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Politica

Paesi Bassi: il ritorno del centro nella lunga crisi europea

La vittoria di Rob Jetten mostra comunque un'Olanda spaccata in due, tra apertura internazionale e diffidenza identitaria.
Olanda

La vittoria del centrista Rob Jetten, confermata dopo un lungo spoglio, non è solo un risultato elettorale ma il segnale di una democrazia olandese in cerca di equilibrio. In un Paese frammentato da anni di populismi e di governi instabili, battere di misura Geert Wilders, il “Trump olandese”, significa tentare di ricostruire il centro politico in un’Europa dove i moderati arretrano.

Una vittoria contro la rabbia populista

Il voto del 29 ottobre ha mostrato un Paese spaccato tra due visioni del mondo. Wilders, leader del Partito per la Libertà, ha puntato sulla paura dell’immigrazione e sull’ostilità verso Bruxelles. Jetten, leader dei centristi del D66, ha difeso apertura e stabilità. Il risultato finale – 26 seggi per ciascuno, ma 28 455 voti in più per Jetten – rivela una società lacerata tra chi invoca identità e chi chiede integrazione. Wilders ha accusato Jetten di arroganza e denunciato presunte irregolarità, un copione ormai familiare anche in altre democrazie occidentali. Ma dietro le polemiche resta la questione centrale: come conciliare la rappresentanza democratica con la rabbia di chi si sente escluso.

Un mosaico politico difficile da governare

Con un Parlamento frammentato in oltre dieci forze, formare un governo sarà un esercizio di equilibrio. Jetten, 38 anni, destinato a diventare il più giovane e primo premier dichiaratamente omosessuale dei Paesi Bassi, vuole costruire una coalizione con il CDA (centro-destra), i Verdi-laburisti e i liberali del VVD. In teoria avrebbe una solida maggioranza di 86 seggi, ma le divergenze su fisco, energia e immigrazione rischiano di bloccare tutto.

Il VVD, orfano di Mark Rutte, è riluttante ad allearsi con la sinistra verde; quest’ultima teme di perdere credibilità accanto ai liberali. L’antico pragmatismo olandese sarà messo alla prova.

Un segnale politico all’Europa

La vittoria di Jetten è anche un messaggio per Bruxelles: l’Olanda sceglie di restare nel campo europeista e riformista. Il voto degli olandesi all’estero, decisivo, mostra un orientamento internazionale: quasi un elettore su cinque ha votato D66, contro meno del 9 % per Wilders. Tuttavia il margine ristretto rende la posizione di Jetten fragile. Se la coalizione dovesse fallire, Wilders resterebbe in agguato, pronto a capitalizzare la delusione. L’Olanda diventa così un nuovo banco di prova per la sopravvivenza del centro politico europeo.

Economia e transizione verde

Sul piano economico, Jetten eredita un Paese prospero ma vulnerabile. La crisi abitativa, la transizione energetica e la dipendenza dal commercio europeo pesano sul modello olandese. L’indebolimento dell’economia tedesca e le tensioni globali tra Stati Uniti e Cina minacciano un sistema fondato sull’export. Jetten promette più investimenti verdi e sostegno ai redditi medi, ma il margine di manovra sarà limitato. I mercati hanno reagito con prudenza: il timore è un lungo periodo di incertezza politica che possa frenare le riforme.

Olanda come laboratorio europeo

Queste elezioni mostrano che l’Olanda è diventata un laboratorio politico: il vecchio asse sinistra-destra è sostituito da una moltitudine di identità e micro-partiti. La politica di coalizione, un tempo sinonimo di stabilità, rischia ora di diventare sinonimo di paralisi. Rob Jetten dovrà governare e al tempo stesso ricucire le fratture sociali. Tra un elettorato anziano diffidente verso la globalizzazione e una gioventù europea e urbana, il suo compito sarà costruire un nuovo equilibrio. Da questo dipenderà non solo il futuro dell’Olanda, ma anche la tenuta del centro europeista nel Vecchio Continente.

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