Sembra lontano un secolo quel 12 settembre 2001, il giorno successivo all’attentato alle torri gemelle di New York, quando da Islamabad il generale Pervez Musharraf (a capo da due anni a seguito di un colpo di Stato) annuncia, in una conferenza stampa trasmessa in diretta anche dalla Cnn, l’appoggio del Pakistan alla guerra al terrorismo; in quella giornata, con le tv di tutto il mondo ancora sintonizzate tra le macerie fumanti di Manhattan, il governo di questo grande Stato asiatico si è posto di fatto al fianco degli Usa garantendo a Washington sostegno logistico e politico alla guerra contro i talebani in Afghanistan. Oggi la situazione appare radicalmente opposta e cambiata: nella giornata di giovedì, dalla capitale statunitense è arrivato l’annuncio dello stop dei fondi destinati ad Islamabad; il motivo di tale decisione, secondo la Casa Bianca, risiede nel mancato apporto del Pakistan nella lotta al terrorismo, un contributo che per gli americani oggi appare blando se non addirittura ricco di ‘ambiguità’. Tra i due Stati, così strettamente alleati negli ultimi 16 anni, cala inevitabilmente il gelo.

Una mossa contro una sempre maggiore influenza cinese?

Diritti umani ed ambiguità nella lotta al terrorismo sembrano essere, da parte degli Usa, le motivazioni più spendibili in sede diplomatica per giustificare l’improvvisa rottura delle relazioni o dei finanziamenti verso altri paesi; è già successo, ad esempio, con l’Egitto: nello scorso mese di settembre, Washington ha annunciato la sospensione degli aiuti militari destinati al Cairo in quanto il governo di Al Sisi non si sarebbe mostrato determinato nella promozione dei diritti umani nel paese africano. Una motivazione, quest’ultima, da subito apparsa in grande contraddizione con la vendita di armi per 141 miliardi di Dollari all’Arabia Saudita, la cui casa reale non sembra essere molto sensibile al tema dello sviluppo della democrazia, e con il sostegno più che trentennale che gli USA hanno garantito in Egitto allo stesso Mubarack, cacciato nel 2011 durante le primavere arabe proprio perché accusato di gestire un governo autoritario. Dietro quella mossa di Donald Trump, era invece celata una manovra volta a far sospendere all’Egitto i rapporti diplomatici e militari con la Corea del Nord in un momento in cui, alla fine della scorsa estate, Pyongyang preparava un nuovo test nucleare.

Dietro il taglio di 255 milioni di Dollari in aiuti militari e di un ulteriore miliardo di Dollari piazzati nei mesi scorsi per il contrasto al terrorismo, cifre queste destinate nelle casse di Islamabad, potrebbe non esserci soltanto il presunto ‘doppio gioco’ del Pakistan nella lotta al terrorismo: “Finché il governo pakistano non intraprenderà un’azione decisiva contro i gruppi terroristici, compresi i talebani afgani, che riteniamo stiano rendendo la regione più instabile e attaccando il personale americano, gli Stati Uniti sospenderanno tutti i tipi di assistenza alla sicurezza in Pakistan”, recita testualmente il comunicato della Casa Bianca. Pur tuttavia, questa mossa arriva in un momento in cui Islamabad appare partner principale di Pechino nella costruzione della cosiddetta ‘nuova via della Seta’; da paese saldamente inserito nella sfera di influenza americana, il Pakistan si sta trasformando in un solido alleato regionale della Cina.

Un’alleanza, quella sino – pakistana, che parte da lontano e precisamente dal 1951 quando il Pakistan ha riconosciuto il governo di Pechino quale rappresentante del paese in un momento in cui anche il seggio all’ONU era invece rappresentato dall’esecutivo con sede a Taipei; ma adesso, tra i due paesi la sinergia avanza di pari passo con la crescita delle infrastrutture che la Cina sta ponendo in essere in Pakistan, a partire dall’importante porto di Gwadar, città pakistana che si affaccia a pochi chilometri dal punto in cui l’Oceano Indiano affonda nelle acque del Golfo Persico e del Golfo dell’Oman: grazie a questa struttura, il paese asiatico ha un’opera di primario rilievo sul proprio territorio, mentre la Cina potrebbe usufruire di un porto in grado di dimezzare i tempi di percorrenza delle proprie merci se raggiunto dalla regione interna dello Xinjiang. E’ proprio per coronare questo importante passaggio della nuova via della Seta, che Pechino sta finanziando con 27 miliardi la costruzione di un’altra importante opera in territorio pakistano, ossia la ferrovia ad alta velocità tra Gwadar e Kashgar, città cinese dello Xinjiang.

Una sinergia quindi, capace di trasformare un solido alleato Usa nella regione in un paese sempre più sotto l’influenza cinese; a Washington tale prospettiva sembra preoccupare e non poco e, in tal senso, il taglio dei fondi destinati ad Islamabad e le dure critiche mosse al governo pakistano sembrano voler dare il segnale di come l’amministrazione Trump stia tenendo d’occhio i rapporti tra l’oramai ex alleato asiatico e Pechino. Difficile dire, in senso pratico, se realmente il taglio delle somme ad Islamabad potrebbe o meno avere effetti tanto nella lotta al terrorismo quanto nella tenuta dell’attuale esecutivo pakistano; intanto, in tutto il paese, si contano diverse manifestazioni dove vengono bruciati vessilli ed immagini raffiguranti proprio Donald Trump.

Il contributo del Pakistan alla lotta al terrorismo

Lo scambio di accuse tra Washington ed Islamabad non è comunque un qualcosa di questi giorni: già in campagna elettorale l’attuale presidente USA aveva dichiarato come, a fronte dell’arrivo di miliardi di Dollari, il Pakistan ha ottenuto scarsi risultati nella lotta al terrorismo; dall’altro lato le autorità locali hanno invece accusato gli americani di aver sfruttato il paese asiatico senza però essere riusciti ad arginare il fenomeno jihadista, respingendo ogni accuse di ambiguità nel contrasto ai gruppi talebani tanto afghani quanto pakistani. A settembre anche  Imram Khan, campione del mondo di cricket del 1992 e leader dell’opposizione, ha parlato di necessità di ‘liberarsi dall’influenza americana’ e porsi sempre più vicini alla Cina; un’insofferenza, quella del popolo pakistano, sempre più diffusa e che dopo l’annuncio del governo di Washington appare destinata ad aumentare. I pakistani infatti, lamentano la distruzione e la morte di civili causata dall’uso dei droni da parte americana; dal 2004 ad oggi, il territorio del Pakistan è stato interessato da centinaia di raid giudicati poi ‘illegali’ dalla giustizia del paese asiatico e denunciati anche in ambito internazionale.

La corruzione molto diffusa tra le istituzioni di Islamabad ha fatto senza dubbio la sua parte, con le importanti cifre sganciate dagli Usa a volte disperse in mille rivoli della spesa militare dell’ex alleato asiatico, pur tuttavia è innegabile l’alto tributo di sangue dato dal Pakistan nella lotta al terrorismo: non solo i civili morti nei raid di Washington, ma anche il numero importante di attentati compiuti negli ultimi dieci anni con le organizzazioni terroristiche non di rado in grado di colpire zona considerate sicure. Dopo sedici anni caratterizzati da quanto sopra descritto, l’accusa di ambiguità ad Islamabad proprio da parte americana non sta mancando, così come non mancherà in futuro, di irritare ulteriormente la popolazione pakistana e di indirizzare il paese sempre più verso Pechino.

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