Hanno vinto i “cattivi“. O forse, più semplicemente, cattivi non lo sono mai stati. La stretta di mano fra il presidente della Corea del Sud Moon Jae-in e il leader della Corea del Nord, Kim Jong-un, è il simbolo di una speranza. Ma è anche il simbolo di una vittoria. Quella dei leader considerati “cattivi”, “duri”, “bellicosi”. I presunti dittatori.
Donald Trump, Kim Jong-un, Vladimir Putin, Xi Jinping e Moon Jae-in. Se non fosse per l’ultimo, il placido ma geniale presidente sudcoreano, gli altri quattro sono considerati da molti o come dittatori, o come pazzi o come assassini. Eppure, nella loro retorica forte, dura, da propaganda di guerra, hanno ottenuto quanto volevano: una stretta di mano storica fra Seul e Pyongyang.
I leader hanno avuto la meglio sull’establishment e, in un modo o nell’altro, la loro durezza ha avuto la meglio sulla compassata diplomazia occidentale. È finita l’epoca dei tentativi: si è passati a un’epoca diversa. Non c’è una regola predefinita. Sembra quasi che le regole del rispetto siano state messe da parte. Siamo entrati in un’epoca di durezza, ma anche di capacità di sintesi.
Trump in questo senso è stato un’ariete di sfondamento. Le sue maniere rudi, irrispettose, a dir poco arroganti, hanno avuto un merito. quello di rovesciare le carte sul tavolo. La sua, come già detto, è una politica che ricalca la logica dell’uomo d’affari. L’obiettivo è arrivare a un accordo. Se necessario, anche attraverso la voce grossa o l’offerta al ribasso. Ma non abbandona mai, realmente, il tavolo della trattativa: soprattutto se l’affare gli interessa.
Kim Jong-un, dipinto come un pazzo, etichettato con le peggiore definizioni possibili e descritto nella migliore delle ipotesi come un assassino, si sta dimostrando un politico razionale e un fine stratega. Con un Paese colpito da sanzioni che farebbero crollare qualsiasi governo e con un sistema attaccato da tutte le parti, il leader coreano ha saputo tirare la corda. Test nucleari, minacce di guerra, aumento delle spese militari. Eppure, tutto ha avuto un senso nell’ottica di ottenere la pace. Voleva un’assicurazione sulla vita, l’ha ottenuta. E adesso può scendere a compromessi come aveva sempre voluto fare.
X Jinping e Vladimir Putin, due leader considerati da più parti come dittatori, hanno mosso le loro pedine nella maniera esatta. Anche qui minacce, sì, ma minacce che hanno condotto a una pacificazione. Il lavoro vero è sempre stato per la pace, anche se ammantato di retorica bellicista. Una retorica cui non eravamo abituati, ma che ha portato più risultati di quella finta ipocrisia che accompagna buona parte dei leader occidentali. Molto spesso bloccati sulla forma ma mai realmente improntati alla sostanza.
Tutto con un rischio chiaramente. L’alea resta, ed è quella che alla retorica conseguano i fatti. Ma nessuno vi ha dato seguito. Ed è interessante notare che, mentre questi leader “cattivi” non hanno mai voluto realmente la guerra, gli Stati profondi dei singoli Paesi coinvolti la guerra la stanno ancora cercando. Questi leader accusati di essere artefici di un mondo ingiusto, sono in realtà quelli che, nella loro durezza, stanno cercando il modo di evitare lo scontro.
Esistono invece sistemi che non vogliono che si arrivi alla pace. E nella maggior parte dei casi, sono quelli che accusano questi singoli presidenti di essere portatori dello scontro. Diffidiamone. La pace, questa volta, la fanno i cattivi. E come nei tipici film campioni d’incassi, anche i cattivi, a volte, diventano supereroi.