Un controverso piano per distribuire aiuti umanitari a Gaza, presentato come un’iniziativa indipendente, sta generando forti polemiche per i suoi legami con il Governo israeliano e il coinvolgimento di un ex funzionario dell’intelligence statunitense (la Cia, nella fattispecie). Nato dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, il progetto ha il (vero) obiettivo di aggirare le Nazioni Unite e scalfire il controllo dell’organizzazione palestinese.
Come riportato dal New York Times, infatti, il piano è stato concepito alla fine del 2023 durante incontri privati del Mikveh Yisrael Forum, un gruppo composto da “funzionari israeliani, ufficiali militari e imprenditori con stretti legami con il Governo di Tel Aviv”. L’obiettivo, come accennato poc’anzi, è affidare la distribuzione degli aiuti a contractor privati, principalmente americani, per “indebolire il controllo di Hamas su Gaza” e impedire che gli aiuti finiscano sul mercato nero. La distribuzione, inizialmente prevista nel Sud di Gaza sotto controllo militare israeliano, mira a bypassare le Nazioni Unite, accusate da Israele di “pregiudizio anti-israeliano”.
Nel frattempo, la crisi umanitaria continua a mordere e a mietere vittime innocenti. Per oltre 11 settimane, dal 2 marzo al 18 maggio, nessun aiuto umanitario è entrato a Gaza a causa del blocco imposto dalle autorità israeliane, esaurendo le scorte di cibo, carburante, aiuti medici e vaccini per i bambini, con un impatto devastante sulla popolazione. Il 18 maggio scorso, le autorità israeliane hanno annunciato la ripresa di consegne limitate di aiuti.
Il legame con la Cia
A capo della sicurezza c’è Safe Reach Solutions, guidata da Philip F. Reilly, ex alto funzionario della Cia. Come riporta il New York Times, “Reilly ha aiutato a addestrare i Contras, milizie di destra che combattevano il governo marxista del Nicaragua negli anni Ottanta” e fu “uno dei primi agenti americani a operare in Afghanistan dopo gli attacchi dell’11 settembre”. La sua esperienza in operazioni controverse alimenta sospetti su un coinvolgimento profondo di Washington nell’operazione.
Il finanziamento del progetto è gestito dalla Gaza Humanitarian Foundation, diretta fino a poco tempo fa da Jake Wood, ex marine statunitense: “È chiaro che non è possibile implementare questo piano aderendo rigorosamente ai principi umanitari di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza, che non abbandonerò”, ha affermato di recente annunciando le dimissioni, secondo quanto riportato da Responsible Statecraft. La sua uscita ha sollevato dubbi sulla trasparenza, soprattutto perché, come riporta il New York Times, la fondazione e Safe Reach Solutions condividono lo stesso avvocato, James Cundiff, che ne è stato portavoce.
L’espediente per espellere i palestinesi da Gaza
Le Nazioni Unite hanno criticato duramente il piano. Come riporta il New York Times, l’Onu avverte che il progetto “restringerebbe gli aiuti a poche aree di Gaza” e potrebbe “mettere in pericolo i civili, costringendoli a percorrere chilometri attraverso linee militari israeliane”. Inoltre, si teme che l’iniziativa possa favorire un piano israeliano per spostare la popolazione dal nord al sud di Gaza, potenzialmente legato a una strategia di espulsione. Secondo Responsible Statecraft, “l’idea che un nuovo sistema possa aprire l’accesso agli aiuti questa settimana è probabilmente un altro espediente per costringere i gazawi a lasciare le loro case, specialmente nel Nord, sotto il pretesto dell’umanitarismo”.
L’impiego di contractor privati in una zona di guerra è un ulteriore elemento di preoccupazione. A tal proposito, l’ex contractor di Blackwater Morgan Lerette sottolinea che “l’ambiguità su quale giurisdizione copra questi contractor – israeliana, palestinese, statunitense – è nascosta da chi paga il contratto”. Lerette avverte che “mettere civili armati americani in un campo di battaglia attivo per nutrire i locali” ricorda la situazione di Mogadiscio nel 1993, con il rischio di esiti catastrofici.
Nonostante l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, abbia definito “del tutto inaccurato” chiamare il progetto “un piano israeliano”, le evidenze suggeriscono che sia stato orchestrato da Tel Aviv con il supporto delle agenzie d’intelligence Usa. La scarsa trasparenza sulle fonti di finanziamento e la natura opaca delle organizzazioni coinvolte alimentano i sospetti sui veri obiettivi di questo presunto “piano umanitario” che forse di umanitario ba ben poco.
E i contractor sparano sulla folla
Purtroppo, i timori circa l’impiego di contractor si sono rivelati fondati. Nelle scorse ore, contractor privati americani incaricati avrebbero perso il controllo delle folle e aperto il fuoco con munizioni vere per disperdere civili descritti come “disperati nel cercare cibo per le loro famiglie”, secondo quanto riportato da Al Jazeera.
L’emittente ha riferito che le forze dell’Idf sono intervenute per evacuare i contractor, mentre elicotteri militari e carri armati hanno sparato nelle vicinanze per cercare di disperdere la folla. Un giornalista dell’AP presente nell’area ha confermato di aver udito spari di carri armati e colpi d’arma da fuoco israeliani. Non è ancora chiaro se l’incidente abbia causato feriti o morti, sebbene Middle East Eye abbia riportato che l’evento ha provocato una “calca mortale”.
La crisi di Gaza mostra come l’intreccio tra agenzie di intelligence, contractor e Israele influenzi profondamente dinamiche politiche e umanitarie. In questo articolo abbiamo esplorato una realtà complessa e conosciuta da pochi. Sostienici per continuare a raccontare queste storie cruciali: abbonati e resta al fianco di InsideOver!
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