Un assist ungherese alla campagna elettorale per le elezioni presidenziali francesi o piuttosto il calcio di inizio della corsa di Viktor Orban a un nuovo mandato da premier? Una cosa non esclude l’altra. Ma la visita a Budapest del giornalista e politico di estrema destra Eric Zemmourinvitato nella giornata di venerdì 24 settembre per partecipare alla quarta edizione del “Budapest Demographic Summit”, ha valenza tutt’altro che secondaria nel quadro delle linee guida politiche del Vecchio Continente.

Segnala, a suo modo, una “sconfessione” da parte del leader magiaro di quella Marine Le Pen che è stata per anni la principale esponente del sovranismo in Europa occidentale, prima di cercare a detta di molti critici una svolta moderata nel tentativo, finora infruttuoso, di sfondare nell’elettorato di centrodestra moderato in vista di una candidatura alle presidenziali. Mostra che non mancano i leader politici in Europa ancora pronti a perorare l’agenda orbaniana e cerca di ravvivare in chiave propagandistica i temi a lui più cari: la lotta al multiculturalismo e al declino demografico dell’Europa, una visione sociale conservatrice e l’identitarismo culturale. Col summit a cui hanno partecipato anche l’ex vicepresidente Usa Mike Pence e i primi ministri di Slovenia, Serbia e Repubblica Ceca (per l’Italia ospite come relatore l’ex ministro e vicesegretario della Lega Lorenzo Fontana) Orban si vuole porre idealmente alla guida di una costellazione di forze politiche capace di costituire un nuovo polo politico a destra dopo la fuoriuscita del suo partito, Fidesz, dal Partito popolare europeo. E per farlo risulta fondamentale sovrapporre le istanze delle elezioni ungheresi della prossima primavera, per le quali l’opposizione ungherese si sta riorganizzando, con quelle delle decisive presidenziali francesi a cui il 63enne editorialista di Le Figaro intende candidarsi nel Rassemblement  National.

Orban intrattiene spesso relazioni con leader considerati affini in Europa indipendentemente dalla loro posizione di governo, ha incontrato negli scorsi anni più volte figure come Matteo Salvini e Giorgia Meloni ma al contempo ha più volte disatteso le aspettative della Le Pen per un analogo incontro. Nel Rassemblement il leader magiaro sembra piuttosto guardare all’ala conservatrice e identitaria incarnata dalla nipote della Le Pen, Marion Maréchal, a cui Zemmour è più ideologicamente affine. Rappresentandone, anzi, l’ala radicale: nel suo saggio Il suicidio francese, in particolar modo, Zemmour ha preso esplicitamente posizione contro l’immigrazione, il multiculturalismo e le influenze della globalizzazione sulla società francese. Portando agli estremi quella contrapposizione tra centro e periferia, tra la metropoli e la Francia rurale, tra i valori francesi e le minacce ritenute legate ai nuovi modelli sociali che il Rassemblement ha sempre cavalcato cercando, negli ultimi anni, di liberarsi dal cordone sanitario impostogli dagli avversari.

Zemmour si è scagliato anche contro l’egemonia culturale della sinistra, cominciata a suo avviso nel Sessantotto, sostenendo che “l’ideologia antirazzista e multiculturale della globalizzazione sarà per il ventunesimo secolo quello che il nazionalismo è stato per il diciannovesimo e il totalitarismo per il ventesimo: una fede messianica e guerrafondaia nel progresso, che trasforma il conflitto tra nazioni in un conflitto all’interno delle nazioni”. Secondo Politico, che ha raccolto voci dall’entourage di Zemmour, la visita del giornalista che non ha ancora sciolto la sua riserva sulla candidatura all’Eliseo ma è stato molto critico della gestione di Marine Le Pen può legittimare sia il progetto orbaniano sia le aspirazioni presidenziali della voce culturale più influente dell’estrema destra francese. Deciso a seppellire ogni volontà “governista” della figlia del fondatore dell’ex Front National in nome della purezza ideologica. Con lo zampino, tutt’altro che celato, della stessa nipote ed ex deputata. Presente a Budapest all’evento sulla demografia, di fronte ai giornalisti Marion si è rifiutata di esprimere un favore della zia o del giornalista ultraconservatore in vista delle prossime elezioni presidenziali. “Conosco bene Zemmour e lo apprezzo, lo sapete bene”, ha chiosato. “Non è un segreto”, ha aggiunto, come a voler far intendere che la convergenza è sotto gli occhi di tutti.

A Budapest, in un certo senso, rivive l’Europa identitaria, un’Europa che sui temi e sulle discussioni riecheggia molto quella pre-pandemia. Zemmour appare a Orban la figura ideale per promuovere in Francia il suo progetto e il premier ungherese lo “sponsor” ideale per una futura campagna presidenziale del giornalista e tribuno anti-Le Pen. In un certo senso, parliamo di un discorso fuori dal tempo nell’era del Covid, che ha portato il sovranismo a diventare da ideologia dato di fatto, messo in campo nuove articolazioni del potere statale come prioritarie e fatto venire meno l’attenzione sui grandi, a tratti apocalittici, dibattiti sui massimi sistemi in favore di pragmatismo e realismo. Gli ungheresi vivono però nel pieno flusso della storia e per la sua campagna elettorale Orban necessita ancora di questa retorica, che è pane per i denti di Zemmour: quanto ciò pagherà politicamente per un leader desideroso di consolidarsi al potere e un candidato in pectore che potrà cambiare la destra francese lo si vedrà solo nei prossimi anni.