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Difesa

Pedro Sanchez e le ombre sulle “relazioni armate” tra Spagna e Israele

Il premier spagnolo Pedro Sánchez condanna il genocidio ma i contratti con Israele nel settore delle armi restano in vigore.

Per gran parte dell’opinione pubblica europea è l’unico capo di governo a tener testa a Donald Trump e ad aver assunto un atteggiamento di ferma condanna nei confronti dei crimini israeliani. Il riferimento è al premier spagnolo Pedro Sánchez che, peraltro, la scorsa settimana ha comunicato la chiusura dello spazio aereo del suo Paese ai velivoli statunitensi impegnati nella guerra in Iran. Il capo di governo si è così guadagnato la stima di quella parte di mondo che si oppone all’afflato imperialista israelo-americano. Eppure, tra le fila della sinistra radicale nel suo Paese, da più parti si accusa il leader socialista di schierarsi pubblicamente contro il genocidio, ma di continuare invece a foraggiare con fondi pubblici la macchina da guerra dello Stato ebraico, responsabile del genocidio in corso a Gaza.

Ad alimentare il coro di critiche rivolte a Sánchez c’è un recente report del Centre Delàs — un ente di ricerca indipendente con sede a Barcellona che si occupa di pace, sicurezza, difesa, disarmo e commercio di armi — dal quale emerge come il governo spagnolo agisca in modo ambiguo e mantenga, di fatto, rapporti commerciali nel settore degli armamenti con Israele. Il documento — pubblicato lo scorso 27 marzo — parla esplicitamente di «opacità e disinformazione» e rivela come tre contratti del valore di quasi 1,2 miliardi di euro stipulati con Tel Aviv rimangano pienamente in vigore. Il tutto nonostante l’approvazione del Real Decreto-ley 10/2025 che ha introdotto misure urgenti contro il genocidio a Gaza e a sostegno della popolazione palestinese, con un forte focus su embargo e restrizioni economiche verso Israele. 

Gli accordi menzionati, riguardanti l’acquisto di missili anticarro Spike LR2 (287 milioni di euro), il sistema lanciarazzi ad alta mobilità SILAM (697 milioni di euro) e l’accordo quadro di designazione POD per i sistemi di combattimento aereo (207 milioni di euro), lungi dall’essere stati cancellati, stanno procedendo nelle rispettive fasi amministrative e operative. Il documento sottolinea, dunque, che contratti assegnati all’industria bellica israeliana a partire dal 7 ottobre 2023 non sono stati annullati e denuncia che il Ministero della Difesa spagnolo «ha cercato di ingannare l’opinione pubblica includendo» nella Piattaforma degli appalti pubblici l’annullamento di annunci relativi a contratti già scaduti.

Il Centre Delàs enumera, poi, un’altra serie di nodi critici: a dicembre 2024 il Consiglio dei ministri aveva inoltre approvato la prima eccezione all’embargo per componenti israeliane integrate in quattro programmi aeronautici (A400M, A330MRTT, C295, SIRTAP), giustificando la decisione con la necessità di evitare impatti negativi sul piano industriale e occupazionale.

E ancora: il Ministero della Difesa ha parlato di un «piano di disconnessione» da tecnologia e riparazioni israeliane, ma l’analisi dell’ente di ricerca documenta che non esiste alcun testo pubblico del piano. Alla richiesta di accesso, il Ministero ha replicato che il piano «si è materializzato» nel Real Decreto-ley 10/2025 stesso. L’assenza di un documento rende, dunque, impossibile verificare quali sistemi, componenti e programmi siano davvero coinvolti.

Un altro aspetto fondamentale è quello riguardante il possibile coinvolgimento di attori terzi: il divieto di esportazioni verso Israele e di importazioni di materiale di difesa, doppio uso e materiale di sicurezza proveniente dallo Stato ebraico non copre infatti le introduzioni intra‑UE, cioè flussi che passano tramite altri Stati membri: questo apre la porta a operazioni triangolari perfettamente legali dal punto di vista formale.

È trascorso quasi un anno da un duro intervento che Ione Belarra, membro del Parlamento spagnolo e segretaria generale di Podemos, ha tenuto al Congresso dei Deputati in presenza di Fernando Grande-Marlaska Gómez, Ministro dell’Interno, denunciando le relazioni armamentistiche tra il suo Paese e Israele, «più numerose e redditizie che mai». Collaborazioni militari su cui neppure il Real Decreto-ley 10/2025, secondo il Centre Delàs, ha avuto impatti significativi. Le conclusioni del report citato sono lapidarie: «Non sembra che il Governo abbia la volontà politica di imporre un embargo integrale di armi a Israele. L’esistenza di tali relazioni implica la collaborazione con l’industria della sicurezza e della difesa di uno Stato genocida che mantiene un regime di apartheid sulla popolazione palestinese».

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