Barack Obama è il vero candidato alla presidenza degli Stati Uniti per il Partito Democratico. L’ex inquilino della Casa Bianca non può ricandidarsi per legge, ma rimane il capo corrente di Joe Biden, che ha vinto le primarie, e l’uomo più in vista dell’intero arco ideologico progressista occidentale. Per questi semplici motivi, Donald Trump non sta combattendo una sfida uno contro uno, ma qualcosa di più complicato: una battaglia tra due letture opposte della realtà politica americana, e non solo.

A Joe Biden è rimasto qualche spazio di autonomia narrativa: l’ex vicepresidente è intervenuto in video durante il funerale di George Floyd, ponendo un accento sull’urgenza di una “giustizia razziale“. Il fatto che Obama parli ai cittadini americani ogni giorno ha quasi seppellito dal punto di vista mediatico la campagna elettorale del senatore che il tycoon chiama “Sleepy Joe”.

Biden non sfonda gli schermi come Obama. E non riesce a stimolare l’immaginario degli statunitensi com’era riuscito a fare il primo Commander in Chief afroamericano della storia federale. Gli asinelli lo sanno e stanno cercando di correre ai ripari. Questo prescinde da quello che raccontano quei sondaggi che, come abbiamo imparato nel 2016, possono sbagliare e di molto.

Al fianco di Joe Biden c’è una casella vuota: quella che deve occupare il candidato alla vicepresidenza degli Stati Uniti. Il vice di Trump è Mike Pence, che verrebbe così riconfermato in caso di vittoria repubblicana. Chi sarà invece il numero due della Casa Bianca nel caso in cui a trionfare fosse il partito degli asinelli? Ora come ora non esiste una risposta a questa domanda.

La rosa sfogliata dal senatore del Delaware è piena di petali: Elizabeth Warren; Kamala Harris; Amy Klobuchar. I politologi sono convinti che a correre insieme a Biden da qui a novembre sarà una di queste tre esponenti. Tutte e tre, peraltro, hanno partecipato senza troppo successo alle primarie democratiche. In realtà, l’unica che potrebbe allargare la platea degli elettori di Biden è la Warren: la senatrice gode di un largo sostegno tra le fasce meno abbienti. Quelle che il moderatismo del candidato presidente potrebbe non intercettare.

Ma la Warren è anche espressione di una sinistra molto poco obamiana. Un conto è comporre una strategia per ottenere il maggior numero di consensi possibili, un altro è rispettare le logiche dei correntismi. Pocahontas, come la chiama sempre il tycoon, non è ancora fuori dai giochi, ma se Biden avesse voluto scegliere la Warren come candidata vicepresidente, probabilmente lo avrebbe già fatto. Tutto questo tempo di attesa è sospetto. E lascia pensare che un colpo di scena possa celarsi dietro un angolo.

Michelle Obama ha pubblicamente detto di non voler scendere nell’agone politico. Anche in questo caso: se Michelle avesse voluto far parte della campagna elettorale, si sarebbe candidata alle primarie. A sinistra si tende a pensare che Michelle Obama sia sincera. A destra si ritiene che Michelle Obama abbia ambizioni tenute a bada per via di tatticismi e tempistiche. Il proprietario della verità è il tempo.

La strada per le elezioni presidenziali è in discesa e il tempo scorre veloce sull’orologio di Joe Biden, che prima o poi dovrà annunciare la composizione della sua squadra, con il vicepresidente in testa. Circola persino il sospetto che gli Obama, nel caso si accorgessero che Biden proprio non funziona, suggeriscano a Joe di ritirarsi poco prima o a ridosso della Convention, in a quel punto potrebbe essere designato un nuovo candidato alla vicepresidenza. Biden sarebbe insomma servito a preparare il terreno.

Quest’ultima è un’ipotesi abbastanza scartabile, ma finché non viene indicato un candidato vicepresidente con chiarezza è anche un’ipotesi destinata a far discutere ancora. Poi c’è un altro scenario: quello che prevede che gli Obama commissionino Biden. In che modo? Michelle Obama sarebbe una vicepresidente piuttosto ingombrante. Anche se gli Obama, nel caso Biden vincesse a novembre, avrebbero comunque un margine di manovra amplio all’interno della Casa Bianca.