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“In Arabia Saudita torna l’islam moderato”. Lo ha annunciato il principe della Corona, Muhammad bin Salman. Prima riflessione: se adesso a casa Saud torna l’islam moderato, allora significa che fino a ieri non c’era. E questo è noto a tutti, dato che, come abbiamo scritto più volte, Riad sta in piedi grazie al wahabismo una versione radicale dell’islam. Ora il principe vorrebbe tornare indietro: “Torniamo – ha aggiunto il principe ereditario – a ciò che eravamo prima, una nazione il cui islam moderato è aperto a tutte le religioni e al mondo. Non trascorreremo i prossimi 30 anni della nostra vita avendo a che fare con idee di distruzione. Invece, le schiacceremo. Metteremo fine all’estremismo molto presto”. Parole belle, bellissime, anzi. Ma dobbiamo davvero aspettarci un cambiamento simile?

Cos’è il wahabismo 

Inizia tutto a metà del Settecento, quando Muhammad Ibn abd al Wahhab inizia un movimento di riforma, per tornare agli albori dell’islam attraverso la centralità della sovranità di Dio e, sopratutto, una lettura molto rigorosa dei Testi Sacri, Sunna e Corano in particolare.

L’approccio di Ibn Wahhab è radicale in tutto. Le tombe e i mausolei dei santi devono essere distrutte, e il pellegrinaggio verso di esse deve essere vietato. Le pene corporali (hudud) devono essere integralmente recuperate e rigidamente applicate. Nel tentativo di riformare l’Islam, Ibn Wahhab si oppone – paradossalmente, in un certo senso – a qualunque forma di innovazione (bid’a) nell’Islam, avvertendo i musulmani sulla necessità di tornare agli insegnamenti e alle pratiche dei “salaf“, i pii antenati, cioè i primi quattro califfi successori di Muhammad, accompagnandovi il rifiuto di storicizzarli. Non c’è male, vero?

Il wahabismo di propone di trasformare i precetti religiosi in obblighi, se possibile sanciti per legge e vieta di radersi la barba, fumare tabacco, venerare santi e profeti.

Ma è solo grazie all’Arabia Saudita che il verbo di Muhammad Ibn abd al Wahhab trova casa. A partire dagli anni ’70, con il sostegno degli introiti del petrolio, le fondazioni caritatevoli saudite iniziano a finanziare sistematicamente madrasse wahabite in giro per il mondo. Negli ultimi anni – e questi sono i numeri del Dipartimento di Stato – Riad avrebbe investito  più di 10 miliardi di dollari nel finanziamento di fondazioni di questo genere, nel tentativo di rimpiazzare l’islam sunnita ortodosso con il rigido wahhabismo.

Secondo le agenzie di intelligence europee, inoltre, circa il 20% di questi finanziamenti sarebbero finiti nelle casse dei movimenti jihadisti come al Qaeda. Oggi il wahhabismo è il riferimento ideologico non solo della casata reale degli Al Saud, ma anche di tutti i movimenti jihadisti del globo. 

Cosa aspettarci dai sauditi?

Assolutamente nulla. Tutto rimarrà come prima. Le donne potranno guidare, è vero. Ma poi? Casa Saud manderà al macero anni di finanziamenti più o meno leciti ai jihadisti? No. E il motivo è semplice: Riad sta in piedi grazie all’ideologia wahabita. Se questa crolla, crolla anche il regno. E Muhammad bin Salman non può permetterselo.

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