L’Organizzazione mondiale della Sanità alla fine ha risposto in maniera affermativa. Dopo le pressanti richieste di alcuni Stati membri e degli Stati Uniti in particolare – che con Donald Trump hanno deciso direttamente di uscire dall’organizzazione – l’Oms di Tedros Adhanom Ghebreyesus ha deciso di dare il via a una commissione che indaghi sulla risposta offerta con la pandemia. Il tutto per “avviare una valutazione indipendente e globale delle lezioni apprese dalla risposta sanitaria internazionale al Covid-19”.

La stampa internazionale l’ha definita forse la prima vera resa dell’Oms nei confronti di Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha più volte incalzato l’Organizzazione sul fronte della poca trasparenza interna accusando l’ente internazionale di non rispettare il fatto che fosse Washington il maggiore contribuente statale alle casse dell’Oms. Ma ha soprattutto chiesto più volte a Ghebreyesus di abbandonare i suoi legami alla Cina, con l’accusa di aver gestito male e non condannato realmente la Cina esclusivamente perché legato a doppio filo con i piani alti di Pechino.

Un’accusa grave che non solo ha messo a rischio la credibilità internazionale dell’unica istituzione mondiale delegata a trovare una risposta armonica alla pandemia, ma che ha anche fatto deflagrare un vero e proprio incendio che si inserisce in quell’immenso fuoco che divide Cina e Stati Uniti. E in questo senso, l’idea che l’Oms abbia finalmente deciso di mettere le carte in tavola creando un “panel” di alto profilo per certificare la validità della risposta data con la pandemia, avrebbe dovuto essere il segnale di un cambiamento, un punto di rottura tra Oms e accuse di opacità.

Tutto estremamente coerente? Fino a un certo punto. Perché la Cina ha subito un colpo ma è un gigante ferito. A Pechino non sono sprovveduti e sanno benissimo, come lo sa l’Oms, che è sempre meglio essere sicuri di non rischiare troppo da queste commissioni internazionali che partono con le migliori intenzioni e poi si ritrovano a scoprire o dover dire cose di cui pentirsi. Perciò tanto vale essere certi delle persone che formano la squadra. Per evitare certe sgradite sorprese che potrebbero intaccare, come accaduto altre volte, l’operato del dominus.

Ed ecco che a questo punto, capire chi sono (davvero) le persone designate per questa commissione potrebbe essere molto utile per comprendere la profondità strategica di Pechino così come i veri interessi che sono dietro questo panel di esperti. Che a questo punto tutto potrebbe essere meno che una “resa a Trump”.

Il primo nome voluto da Ghebreyesus è la ex premier neozelandese Helen Clark. Classe 1950, la Clark è stata premer della Nuova Zelanda dal 1999 al 2008. Fin qui nulla di rilevante, se non fosse per il fatto che la signora Clark, quando è stata premier a Wellington ha iniziato da subito a mostrare una certa apertura verso la Cina che non può essere considerata di poco conto se si considera che il suo Paese è ritenuto uno degli avamposti degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico e parte dall’alleanza di intelligence nota come Five Eyes (i cinque occhi) che fa capo a Washington.

Era l’aprile del 2001 quando la premier Clark incontrò per la prima volta un altissimo vertice della Repubblica popolare cinese. Da poco più di anno alla guida della Nuova Zelanda, Helen Clark volò a Pechino per vedere Jiang Zemin e le cronache parlano di un incontro cordialissimo in cui Zemin accennò all’auspicio di stabilire “relazioni globali bilaterali a lungo termine” tra i due Paesi. Detto fatto, dopo pochi mesi la Clark si fece tra le grandi promotrici dell’ingresso di Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio e dopo due tre anni, la premier annunciò al suo Paese che era in fase di trattative con la Cina per un fondamentale accordo di libero scambio. Accordo che poi è stato raggiunto nel 2008, a chiusura del suo mandato, e che è divenuto un simbolo per la grande sfida politica cinese al mondo, visto che un accordo di questo tipo era stato il primo tra il gigante asiatico e una nazione del blocco “occidentale”. Un’amicizia confermata dallo stesso Xi Jinping quando si parlava della Clark per ruoli di vertice nelle Nazioni Unite, il leader cinese l’ha definita una vera “amica”, quasi a voler confermare il rapporto profondo che legava Pechino alla Wellington in mano a Clark.

Discorso non troppo diverso per l’altra donna che co-presiederà il panel voluto da Ghebreyesus e cioè l’ex presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf. Di orientamento liberale e con ben due figli che vivono negli Stati Uniti, Sirleaf apparirebbe come la personalità meno legata all’influenza di Pechino, eppure è la sua carriera politica a dire che l’ex presidente liberiana non può essere considerata lontana dalle alte sfere cinesi.

Presidente della Liberia fino al 2015, quando le successe George Weah, la Sirleaf è stata la presidente che ha confermato per più tempo e come pilastro della sua politica estera i forti rapporti con la Cina. È stata lei a ribadire di fronte al mondo che la Liberia avrebbe sostenuto apertamente la politica della “Una sola Cina”, cioè il principio che prevede Taiwan come parte della grande potenza di Pechino. Ed è sempre stata lei che nel corso di questi anni ha spalancato le porte liberiane agli investimenti cinesi con accordi che vanno dalla politica alla cultura fino al mondo militare. Tanto che, non va dimenticato, la Liberia è stata da sempre uno dei Paesi in cui sono stati coinvolti peace-keeper cinesi su mandato delle Nazioni Unite. Nell’ultima visita di Stato a Pechino, la Sirelaf ha confermato ogni tipo di legame esistente tra Liberia e Cina, ma ha anche firmato diversi tipi di accordi che hanno di fatto spinto il Paese nella grande sfera di influenza cinese, da quelli di tipo economico fino al campo culturale e sanitario. Tutto legittimo, sia chiaro. Ma chi parla di vittoria di Trump forse è il caso che ripassi la storia. Questa è una partita delicatissima in cui il presidente Usa può perdere anche l’ultima arma: incolpare Pechino di un disastro sanitario che sta devastando i suoi Stati Uniti a pochi mesi dalle elezioni.

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