Tra il 27 e il 29 giugno i ministri degli esteri di Armenia e Azerbaigian, che sono rispettivamente Ararat Mirzoyan e Jeyhun Bayramov, si sono incontrati a Washington per discutere una bozza del trattato di pace che potrebbe mettere fine al conflitto trentennale tra i due paesi del Caucaso meridionale.
All’incontro ha fatto seguito un summit tra i leader dell’Armenia e dell’Azerbaigian, mediato dal presidente dell’Euroconsiglio Charles Michel, che si è tenuto a Bruxelles il 15 luglio. Anche questo appuntamento, similmente, era stato preceduto da delle bilaterali Mirzoyan-Bayramov, nel settembre 2022 e nel maggio 2023, avvenute su iniziativa del Segretario di Stato degli Stati Uniti, Antony Blinken, per supportare il processo di pace.
Il portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Matthew Miller, ha dichiarato che gli Stati Uniti “continuano a credere che la pace sia a portata di mano e che il dialogo diretto sia la chiave per risolvere i problemi rimanenti e per raggiungere una pace durevole e dignitosa”. Michel, da parte sua, è dell’idea che “il progresso reale dipende dai passi successivi che dovranno essere presi nel prossimo futuro”.
Uno dei problemi principali tra i due paesi è il fato del Karabakh storico, parte del quale è stato, durante l’era sovietica, una regione autonoma dell’Azerbaigian ed è stato in seguito riconosciuto dall’intera comunità internazionale come suo territorio sovrano.
L’attuale conflitto tra i due paesi è iniziato a cavallo tra il 1987 e il 1988, all’insegna dello slogan nazionalistico armeno del miatsum, associato alle richieste di unificazione dell’ex territorio autonomo con l’Armenia. Suddetto slogan fa riferimento a una particolare narrazione storica armena, molto simile a quella che la Russia sta promuovendo nei riguardi dell’Ucraina, secondo la quale un’ampia fascia del territorio è parte del suo legittimo dominio imperiale.
La posta in palio è la pace
Gli sforzi per ottenere un trattato di pace stanno incontrando molta resistenza, in special modo da parte della potente e politicamente influente diaspora armena. Questa diaspora si oppone così tanto alla pace che ha promosso una campagna contro il premier armeno Nikol Pashinyan a causa della sua volontà di riconoscere il Karabakh come parte dell’Azerbaigian.
Il drastico cambio di rotta di Pashinyan, che un tempo diceva “il Karabakh è Armenia”, è giunto dopo la scioccante sconfitta del suo paese nella cosiddetta seconda guerra del Karabakh dell’autunno 2020. Questo breve conflitto ha permesso all’Azerbaigian di liberare, in linea con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 1993, i suoi territori che erano stati occupati nella prima guerra del Karabakh del 1992-94.
Nel periodo interguerra l’Armenia ha goduto di quello che l’accademico statunitense Thomas Ambrosio ha descritto come “un ambiente internazionale molto permissivo o tollerante, che le ha consentito di annettere circa il 15% del territorio azerbaigiano”. Nel corso di questo periodo i media globali occidentali si sono focalizzati sulle rimostranze dell’Armenia per via di una varietà di fattori, dal potere della diaspora e delle lobby armene in molti paesi occidentali al fatto che il conflitto si adattava perfettamente alle narrazioni occidentali, che lo rendeva uno scontro di “cristiani contro musulmani” imbevuto dei tipici stereotipi orientalistici.
Il conflitto, in verità, è stato una tragedia per entrambi i popoli, ma i rapporti sulla distruzione diffusa nei territori azerbaigiani, sulla pulizia etnica degli azerbaigiani da parte di Armenia e Karabakh, sul suolo contaminato dalle mine e sulla dissacrazione delle moschee non hanno mai raggiunto il livello di attenzione internazionale che invece veniva dato alle insicurezze degli armeni o al destino del loro patrimonio religioso.
Ciò che adesso è sul tavolo negoziale potrebbe mettere fine al ciclo di violenza che è stato istigato dalle rivendicazioni territoriali degli irredentisti armeni nel Karabakh. Il trattato di pace ruota attorno al riconoscimento reciproco dell’integrità territoriale dei due paesi – principio che ha acquisito un significato fondamentale alla luce della guerra russo-ucraina.
