In un’epoca in cui molti vanno sostenendo che il soffitto delle ideologie sia stato sfondato, l’elettorato si dimostra sempre più fluido e malleabile tanto che nessuno schieramento può fare affidamento su uno zoccolo duro di votanti a prescindere dai corteggiamenti del passato. Secondo il quotidiano spagnolo El Mundo, gli omosessuali starebbero virando decisamente a destra in molti Paesi europei, sposando l’agenda conservatrice a discapito di quella progressita al cui centro c’è sempre stata la battaglia per i diritti civili negli ultimi anni. La richiesta di maggiore sicurezza e i fallimenti della globalizzazione hanno forgiato il sodalizio tra comunità LGBT e partiti di destra che è già sotto la lente di ingrandimento degli accademici dai primi del Duemila, in quanto non sarebbe così recente come si crede. Il fenomeno al momento è perlopiù diffuso nell’Europa centro-settentrionale ma anche in Italia sembra che ci siano dei piccoli cambi di rotta.
L’omonazionalismo: gli albori di una nuova alleanza sociopolitica
Nel 2007, la sociologa americana Jabir Puar ha pubblicato il saggio dal titolo Terrorist Assemblages: Homonationalism in Queer Times in cui coniò un termine che spesso non è sentito nominare nel dibattito pubblico ma che potrebbe essere utile per inquadrare il nuovo matrimonio elettorale: omonazionalismo. Puar sostenne la tesi secondo cui i Governi occidentali promuovevano una retorica volta a dare risalto alle libertà civili e alle conquiste collezionate sul campo dei diritti, compresi quelli riguardanti la comunità LGBT, da contrapporre all’assenza degli stessi nei Paesi islamici.
In quegli anni era in corso la cosiddetta “guerra al terrore” dopo gli attentati dell’11 settembre contro Iraq e Afghanistan e se da una parte i conflitti erano combattuti con le armi convenzionali, dall’altra si poneva l’accento sulle differenze culturali mettendo in evidenza l’emancipazione delle donne e dei gay nelle democrazie occidentali contro la condizione di marginalità e arettratezza in cui erano relegati dall’altra lato del mondo. Una visione volta a dipingere il blocco occidentale come baluardo delle libertà individuali e della lotta alle discriminazioni.
Tale impostazione fu fatta propria da movimenti politici culturali di stampo conservatore che puntavano il dito contro l’immigrazione proveniente dal mondo musulmano e si battevano per la tutela di un patrimonio culturale e legislativo di cui fanno parte anche i diritti degli omossesuali. Tra i primi a farsi paladini dell’omonazionalismo è stato il politico olandese Pim Fortuyn, dichiarateamente gay, il quale aveva messo in piedi una piattaforma programmatica di destra impernniata sulla valorizazione dell’identità nazionale, il contrasto all’immigrazione di massa e un pieno riconoscimento dei diritti civili.
Se all’inizio di questo secolo l’iniziativa di Fortuyn poteva non intercettare l’interesse diffuso della comunità LGBT, a distanza di vent’anni si registra un’inversione di trend in tutto il Vecchio Continente.
Le Pen, Weidel, Farage: il boom tra gli LGBT
A fare incetta di voti tra gli elettori omosessuali è l’Alternative für Deutschland in Germania che può contare su circa il 28% del loro supporto. L’elemento di seduzione nei confronti dei gay tedeschi è la leadership di Alice Weidel, apertamente lesbica e sposata con una donna di origini cingalesi con cui ha adottato due figli. Weidel si è espressa a favore delle unioni civili per le coppie dello stesso sesso spingendosi ad affermare che “la famiglia è dove ci sono i bambini”. La leader dell’AfD ha più volte detto di avere un’idea di famiglia più moderna e liberale del resto del suo partito, sebbene abbia affermato che la legalizzazione del matrimonio egualitario non sia una priorità.
Numeri da record si registrano in Francia per il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella che primeggerebbe nell’ettorato gay conquistando il 27% dei suffragi. Secondo l’istituto di sondaggio Ifop, il partito di destra è stato in grado di rompere il monopolio della sinistra sui voti degli omessuali, assegnando alla France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon il 25% delle preferenze. Il sondaggio evidenzia come le intenzioni di voto siano orientate spesso dal genere di appartenenza in quanto la componente maschile della comunità LGBT predilige Le Pen, mentre la componente femminile preferisce Mélenchon considerando la France Insoumise più sensibile alle istanze femministe. Il fascino esercitato dalla leader della destra sui gay è in parte riconducibile al processo di dédiabolisation impresso al Rassemblemt National, spogliandolo della veste cucitagli addosso dagli eredi della Repubblica di Vichy per farne un partito conservatore in senso più classico, passando anche dall’apertura alla comunità LGBT. Marine Le Pen ha avuto per diversi anni come braccio destro Florian Philippot, gay dichiarato, e ha più volte dichiarato i rischi per i diritti degli omosessuali nelle periferie francesi a maggioranza arabo-musulmana affermando: “Sento sempre più spesso racconti di come in certi quartieri non sia bello essere donna, o omosessuale, o ebreo, o persino francese o bianco”.
Altro leader prediletto dai gay è il britannico Nigel Farage che con il suo Reform UK è nettamente in testa con il 25% delle loro preferenze staccando i laburisti e i conservatori che raccolgono rispettivamente il 18% e il 15%. Negli anni Farage si è espresso a favore delle unioni civili mentre si è detto contrario al matrimonio egualitario rispetto al quale, però, ha promesso di non chiederne l’abrogazione nel caso in cui si insediasse a Downing Street.
E in Italia?
In Italia non ci sono indagini ufficiali condotte da istituti di sondaggio riguardo alle intenzioni di voto della comunità LGBT ma secondo alcune stime calcolate ai tempi delle politiche del 2022 ed è emersa una netta preferenza per i partiti costituenti l’alleanza di centrosinistra (Partito Democratico, Alleanza Verdi Sinistra, +Europa e Movimento 5 Stelle). Tuttavia, a inizio del 2026 Francesca Pascale – ex compagna di Silvio Berlusconi – ha lanciato l’associazione Gay Conservatori e Liberali volta a promuovere l’introduzione dei diritti civili nel programma dei partiti di centrodestra e a contrastare le istanze woke in seno alla comunità omosessuale.
Il quadro che emerge nel resto d’Europa fotografa un elettorato gay che mette ai primi posti esigenze che non coincidono con le battaglie storiche legate all’orientamento sessuale ma che intercettano un interesse del tutto trasversale. Da una parte, secondo qualcuno, è perché nei rispettivi Paesi si è raggiunto un livello di riconoscimento dei diritti civili piuttosto soddisfacente tanto da non pretendere la regolamentazione prioritaria di ulteriori. Dall’altra, secondo altri, gli omosessuali non sono solo tali ma anche lavoratori, abitanti della grandi città e cittadini comuni agli eterosessuali che vivono sulla loro pelle le storture della Globalizzazione, di un mercato del lavoro sempre più precario e di un’integrazione non sempre riuscita e per cui chiedono più sicurezza, più protezione sociale e valorizzazione delle radici culturali. Se il ceto medio, da un decennio a questa parte, vota in modo crescente per la destra sovranista e sempre meno per la sinistra progressita a fronte delle suddette richieste e non c’è da stupirsi che anche i gay seguono lo stesso trend poiché appartenenti, in gran parte, alla stessa classe sociale.
L’anno prossimo si terranno le elezioni presidenziali in Francia e saranno un primo banco di prova per capire quanto questi sondaggi ci abbiano visto giusto.
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