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L’intervista del cancelliere tedesco Olaf Scholz illustra il percorso intrapreso dalla Germania in questa delicata fase della politica mondiale. Un percorso difficile, di equilibrismo tattico e strategico in un’epoca che sembra sempre più spostarsi verso la polarizzazione. E in questo, Berlino appare all’interno del consesso Nato ed europeo non solo più isolata di prima, ma anche più debole, necessariamente costretta a prendere una posizione che per sua natura avrebbe voluto evitare.

La sfida di Berlino

Rompere con la Russia non è un’opzione priva di conseguenza per la Germania. Scholz lo ha fatto capire sin da subito così come lo hanno manifestato più volte sindacati e industriali tedeschi. Non si tratta di un superficiale abbandono degli ucraini al loro destino, ma di un’inevitabile presa di coscienza dei propri interessi. Per un sistema-Paese che vive proiettato a est e al centro dell’Europa e con il gas e il petrolio russi ad alimentare a prezzi convenienti l’economia germanica, Scholz ha preso atto che la continuità della “Ostpolitik” tipica dei governi precedenti non è una resa al Cremlino, ma al limite ai propri interessi economici e politici. Una sfida complessa e sempre più ad alto rischio, perché se da un lato la Germania prova a strappare condizioni meno pesanti alle sanzioni volute dagli Stati Uniti, dall’altra parte deve anche fare i conti con la pressione di Washington, Bruxelles e di molti segmenti di partiti e opinione pubblica favorevoli al pieno supporto a Kiev.

In questa condizione così difficile, Scholz cerca l’ultima strada per evitare di abbandonare la sua posizione come perno della cosiddetta “Gerussia”. All’inizio della guerra è stato costretto a fermare proprio all’ultimo l’attivazione del gasdotto Nord Stream 2, fondamentale rotta energetica che avrebbe reso Berlino l’hub europeo del gas russo. Ma ora, sulle richieste di armare in modo ancora più deciso l’Ucraina e di porre l’embargo al petrolio e gas di Mosca, le cose si complicano.

I punti fondamentali di Scholz

Le parole del cancelliere tedesco, nell’intervista apparsa anche su La Stampa, segnalano alcuni punti fondamentali di questa agenda berlinese. Scholz para i colpi di un’intervista, realizzata dallo Spiegel, molto dura. Le accuse nei confronti di una politica troppo morbida con Vladimir Putin e essere stati legati a doppio filo all’energia russa piovono sul cancelliere tedesco come pugni su un ring. Eppure Scholz, che era ministro già nella Grande Coalizione di Merkel, riesce in qualche modo a parare i colpi ribadendo un principio molto chiaro: non c’è né desiderio di accettare le accuse da parte del blocco più antirusso sul passato, né accettazione delle critiche sulle scelte presenti. Il capo di governo tira dritto e sono parole che aiutano a dipingere un nuovo quadro anche del ruolo tedesco in Europa.

Nel definire lo Spd (il partito socialdemocratico) un “partito di pace” ma che “non è mai stato pacifista”, Scholz conferma quel desiderio tedesco di riappropriarsi di una cultura della difesa abbandonata per molti decenni sia per obblighi internazionali che per desiderio di apparire come superpotenza esclusivamente economica ma “benefica”. Sul punto, in particolare sull’enorme piano di investimenti per la Difesa, il cancelliere “spera in una maggioranza patriottica ben oltre i confini della coalizione”.

Inoltre, sul fronte delle armi all’Ucraina e alla possibilità di un allargamento del conflitto per fermare le forze russe, il capo del governo tedesco pone due temi estremamente importanti. Ribadendo di “confrontare ogni giorno i nostri principi con la realtà”, Scholz sembra volere riaffermare un pragmatismo come motore della diplomazia tedesca scevro dalle spinte emotive. Scelta molto difficile in un periodo in cui è chiaro che sia quasi impossibile scindere la politica dall’ideologia e dal naturale sentimento di tutela dell’aggredito. Il leader socialdemocratico ribadisce di affrontare “con tutti i mezzi a nostra disposizione la terribile sofferenza che la Russia sta causando all’Ucraina, senza creare però un’escalation incontrollabile”. Una via che comunque deve fare i conti con il pressing statunitense che proprio dalla base tedesca di Ramstein ha ottenuto che anche la Germania invii armi pesanti alle forze ucraine per rispondere alle truppe russe.

