Il governo Draghi è all’ultimo miglio per definire le linee guida del nuovo piano vaccinale che dovrà imporre un cambio di passo e dopo la nomina del generale Francesco Paolo Figliuolo al posto del commissario Domenico Arcuri. L’assunzione di una posa più decisa dell’esecutivo ricade sulle forniture vaccinali, sul “contrattacco” alle case farmaceutiche inadempienti e sull’avvio di un ragionamento sulla produzione nazionale insieme alle ultime questioni legate alla sua implementazione.

Parliamo di una grande sfida logistico-organizzativa, che non a caso vede il coordinamento affidato a un militare esperto nel settore come il generale Figliuolo. La precedente gestione di Domenico Arcuri non era riuscita a mettere a sistema la preparazione della campagna gestita dalle forze armate con l’Operazione Eos e aveva riscontrato svariati limiti: dal ritardo della struttura commissariale nella ricerca dei siti per le vaccinazioni allo scarso coordinamento tra governo e regioni, passando per la questione molto spesso sottovalutata del personale addetto alle vaccinazioni. “L’ex commissario aveva promesso di mettere a disposizione 3mila medici e 12mila infermieri”, nota Il Sussidiario,da reclutare attraverso le agenzie del lavoro. Finora con i bandi ne sono stati trovati neppure la metà. È però (buona) notizia dell’altro ieri che a scendere in campo potrebbero essere gli infermieri professionali”, con la previsione di mobilitare 90mila addetti, un terzo del totale dei dipendenti delle Asl, per turni da due ore al giorno.

Parole d’ordine? Omogeneità, capillarità, rapidità. E proprio su questi fronti il governo Draghi dovrà sanare le ultime questioni rimanenti.

Perché serve un coordinamento centrale

Partiamo dal primo punto: il proseguo della pandemia ha reso evidente il fatto di dover affidare a un deciso coordinamento centrale le politiche vaccinali e di limitare a casi di emergenza (come il piano Bertolaso della Lombardia per i comuni messi in zona arancione scuro o rossa a febbraio) le iniziative autonome. Questo non può avvenire senza un preciso coordinamento tra apparato commissariale, politica e enti locali che fissi linee guida precise, protocolli standard.

La selva di ordinanze regionali che hanno fissato diverse categorie prioritarie a seconda dei territori e le logiche autonome di molti capoluoghi dovranno essere ricondotti sotto un ordinamento centrale ben preciso: se centralizzata è la logistica, incentrata sull’hub di Pratica di Mare, centralizzate devono essere le procedure. La priorità è innanzitutto quella di portare tutti i territori a immunizzare gli over 80, una delle categorie che ha subìto più intoppi e difficoltà a partire. Poi si potrà procedere con la fascia dei settantenni, per poi dare il via alla vera e propria vaccinazione di massa. Su cui avranno una corsia preferenziale soggetti affetti da patologie pregresse gravi, come ha spiegato Quotidiano Sanità.

Ridefinire i siti per le vaccinazioni

Qua subentra la questione della capillarità delle strutture. Figliuolo ha indicato che l’obiettivo è “usare tutti i siti possibili per la campagna vaccini”: l’adattamento di fiere, palazzetti, edifici pubblici inutilizzati, caserme è di fatto già incominciato, ma nelle prossime settimane sarà necessaria una dovuta razionalizzazione per ottenere il realistico obiettivo di una struttura ogni circa 40mila abitanti che nell’ottica del generale e di Draghi appare il bilanciamento ideale. Dovranno dunque essere valutate nel dettaglio i rapporti e le relazioni con gli enti locali ed organi della società civile: a Mendicino, in provincia di Cosenza, la chiesa di San Pietro è stata aperta dal locale parroco come hub vaccinale, e questo ci fa venire in mente una strategia che già in Cile la conferenza episcopale ha avallato, permettendo anche ai luoghi sacri e agli oratori di dare il loro contributo alla campagna vaccinale.

Dalla Lombardia, che ha siglato un patto ad hoc, potrebbe venire lo stimolo a rendere possibile per gli enti locali garantire, stanti i necessari presupposti di sicurezza, alle aziende la facoltà di svolgere vaccinazioni nei loro impianti: un accordo con Confindustria e sindacati, intenti in un continuo confronto da un anno sulle misure anti-pandemiche, sarebbe in quest’ottica il viatico ideale. Potranno essere riconvertiti alle vaccinazioni i “drive trough” installati dall’esercito in diverse città per effettuare vaccinazioni.

Verso un’accelerazione della campagna

Definite le regole, il piano dovrà correre. Figliuolo ha fissato in mezzo milione di punture al giorno l’obiettivo della sua campagna. L’Italia è in ritardo di 5 milioni di dosi rispetto ai programmi iniziali, e una volta partita la campagna dovrà viaggiare a pieno ritmo: il vaccino è il vero ombrello atomico per difendere il Paese da nuove ondate e per poter programmare un vero ritorno alla vita pre-Covid e la costituzione di una campagna fluida e di opportune riserve strategiche di sieri antivirali rappresenta un’assicurazione sul futuro del Paese, come insegnano Paesi come Regno Unito Israele.

Saranno quasi 52 milioni e mezzo le dosi di vaccino previste per l’Italia nel secondo trimestre 2021, per l’esattezza 52.477.454, secondo quanto prevede la tabella aggiornata contenuta nella bozza del nuovo piano vaccini: il primo obiettivo del governo sarà dunque far sì che tali dosi arrivino effettivamente e non si creino “colli di bottiglia” potenzialmente rovinosi per il Paese. In secondo luogo, i modesti finanziamenti (400 milioni di euro) destinati alla campagna andranno amplificati, come prosegue Il Sussidiario: “con il prossimo decreto Sostegno dovrebbero essere iniettati altri 2,8 miliardi, di cui la metà proprio per acquistare nuove dosi di vaccini disponibili. Il resto dei soldi servirà per le attività di stoccaggio, per la logistica necessaria alla consegna dei vaccini, compresi siringhe e aghi, e per le campagne di informazione e sensibilizzazione”.

Una strategia omnicomprensiva è dunque prossima a vedere la luce: e compito del governo sarà far sì che i tre obiettivi di omogeneità, capillarità e rapidità siano congiuntamente raggiunti, mentre alle spalle dell’esecutivo le trattative con l’industria farmaceutica e il commissario europeo Thierry Breton dovranno preparare lo sdoganamento della potenza di fuoco dell’apparato produttivo nazionale al servizio dell’approdo in Italia di parte della catena del valore dei vaccini. Senza demonizzare il governo Conte II e Arcuri, trovatisi a fronteggiare una situazione senza precedenti, bisogna però prendere atto che dai diversi flop e dagli errori commessi si debba partire per dare al Paese un piano degno di questo nome: al generale Figliuolo il compito di rafforzare la struttura commissariale, al governo quello di vigilare sulla sua operatività e sui rischi economici, organizzativi e diplomatici che possono inficiarne il dispiegamento. In ballo c’è la ripartenza della Repubblica: e quella vaccinale sarà la madre di tutte le battaglie.