Per anni si è detto e si è scritto in tutte le salse come l’ex Presidente Usa Donald Trump rappresentasse un serio pericolo per la democrazia americana, un autocrate che andava rimosso a colpi di impeachment e di inchieste rivelatesi poi molto meno reali di quanto si pensasse (il Russiagate). I fatti del 6 gennaio scorso, con l’assalto dei supporter del tycoon al Campidoglio, hanno indubbiamente dato ossigeno a questa narrazione che fino a quel momento era dettata da meri interessi di parte e dall’odio dei democratici verso The Donald. Ora però l’inquilino alla Casa Bianca è Joe Biden, i democratici controllano Camera e Senato ma l’opinione pubblica tace su quella che sembra essere una delle massime proprietà della nuova amministrazione americana: silenziare e censurare le voci scomode con la scusa di lottare contro l’odio online e l’estremismo. Il pretesto è quello di arginare la “disinformazione” che avrebbe reso possibile l’assalto a Capitol Hill.
Silenziare le testate conservatrici
A denunciare la deriva “autoritaria” dei dem è l’avvocato e giornalista americano Glenn Greenwald, fondatore di The Intercept. Sul suo blog, Greeenwald spiega come i democratici stiano chiedendo alle piattaforme social di censurare i le voci conservatrici sul web, convocando i Ceo della Silicon Valley e intimandoli ad agire in fretta. Quella della censura online, peraltro, non è del tutto una novità ma un vecchio pallino del Partito democratico. Ora, però, i dem vogliono andare oltre, chiedendo la rimozione dei canali via cavo di orientamento conservatore, tra cui Fox News e altre radio. Tutto parte dalla commissione per l’energia e il commercio della Camera, la quale convocato nei giorni scorsi una riunione dal titolo “Fanning the Flames: Disinformation and Extremism in the Media”.
Si afferma dunque che “la diffusione della disinformazione e dell’estremismo da parte dei mezzi di informazione tradizionali rappresenta una minaccia tangibile e destabilizzante”. Pertanto il Comitato scrive: “La crescente dipendenza di alcune emittenti e reti via cavo alle teorie del complotto e alle informazioni fuorvianti o palesemente false solleva interrogativi sulla loro devozione all’integrità giornalistica”. Greenwald si chiede, a tal proposito, “da quando è compito del governo degli Stati Uniti far rispettare i precetti di integrità giornalistica”. In effetti, è tipico dei regimi autoritari e non delle democrazie liberali far stabilire alla politica qual è la stampa buona e quella “cattiva”, quale sia la “verità” e cosa invece sia “falso”.
L’obiettivo è censurare Fox News
L’intento del Comitato della Camera a guida democratica è chiaro: censurare i canali vicini al partito repubblicano come Fox News, Newsmax e OANN. I deputati dem Anna Eshoo e Jerry McNerney, infatti, hanno inviato una lettera a sette dei maggiori fornitori di servizi via cavo della nazione: Comcast, AT&T, Spectrum, Dish, Verizon, Cox e Altice, nonché ai distributori digitali (Roku, Amazon, Apple, Google e Hulu), chiedendo alle società cosa è stato fatto al fine di prevenire la “disinformazione” conservatrice prima e dopo le elezioni presidenziali che hanno incoronato Joe Biden. Disinformazione che secondo i deputati dem è stata diffusa proprio da Fox News, Newsmax e OANN. L’obiettivo – costringere i fornitori di servizi via cavo a rimuovere tutte le reti conservatrici, inclusa Fox – è esplicitato nella lettera inviata dai due deputati dem.
L’azione coordinata contro Parler, il social “sovranista”
Sui social la rappresaglia contro le voci conservatrici è iniziata da tempo. Lo scorso 15 gennaio abbiamo raccontato sulle colonne di questa testata come l’azione coordinata e spietata dei giganti Big Tech abbia eliminato senza troppi complimenti un diretto concorrente delle più famose piattaforme social come Facebook e Twitter. Il riferimento è la decisione di Amazon di estromettere la piattaforma social Parler dai suoi servizi host. Una decisione presa due giorni dopo che Twitter ha cancellato a tempo indefinito l’account di Donald Trump, in seguito ai disordini del Congresso dello scorso sei gennaio, e motivata dal “costante aumento di post con contenuto violento in violazione ai nostri regolamenti”. Prima di Amazon, Google e Apple. l’avevano rimossa dai loro store con la scusa della mancata attuazione delle richieste per la moderazione dei contenuti. Fino a quel momento, il social media più amato dai conservatori di tutto il mondo sosteneva di poter contare su più di 12 milioni di utenti.
L’attacco congiunto della Silicon Valley alla piattaforma preferita dai trumpiani è iniziato l’8 gennaio, quando Apple ha inviato un’e-mail a Parler con una scadenza perentoria: la piattaforma aveva 24 ore per dimostrare di aver cambiato la sua policy sulla moderazione dei contenuti, altrimenti avrebbe dovuto affrontare la rimozione dall’App Store. Ovviamente, si trattava di una pure formalità, perché Apple aveva già deciso di rimuovere Parler dal suo store. Ai possessori di iPhone è vietato scaricare app sui propri dispositivi da Internet. Se un’app non è presente nell’App Store, non può essere utilizzata su iPhone. Anche gli utenti di iPhone che hanno già scaricato Parler perderanno così la possibilità di ricevere aggiornamenti, il che renderà la piattaforma in breve tempo ingestibile e non sicura. Poche ore dopo Parler ha appreso che Google, senza alcun preavviso, ha deciso di “sospenderla” dal Play Store, limitando fortemente la possibilità degli utenti di scaricare l’app sugli smartphone Android.