E sugli obiettivi da raggiungere, la Germania auspica il cessate il fuoco, il ritiro delle truppe russe e un accordo di pace che garantisca sovranità e sicurezza dell’Ucraina. Scopi che sembrano perfettamente in linea con tutto il consesso euro-atlantico ma che si differenziano sulla strada da intraprendere. Scholz, infatti, esprime alcuni concetti molto netti. Il primo: Non vedo affatto come un embargo sul gas porrebbe fine alla guerra. Se Putin fosse stato aperto ad argomenti economici, non avrebbe mai iniziato questa guerra folle”. Secondo concetto: “Vogliamo evitare una crisi economica drammatica, la perdita di milioni di posti di lavoro e di fabbriche che non riaprirebbero più”.

La risposta dell’asse franco-tedesco

Per l’Europa, questa presa di posizione della Germania non è un elemento secondario. L’asse franco-tedesco, elemento centrale della politica europea e vero e proprio motore dell’Unione, si è rivelato in questa fase bellica poco influente. Il richiamo all’ordine degli Stati Uniti per tutta l’Alleanza Atlantica ha manifestato la forza ancora preponderante di Washington rispetto alle gerarchie europee. E molti Paesi, anche se legati economicamente alla Germania, hanno voltato le spalle all’equilibrismo tedesco per scavare un solco molto profondo con la Russia. Il blocco dei Paesi orientali si è rivelato non solo più ampio, ma anche più dinamico e attualmente più vicino al sistema atlantico e quello che supporto in modo totale Kiev. A questo si aggiunge poi il nodo francese: finora Emmanuel Macron, impegnato nella corsa all’Eliseo, è sembrato fortemente impegnato a trovare un dialogo fruttuoso con Putin ma senza potere muoversi in modo del tutto autonomo. Il peso della corsa elettorale si è certamente fatto sentire e questo ha costretto lo stesso capo dello Stato a barcamenarsi tra il tipico autonomismo di Parigi e la volontà di non compiere strappi con Joe Biden in un momento essenziale per la rielezione.

Con la conferma del mandato, è possibile che l’asse franco-tedesco si riabiliti, soprattutto perché l’Europa, in questo momento, ha due leadership rinnovate sia a Berlino che a Parigi. Scholz, a meno di clamorose assenza di fiducia, è comunque fresco di elezione. Macron è stato appena rieletto per altri cinque anni. Francia e Germania possono quindi riappropriarsi di una certa tranquillità nella rotta per la gestione del Vecchio Continente e il cancelliere tedesco, facendo capire quale sia l’agenda della più grande potenza economica continentale, può segnare un cambio di passo anche da parte del capo dell’Eliseo.

Se l’asse franco-tedesco, e quindi l’Unione europea, tenterà di svincolarsi dall’eccessiva adesione alle strategie di Washington, Londra e del blocco baltico-orientale, l’opportunità può arrivare proprio dal possibile ruolo nell’accordo di pace sull’Ucraina. E con un rinnovato discorso di autonomia strategica europea che l’invasione russa ha per ora messo completamente a tacere. Ipotesi che comunque deve fare i conti con quella per ora appare una realtà ineluttabile: Washington ha dato ampia prova di sapere non solo ricompattare gli alleati, ma anche di far sì che questi rispondessero affermativamente alle richieste di Casa Bianca e Pentagono nonostante anni di buoni affari con Mosca.

La scelta dell’Italia

L’Italia, come terza potenza di questa Ue in piena ridefinizione, ha a questo punto due alternative. La prima è quella di un approccio molto più sinergico con la Germania, sperando nel supporto francese e nella comunanza di intenti con la Turchia. Ipotesi che porterebbe Roma su un binario di mediazione confermato anche dall’essere tra i futuri garanti della pace. Seconda alternativa è invece il rafforzamento dell’asse con gli Stati Uniti e con il Regno Unito in chiave di blindamento del ruolo della Nato e dell’Italia all’interno dell’Alleanza. Una scelta votata all’intransigenza nei confronti del Cremlino che però potrebbe porre Roma nella condizione di dover accettare conseguenze economiche che, come dimostrato dalle stesse parole di Scholz, non sarebbero affatto minime.

Scelte di campo e complesse su cui si gioca non solo il destino di Kiev, ma dell’intero continente. Berlino sembra voler richiamare intorno a sé un nucleo di Paesi che si compatti di fronte ad alcune linee rosse sia nei confronti di Putin che nei confronti di Biden: tutto dipenderà però dal desiderio di voler colpire e isolare ulteriormente la Germania e soprattutto dalle capacità del cancelliere tedesco di attrarre consenso. Il capo del governo federale rischia di rimanere impantanato nel suo stesso doppio gioco, complice un passato tedesco sempre particolarmente legato alla Russia. E la sua figura non appare al momento capace di unire gli altri leader Ue come poteva essere quella di Merkel, sulla quale comunque continuano a piovere critiche per avere legato a doppio filo Berlino agli asset di Mosca.

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