Joe Biden ha recentemente incassato il suo personale “soccorso rosso” grazie alla mediazione che ha portato alcuni senatori repubblicani ad approvare in forma bipartisan il pacchetto sulle infrastrutture, ma in queste settimane non può dormire sonni tranquilli. Per il presidente statunitense un problema sempre più importante è rappresentato dalla nuova insorgenza del Covid-19 nel Paese e dal parallelo rallentamento della campagna vaccinale. Fattispecie che hanno di fatto concluso la tradizionale “luna di miele” tra l’opinione pubblica e il Presidente dopo il primo semestre dall’insediamento, rallentato la marcia politica di molte proposte di legge, aperto faglie nel Partito Democratico e riportato sulle spalle di Biden diversi fardelli che avevano ostacolato la marcia di Trump nei suoi ultimi mesi di governo.

La pandemia, in fin dei conti, non fa sconti ad alcun leader. E anche la comprensibile proposta di Biden di fissare dei target precisi sulle vaccinazioni ha finito per rappresentare un boomerang di fronte all’aumento dei casi.

La risalita dei casi

Biden aveva programmato entro il 4 luglio, giorno della festa dell’Indipendenza degli Usa, di raggiungere una quota di copertura vaccinale del 70% della popolazione con almeno una dose e di vaccinare completamente 160 milioni di persone. Tale obiettivo era stato incentivato dal brillante risultato ottenuto nei primi cento giorni del mandato di Biden, durante i quali erano stati somministrati 150 milioni di vaccini complessivi a fronte di un obiettivo di 100 milioni, ma è stato mancato. Al 4 luglio erano vaccinati con due dosi 105 milioni di americani e con una il 56% degli abitanti del Paese: il rallentamento e il sorpasso dell’Unione Europea per quota di copertura e vaccini somministrati ha posto di fronte agli occhi della Casa Bianca il problema del rallentamento di una campagna che nella stagione primaverile ha permesso una corsa sistematica delle riaperture e il rilancio dell’economia.

Nella parte finale di luglio, in parallelo, questi rallentamenti si sono sommati alla ripresa dei contagi e dei decessi. La media mobile settimanale dei decessi giornalieri è salita dai 214 del 4 luglio, giorno del mancato raggiungimento del target, agli attuali 472, più che raddoppiando nel giro di un mese in una fase in cui la Variante Delta del Covid spingeva i contagi a crescere in forma esponenziale, dai 2.922 del 4 luglio ai 127mila del 5 agosto.

E mentre in diversi Stati del Sud il rallentamento della campagna vaccinale diventa un caso politico e sociale, con la somma tra l’ostilità dei Repubblicani conservatori verso il governo federale e le diffidenze nell’ampia comunità afroamericana che abbassano i tassi medi di inoculazione, Biden vede il Covid assorbire le energie politiche del suo governo rallentando la marcia dell’amministrazione. Le cui politiche erano state pensate e strutturate in un’ottica di costruzione degli scenari post-Covid.

Gli ultimi problemi della Casa Bianca

Chris Cillizza, editorialista della Cnn tra i più inseriti nelle dinamiche politico-istituzionali di Washington, ha recentemente scritto che la prima di agosto è stata la settimana più dura per Biden dal momento del suo insediamento nonostante l’accordo bipartisan sulle infrastrutture. O forse proprio anche a causa di questo, che ha avuto bisogno del sostegno dei repubblicani vicini a Mitch McConnell e dell’immancabile mediazione del senatore democratico-conservatore della West Virginia, Joe Manchin, per cooptare esponenti del Grand Old Party e prevenire i veti della sinistra interna. E nel frattempo i tassi di attraversamento dei migranti al confine col Messico aumentano e negli States dal primo giorno di agosto, col fallimento della mediazione interna ai Dem, è caduta la moratoria sugli sfratti, che impediva a milioni di cittadini poveri o resi indigenti dalla crisi di perdere un tetto sopra la propria testa e che venendo meno espone a situazioni di gravi criticità. La fronta della sinistra vicina a Alexandria  Ocasio-Cortez è nel frattempo sempre più conclamata.

Cosa succede, insomma a Biden? Sostanzialmente, mutatis mutandis, il presidente è stato colpito dal rinculo che hanno subito diversi leader tra il 2020 e il 2021 sulla scia delle fiammate del Covid. Donald Trump lo scorso anno ne è stato travolto sia sul profilo comunicativo che su quello politico, preparando il terreno per la sconfitta elettorale, ma a loro modo in Europa anche Angela Merkel ed Emmanuel Macron hanno visto le rispettive agende politiche messe a repentaglio durante le fasi più dure della pandemia in Germania e Francia. La cancelliera, in particolare, ha subito un contraccolpo notevole dopo i successi tedeschi nel contenimento della prima ondata nel momento in cui in autunno il Covid è tornato a mordere. Si è dimostrata per il presidente rischiosa la scommessa di associare Trump al Covid e la sua amministrazione alla ripresa e alla ripartenza guidata da vaccini e investimenti: così probabilmente in ultima istanza potrà essere, ma pensare che un cambio di governo possa sconfiggere da solo la pandemia è una prospettiva irrealistica.

Al contrario un caso in controtendenza è quello del Regno Unito, Paese in cui il governo di Boris Johnson ha pagato in un primo momento un duro prezzo politico per la scelta di procrastinare le misure di contenimento del contagio, a tal punto che sul finire del 2020 l’ex sindaco di Londra appariva prossimo all’estromissione di Downing Street. BoJo ha poi saputo giocare a suo favore il combinato disposto tra la rampante campagna vaccinale, che ha portato Londra al vertice delle classifiche internazionali, la ripresa dell’economia e, soprattutto, la presentazione ai cittadini di una comunicazione e di una road map precise per l’uscita dai confinamenti. Tanto che anche l’attuale ritorno di fiamma dei contagi, con decessi enormemente inferiori a quelli di gennaio o febbraio, non ha scalfito la ripresa dei consensi dei Conservatori di Johnson che dura da tutto il 2021.

In ogni caso è certo che Biden aveva provato a interpretare con mentalità post-emergenziale il suo mandato: se il Covid correrà come fatto negli scorsi mesi probabilmente così non potrà essere. E la lezione americana sarà utile per capire come la politica si possa adattare a una situazione di criticità in caso di un ritorno della pandemia legato alle sacche e alle zone grigie della campagna vaccinale. Una sfida che potrebbe coinvolgere tutte le potenze dell’Occidente.