La narrazioni storiche, sia in Armenia sia in Azerbaigian, restano certamente ostili e contrapposte l’un l’altra. La riconciliazione non sarà un’impresa semplice considerate le tragedie del passato. Ma il rispetto mutuo e genuino per il territorio dell’altro è l’unico modo di stabilire una pace duratura, e questo concetto è prevalente tra i decisori europei e americani che hanno promosso le trattative di pace negli ultimi due anni.
I fattori da considerare
Le discussioni degli esperti e della stampa riguardanti l’aspetto che dovrebbe avere una pace futura e durevole sembra che includano soltanto quello che racconta l’Armenia, ma anche ciò che hanno sofferto gli azerbaigiani e il loro senso di vulnerabilità a possibili attacchi futuri è importante.
Esempio: prendiamo l’attuale focus sulla strada di Laçın, che connette l’Armenia e la regione karabakha dell’Azerbaigian, ed è ampiamente considerata un’importante via di comunicazione per i suoi abitanti armeni. Raramente è stato menzionato, nelle recenti discussioni, che Laçın fu occupata e data alle fiamme dalle forze armate armene nel maggio 1992, evento apripista della futura occupazione dei territori azerbaigiani nel 1993. Ne consegue che il controllo del corridoio di Laçın è un imperativo di sicurezza nazionale, perché ci si deve assicurare che non venga impiegato per trasferire equipaggiamento e personale di natura militare, ma che venga usato per scopi umanitari, in accordo con la Dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020.
Nel frattempo, l’Azerbaigian ha offerto all’Armenia l’utilizzo di una strada alternativa attraverso Ağdam. Per coloro che hanno realmente a cuore gli armeni karabakhi, questa dovrebbe essere un’opzione perfettamente valida. Tuttavia, i leader armeno-karabakhi locali mantengono il loro desiderio per l’indipendenza, il miatsum, rifiutando ogni opportunità per un dialogo produttivo.
In maniera simile, devono essere prese in considerazione le preoccupazioni relative alle influenze straniere negative. Si consideri come il nazionalismo territoriale del Caucaso meridionale, in modo peculiare, unisca figure disparate come l’oligarca russo-armeno Ruben Vardanyan, che si è trasferito nel Karabakh per sabotare il dialogo tra gli armeni locali e le autorità centrali dell’Azerbaigian, il senatore democratico Bob Menendez, l’estrema destra tedesca dell’Alternativa per la Germania e i chierici iraniani. Molti azerbaigiani vedono quest’alleanza attraverso il prisma della turcofobia culturale o peggio – una combinazione di interessi egoistici di attori geopolitici e funzionari eletti che traggono beneficio da un elettorato nutrito di conflitti e divisioni. Una pace duratura nel Caucaso meridionale deve riconoscere che queste forze esterne non necessariamente rappresentano i punti di vista e gli interessi dei nativi della regione.
Un appello alla verità
I tentativi di imporre in qualsiasi forma all’Azerbaigian dei meccanismi internazionali in merito al Karabakh rivelano lo status impotente e fallimentare del Gruppo di Minsk dell’Osce, copresieduto da Francia, Russia e Stati Uniti, che l’ambasciatore Richard Hoagland ha descritto come una piattaforma per cene raffinate e procrastinazione.
Per amore della pace, tutte le parti devono fare meglio di così [ndr. del Gruppo di Minsk]. C’è una piccola finestra di opportunità per il conseguimento della pace, e i media globali hanno un ruolo da giocare per promuoverla e per confutare le narrazioni nazionalistiche antidiluviane sulla “presenza cristiana millenaria” o sull’imminente pulizia etnica. Contrariamente a queste letture, le evidenze sul campo dipingono un quadro più complesso, che include la pulizia etnica degli azerbagiaini e la distruzione massiccia nei territori un tempo occupati dell’Azerbaigian.
Se deve esserci pace, dobbiamo fare i conti con la realtà anziché con le narrazioni soggettive.
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