La Cina è in piena preparazione della corsa globale alla fornitura del futuro vaccino anti-coronavirus e inizia a preparare il terreno sotto il profilo politico e diplomatico. Come successo ai tempi dell’esplosione della pandemia di Covid-19 su scala globale, Pechino si proietta sfruttando le leve della sua influenza economica, diplomatica e geopolitica per promettere a partner e alleati reali e potenziali in America Latina, Asia e Africa che vorranno acquistare il vaccino della SinoVac o gli altri tre in fase finale di sperimentazione.

Il momento politico è del resto propizio per Pechino: in una fase che vede gli Stati Uniti concentrati sulle elezioni presidenziali e in uno scenario che porta a ritenere tutt’altro che improbabile una transizione di potere complessa e incandescente dopo le elezioni tra Donald Trump e Joe Biden la diplomazia di Pechino ha tutto il tempo per accelerare sulle alleanze strategiche riguardanti il vaccino, la grande scommessa politica del 2021.

Il Financial Times ha a tal proposito evidenziato l’importante viaggio diplomatico del Ministro degli Esteri di Xi Jinping, Wang Yi, nel Sud-Est asiatico, che lo ha portato a toccare Cambogia, Laos e Thailandia, Paesi da lui indicati come tre dei riceventi prioritari del vaccino cinese, non appena sarà disponibile. Con quattro potenziali vaccini in “fase tre” di test, Pechino mira a presentare al mondo un’offerta allettante. Rilanciando quellaNuova via della seta della salute” che già aveva iniziato a costituirsi in primavere attraverso l’invio di aiuti sanitari e personale medico dei Paesi travolti dalla pandemia, Italia compresa, e ostentando una grande differenza rispetto al “sovranismo sanitario” che gli Usa intendono imporre qualora fosse uno dei loro vaccini, come quello della Johnson & Johnson, a vincere la corsa.

Wang, scrive il quotidiano della City di Londra, “ha incontrato anche dei funzionari indonesiani per riaffermare un accordo” siglato ad agosto tra Pechino e Giacarta coinvolgente “Sinovac e Bio Farma, una compagnia indonesiana posseduta dallo Stato”, che porterà alla consegna da parte della prima di “40 milioni di dosi del futuro CoronaVac”, che si prevede possa entrare in funzione dal marzo 2021 ed essere consegnato dal mese successivo. E c’è di più: la Cina ha inoltre incassato, in Sud America, il via libera da parte dello Stato brasiliano di San Paolo per la fornitura di 46 milioni di dosi e partecipa al progetto Covax dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che mira con forza a aiutare Paesi del continente asiatico e africano altrimenti incapaci di ottenere le dovute dosi. E non parliamo, chiaramente, solo di attori di grande rilevanza come l’Indonesia, che ha concluso accordi anche col conglomerato anglo-svedese AstraZaneca, o il Brasile.

Salute, geopolitica e soft power dell’Impero di Mezzo si confondono. Nelle Filippine, dove la Cina è in competizione con gli Stati Uniti, il presidente Rodrigo Duterte ha detto ai legislatori a luglio che ha “chiesto aiuto al signor Xi” per i vaccini e, nell’occasione, ha anche detto che non avrebbe affrontato la Cina per le sue pretese sul Mar Cinese Meridionale. Più recentemente il Ministero della Salute egiziano ha annunciato, in una dichiarazione ufficiale, che inizierà a partecipare alle procedure di sperimentazioni cliniche di due vaccini prodotti da “un’azienda cinese che fornisce vaccinazioni di base per la poliomielite”, arrivando addirittura a snobbare lo Sputnik-V dello storico alleato russo. Come fa notare Sicurezza Internazionale citando fonti di al-Monitor, “l’Egitto preferisce il vaccino cinese poiché Pechino ha fornito al Cairo la tecnologia necessaria per produrlo, il che è un grande vantaggio alla luce della difficoltà di fornitura e distribuzione dei vaccini nel Paese nordafricano“. E sempre in Africa le autorità di Paesi come Senegal, Sierra Leone, Niger guardano con interesse all’esperienza sanitaria garantita dai legami delle loro autorità sanitarie con il colosso cinese Sinopharm, tra i gruppi attivi nella corsa al vaccino, i cui laboratori sono stati visitati giovedì 15 ottobre ambasciatori e diplomatici provenienti da 50 Paesi africani.

La “geopolitica del vaccino” sorride ora alla Cina, e c’è da dire che Pechino scommette una grande fetta del suo soft power sull’effettiva possibilità di portare alla comercializzazione più prodotti funzionali a prevenire la futura diffusione del Covid-19. Ad aprile l’analista Diego Angelo Bertozzi faceva notare come la “diplomazia delle mascherine” andasse inquadrata “come passo politico indispensabile per una prossima ripartenza della Belt and Road Initiative, per rafforzare partnership, quando non stringere nuovi legami”. Lo stesso discorso, in senso amplificato, si può applicare alla partita sanitaria e securitaria del vaccino. Che rilancia Pechino come protagonista delle relazioni internazionali.

 

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