Quando Xi Jinping è arrivato a Wuhan, accolto dai cittadini festanti, è apparso subito chiaro come la Cina avesse intenzione di utilizzare la “battaglia contro il demone” Covid-19 per accreditarsi agli occhi del mondo intero. Se in un primo momento tutti gli indici erano puntati contro Pechino, accusato di aver tardato nell’annunciare la comparsa del nuovo coronavirus, adesso tutti fanno a gara per copiare la ricetta cinese utilizzata per neutralizzare quasi completamente la virale epidemia.
Il “modello cinese” prevede misure ferree ed è impossibile da esportare in Occidente. Le costituzioni cui fanno riferimento le democrazie liberali impediscono limitazioni personali così stringenti e, come se non bastasse, i cittadini non accetterebbero mai disposizioni del genere, neppure a fronte di un’emergenza sanitaria come quella che si sta abbattendo in Europa.
Eppure, senza alcun vaccino in circolazione, l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ha detto chiaramente che quella cinese è l’unica strategia valida per stroncare sul nascere l’epidemia prima che sia troppo tardi. La Cina ha inghiottito l’amaro sciroppo ed è riuscita a debellare la malattia. Ci riusciranno anche le potenze occidentali?
La cavalcata trionfale di Xi
La risposta a questa domanda potrebbe cambiare gli equilibri geopolitici dei prossimi decenni. Già, perché mentre la Cina, bene o male, può dire di aver superato la sua ora più buia, adesso bisognerà capire come si comporteranno i Paesi europei e, soprattutto, gli Stati Uniti.
La risposta di Pechino al coronavirus è stata dura, proprio come se quella contro il Covid-19 fosse una battaglia in piena regola. Ogni singolo cittadino aveva un ruolo da recitare e il popolo, unito, doveva marciare verso un’unica direzione. La macchina propagandistica, unita alle efficaci misure politiche, ha così trasformato un ostacolo che avrebbe potuto mettere a rischio la tenuta del sistema politico cinese in un’occasione per dimostrare al mondo intero fosse all’avanguardia il “socialismo con caratteristiche cinesi”.
Prima che scoppiasse l’emergenza coronavirus, molti esperti ritenevano che l’avvento di un’epidemia simile alla Sars avrebbe potuto distruggere l’armonia sociale e far emergere tutte le debolezze di Xi Jinping. Così non è stato. Anzi: Xi, ora, è pronto a prendersi il mondo.
Le incertezze americane
Molto dipenderà da come gli Stati Uniti affronteranno il nuovo coronavirus. L’approccio iniziale non è dei migliori, visto che Donald Trump ha scritto su Twitter che “l’anno scorso 37mila americani sono morti per l’influenza comune” e che in media ne muoiono “tra i 27mila e i 70mila all’anno” mentre “in questo momento ci sono 546 casi confermati di coronavirus con 22 morti”.
Peccato che adesso, poche ore dopo il tweet del presidente, i contagi abbiano sfondato quota mille e che, a meno di precauzioni, continueranno a salire proprio come accaduto in Italia, con l’eccezione che il nostro Paese può contare su un sistema sanitario agli antipodi rispetto a quello statunitense.
Lo scenario peggiore per Trump potrebbe essere quello in cui lui, The Donald, farà la figura dell’incompetente mentre Xi Jinping vestirà i panni del salvatore del mondo. Se il signor Xi aveva già dimostrato di poter disporre di un potere pressoché assoluto, gli ultimi due mesi hanno rafforzato ulteriormente questo potere. Che, fino a prova contraria, è stato l’unico capace di modificare le abitudini economiche, familiari e sociali del proprio popolo per far fronte a una crisi sanitaria senza precedenti.