“Un grande apprezzamento al presidente Shavkat Mirziyoyev per la sua leadership”. Che cos’ha spinto Kristi Noem, ex agricoltrice, per quattro volte rappresentante del Sud Dakota alla Camera e da poco più di tre mesi segretaria alla Sicurezza interna degli Usa, a elogiare il presidente a lei sconosciuto del lontano Uzbekistan? La decisione presa da Mirziyoyev, ovvero: accollarsi le “spese di spedizione” (e adesso vedremo quali) per riportare in Asia Centrale 131 persone che erano immigrate illegalmente negli Stati Uniti. Un volo charter atterrato ieri, più i trasporti degli espulsi verso i Paesi d’origine. Perché in Uzbekistan arrivano non solo i clandestini uzbeki ma anche quelli del Kazakstan e del Kirgistan, di cui Mirzoyeyev ha deciso di prendersi cura.
Si può capire che la battaglia contro i migranti stia molto a cuore alla Segretaria. Il Governo di cui lei fa parte ha finora arrestato 66.463 immigrati illegali e ne ha espulsi 65.682. E i fermi quotidiani al confine sono scesi a poco meno di 12 mila rispetto ai 160 mila della presidenza Biden. Ma sull’onda dell’entusiasmo la Noem ha aggiunto che gli Usa “continueranno a lavorare con l’Uzbekistan per garantire la reciproca sicurezza”, il che onestamente pare un po’ tanto. Anche perché, francamente, sembra che sia soprattutto l’Uzbekistan a stare “a cuore” agli Usa, più che il contrario.
Con 37 milioni di abitanti, una posizione strategica nel centro dell’Asia Centrale (quindi in prossimità di Iran e Cina) e un tratto di confine con l’Afghanistan, l’Uzbekistan è sempre stato un oggetto del desiderio della politica estera americana. Lo spauracchio dei talebani e l’attacco Usa all’Afghanistan dopo gli attentati delle Torri Gemelle avevano prodotto qualche risultato, in particolare l’installazione di un contingente Usa nella base di Karshi-Khanabad e la Dichiarazione di partnership strategica tra i due Paesi firmata nel 2002. In quel periodo gli Usa finirono nel mirino delle organizzazioni di difesa dei diritti civili, che li accusarono di aver svenduto i valori (in sostanza di aver promesso mano libera al presidente Islam Karimov, rimasto in carica dal 1991 al 2016) in omaggio alle esigenze strategiche.
Poi le rivoluzioni colorate in Ucraina, Georgia e nel confinante Kirghizistan avevano un po’ spento l’entusiasmo uzbeko, soprattutto quello di Karimov, che temeva di fare la fine di certi suoi colleghi. Così i rapporti si raffreddarono, la base di Karshi-Khanabad fu fatta sgombrare e il Parlamento locale approvò le tipiche leggi di questi casi: limitazioni alle Ong “sospette”, giro di vite alle operazioni “umanitarie” ecc. ecc.
Mirzoyoyev è più presentabile di Karimov e forse anche più astuto. L’anno scorso di questi tempi ha ricevuto a Tashkent con tutti gli onori Vladimir Putin, con il quale ha discusso di grandi (e improbabili?) progetti come la ferrovia e il gasdotto che dovrebbero correre dalla Russia al Kazakstan, all’Uzbekistan appunto e al Tagikistan fino ad arrivare in Pakistan e in India, sempre facendo finta di non capire che allo Zar interessa soprattutto che l’Uzbekistan non scivoli troppo verso Washington. Ma essendo l’uomo prudente che è, Mirzoyoyev si tiene buoni anche gli Usa. Soprattutto questi di Donald Trump, uno che, come ha detto perfidamente Joe Biden, prima spara e poi prende la mira. Ma è il presidente degli Stati Uniti, mica una controfigura di Hollywood, ed è sempre bene non dimenticarlo.