non professano la religione islamica, questa formula così rigorosa è stata omessa. Ma i movimenti islamici non hanno esitato a scendere in piazza per impedire la rettifica di questo cambiamento: “Non permetteremo a nessuno di cambiare le leggi islamiche, siamo disposti a morire per l’onore del Profeta” ha sentenziato Rizvi.

L’altra richiesta dei militanti del TLY è che il governo applichi in maniera rigorosa la legge sulla blasfemia, in particolare contro gli aderenti al movimento mistico degli ahmadi, considerati eretici dalla comunità musulmana che in questi giorni intona lo slogan:“C’è solo una punizione per chi disonora il profeta: il taglio della testa”.

Lo stesso ministro Hamid è stato più volte accusato di proteggere gli ahmadi e perfino di essere un loro confratello. Da parte sua il ministro ha rispedito le accuse al mittente ma ha in compenso sostenuto che il cambio della formula di giuramento è stato soltanto un “errore d’ufficio”, dimostrando ancora una volta che il Pakistan è in tutto e per tutto ostaggio degli islamisti.

La Ahmadiyya è un movimento religioso fondato nella regione del Punjab alla fine del XIX secolo da Mirza Ghulam Ahmad (da cui il movimento prese poi il nome). Le dottrine esoteriche e mistiche sufi di Mirza Ghulam, nate in seno alla cultura islamica, ben presto deviarono dall’ortodossia sunnita verso una più eterodossa forma di sincretismo che lo portò ad essere screditato dagli stessi studiosi musulmani che fino a quel momento lo avevano elogiato per i suoi contributi intellettuali al servizio dell’Islam. Il discredito intellettuale sconfinò repentinamente verso una violentissima persecuzione che costrinse i seguaci dell’Ahmadiyya a professare la loro fede in modalità quasi catacombali. Nel 1974 la repubblica del Pakistan dichiarò gli ahmadi “non islamici” (eretici), esponendoli a violenze e privazioni da parte delle frange più estreme dell’islamismo radicale. Nel 1984 il generale Zia ul-Haq ha addirittura introdotto diverse leggi che criminalizzano gli ahmadi che “osano” presentarsi come musulmani. È stato calcolato che in Pakistan dal 1985 al 2015 circa 256 ahmadi sono stati uccisi, ad una sessantina di essi è stata addirittura negata la sepoltura e 27 luoghi di culto sono stati demoliti.

Come sempre accade in questi casi, la diatriba legata alla formula di giuramento, apparentemente così innocua e destinata con ogni probabilità a risolversi, evidenzia problematiche molto più profonde. È evidente che la leadership civile e militare del paese non ha mai preso sul serio le politiche contro l’estremismo. Questo può essere stato deliberatamente deciso per convenienza politica o per paura di contraccolpi violenti. La situazione non è ancora del tutto fuori controllo, ma continuare con lo stato di inattività attuale potrebbe creare una situazione molto pericolosa e annullare i già esigui vantaggi ottenuti dal Pakistan nella sua infinita battaglia contro il terrorismo. L’inerzia con cui il governo sta facendo fronte a queste proteste getta un’ombra inquietante su quelli che potrebbero essere gli scenari futuri di un Pakistan sempre più isolato sul piano economico ed energetico: schiacciato tra l’eterno nemico indiano sempre più rafforzato grazie all’intelligenza strategica del premier Modi e il vecchio alleato americano sempre più distante e sospettoso. Una situazione estremamente differente da quelli che furono i fasti dell’era Bush.

In quest’ottica, “l’assedio di Islamabad” e l’accesso del TLY nella politica elettorale sono sviluppi inquietanti. Non solo aggiungeranno carburante al violento estremismo settario, ma ridurranno di molto lo spazio d’azione dei partiti islamici moderati. Quest’ultimo elemento è a dire il vero già una realtà consolidatasi dopo le recenti elezioni nei parlamenti regionali di Lahore e Peshawar che hanno visto un netto aumento del sostegno elettorale per i candidati TLY, anche a spese dei partiti della destra militare e nazionalista (storica vincitrice di tutte le tornate elettorali).

La sua partecipazione getterebbe un’ombra enorme sulle elezioni, in particolare nel Punjab, culla della politica settaria; non un buon auspicio per la già fragilissima democrazia pakistana. L’attuale incertezza politica e l’aggravarsi delle tensioni tra le leadership civili e militari forniscono un’atmosfera favorevole a questi nuovi gruppi di estremisti che sono recentemente emersi sulla scena politica.

Con ogni probabilità Rizvi e i suoi militanti alimenteranno i fuochi dell’estremismo violento, minacciando il processo politico democratico nel paese. Non sorprende che “l’assedio di Islamabad” e l’arrivo del TLY sulla scena elettorale abbiano innescato una miriade di teorie cospirative sui suoi sostenitori, in particolare quella che vede potenze straniere interessate alla destabilizzazione del Pakistan appoggiare economicamente queste formazioni estremiste. Non è chiaro chi potrebbero essere queste potenze straniere visto che in questo momento tutti i grandi attori della politica asiatico – mediorientale hanno un movente più che valido per desiderare il caos in Pakistan.

Ciò che è evidente è invece il netto fallimento dello stato pakistano nel contenimento della diffusione dell’estremismo religioso nel paese, lasciando il TLY e i suoi chierici liberi di predicare odio dal pulpito delle moschee . Uno stato, prontissimo nel passare all’azione quando si tratta di agire contro alcuni blogger che sposano vedute secolari etichettandoli come “traditori”, ma totalmente inerte e impaurito di fronte religiosi come Rizvi che istigano pubblicamente alla violenza contro la leadership civile e militare.

Sogni di diventare fotoreporter?
SCOPRI L'ACADEMY