La geopolitica della corsa allo spazio
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L’Unione europea è la colonna portante della grand strategy per l’Eurasia degli Stati Uniti. E svolge questa funzione, di 51esimo stato nell’appendice ponentina del supercontinente mackinderiano, sin dal secondo dopoguerra e sin da quando si chiamava Comunità Economica Europea.

L’allargamento nello spazio postcomunista avrebbe dovuto renderla più stabile, sicura e prospera, perché si dice che il numero fa la forza, ma la storia recente sembra suggerire il contrario. L’inglobamento di stati postsovietici e membri dell’ex patto di Varsavia nell’Eurofamiglia ha avuto delle (in)evitabili ripercussioni sul piano della politica estera, complicando ulteriormente il mai facile rapporto con la Russia e semplificando il traghettamento della sonnambula Ue nella competizione tra grandi potenze. Non si possono comprendere gli eventi di oggi ignorando gli sconvolgimenti geopolitici degli anni Novanta.

Gli Stati Uniti hanno intravisto nella disfunzionalità di quella famiglia allargata che è l’Ue, composta da fratelli coltelli e parenti serpenti, un prezioso tallone d’Achille col quale perseguire uno dei più antichi giochi del mondo: il divide et impera. Fino alla Brexit, la cui epocalità si fa ancora fatica a comprendere, il miglior cavallo (di Troia) a disposizione di Washington era stata Londra. Nel dopo-Brexit, inevitabilmente e naturalmente, l’onere-onore di comprimere l’asse Parigi-Berlino è passato al duo Baltici-Visegrad.

Tutto ciò che viene concepito nella microegemonia costituitasi lungo la Tallinn-Varsavia, dalla E40 al Triangolo di Lublino, risponde a un preciso disegno macroegemonico di Washington, e cioè lo spostamento della mai caduta Cortina di ferro dalla Mitteleuropa all’Intermarium. Ma i tenaci fautori dell’autonomia strategica europea sembrano aver trovato il modo di sabotare l’agenda degli Stati Uniti: l’Ungheria revisionista di Viktor Orban.

Orban: quinta colonna di Putin o trequartista di Macron?

La battaglia per il sesto pacchetto di sanzioni contro la Russia si è da poco conclusa e tutti, per diversi motivi, hanno dei motivi per celebrare come una vittoria l’esito finale del teso dibattito. La Russia per via della gradualità del disaccoppiamento petrolifero, che le permetterà di operare delle azioni di mitigamento dei danni in tempo utile. Gli Stati Uniti per il disaccoppiamento petrolifero in sé, in quanto nuovo e fondamentale mattoncino dell’edificio della separazione delle due Europe. L’asse franco-tedesco perché l’Ungheria, ancora una volta, ha salvato il salvabile.

Orban non verrà punito per aver imposto all’Eurofamiglia un disaccoppiamento petrolifero progressivo, per aver congelato momentaneamente un economicida embargo sul gas e per aver impedito che la massima autorità spirituale dell’Ortodossia russa, Cirillo, venisse colpita da sanzioni generando uno scandalo trasversale – società russa, credenti ortodossi, Vaticano e resto del mondo. Orban, al contrario, verrà ringraziato dall’asse Parigi-Berlino per aver dilazionato l’implementazione degli ultimi obiettivi dell’agenda antieuropea della presidenza Biden, che ha già mietuto delle vittime eccellenti – il Nord Stream 2 –, e indebolito a proprie spese l’alleanza Visegrad, cuscino protettivo di Budapest e quinta colonna di Washington.



Il nemico del mio nemico è mio amico

Interessi coincidenti; questa è la ragione per cui Emmanuel Macron e Orban stanno agendo di concerto per evitare che il progetto dell’autonomia strategica, oggi in coma, muoia definitivamente. I due statisti avevano seppellito l’ascia di guerra nel dicembre 2021, durante le trattative sulle cosiddette garanzie di sicurezza, preconizzando la necessità di un’intesa tattica in caso di emergenza.

Mandando avanti Orban, aprioristicamente inviso all’amministrazione Biden e abituato agli scontri frontali, Macron ha consentito e sta consentendo alla Francia di mantenere aperto un canale di dialogo con la Russia, di mitigare gli effetti della “guerra economica totale” lanciata da Biden alla Russia (e all’Ue) e di preservare la propria immagine presso gli Stati Uniti. Orban, in cambio, ottiene da Macron supporto in sede europea, dove l’ostilità va aumentando a causa dell’ostracismo di Fidesz, e magnetizza un consenso, sia in patria sia nell’estero che conta, utile a rafforzare il proprio sistema partitocratico.

Uno, numero perfetto

In un contesto quale quello europeo, dove l’unanimità è tutto, Macron ha trovato in Orban un improbabile ma utile alleato nella causa dell’autonomia strategica. Nessuno avrebbe potuto ricoprire il ruolo di sabotatore dell’agenda bideniana meglio di Orban: non Macron, per ragioni di realpolitik – la Francia non può permettersi un confronto aperto con gli Stati Uniti –, non Olaf Scholz, vittima del fuoco incrociato di Biden e Verdi, e neanche il tecnocrate Mario Draghi.

Orban era ed è l’uomo giusto per Macron perché aveva e ha dei pretesti genuini per giustificare in casa e all’estero la propria agenda ucrainoscettica – la questione della Transcarpazia –, ha le spalle coperte da eventuali rappresaglie – stabilità politica data dall’esito delle urne, economia tutelata dalla forte presenza franco-tedesca – ed è consapevole della centralità di Budapest nei contesti della competizione tra grandi potenze e della guerra civile occidentale.

Nel supportare a oltranza Macron e la linea dell’accomodamento con la Russia, però, Orban rischia di isolare l’Ungheria all’interno dell’alleanza Visegrad, o peggio di gettare le basi dell’implosione del blocco. Perché questo gioco ha la forma di un campo minato e dopo il salvataggio di Cirillo, che ha contentato Macron (e Putin) e irritato tutti gli altri, ogni mossa successiva si fa più rischiosa.

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