Emmanuel Macron non ha battuto ciglio. A pochissime ore dall’esplosione che ha distrutto il porto di Beirut e devastato la capitale libanese, il presidente francese ha immediatamente avvertito di voler partire per raggiungere la città colpita dall’esplosione e ha telefonato ai suoi interlocutori libanesi. Mossa repentina, quasi furtiva, ma dal forte significato politico e strategico. Il presidente francese conosce perfettamente le dinamiche mediorientali, ma è soprattutto consapevole del ruolo che la Francia può assumere in Libano, di cui Parigi fu potenza mandataria dopo la fine dell’Impero ottomano. I legami tra i due Paesi sono da sempre profondi, e adesso il Libano può trasformarsi nella rampa di lancio perfetta per un presidente che è da tempo in cerca di un volano per alimentare la sua leadership nel Mediterraneo allargato.

“È l’inizio di una nuova era”

La visita a Beirut ha certificato il desiderio del capo dell’Eliseo di imporre la sua guida all’interno della ricostruzione libanese. Ricostruzione politica, prima ancora che fisica, visto che quello che attende il Paese è una delicatissima fase di transizione figlia non solo di un’orrenda esplosione di cui sono ancora misteriose le cause, ma soprattutto della totale delegittimazione dell’intera classe dirigente.

Fallita questa classe dirigente, Macron ritiene che sia arrivato il momento di un regime change mascherato che possa far tornare in auge anche la guida della Francia, specialmente dopo che la vittoria di Hezbollah aveva di fatto imposto una linea molto più filo iraniana che legate alle potenze occidentali. Al suo arrivo nella capitale libanese, Macron, circondato da una folla inferocita, ha parlato come se fosse non solo il leader di una potenza straniera, ma quasi da protettore delle sorti del Libano. “Questa esplosione è l’inizio di una nuova era” ha detto il presidente durante la visita di Gemmayze. Prendendo l’impegno con la gente in piazza di un nuovo patto per il Libano che assicuri un cambiamento profondo nella struttura politica e sociale del Paese.

Impegno che si è concretizzato nelle mosse immediatamente successive del presidente francese, che incontrando i vertici libanesi e le delegazioni dei gruppi parlamentari, ha sottolineato come servissero riforme urgenti sul sistema bancario, un nuovo patto tra fazioni e che la Francia avrebbe guidato i soccorsi internazionali, annunciando l’intenzione di indire una conferenza internazionale entro pochi giorni. Come spiega Matteo Bressan, una sentenza di condanna per l’intera classe politica libanese.

Il ritorno in Medio Oriente passa dal Libano

La Francia rientra quindi ufficialmente in Libano. E per la politica mediterranea e mediorientale non è un elemento di secondo piano. Parigi ha da tempo messo gli occhi su quello parte del mondo, e Beirut è da sempre una chiave per tutta la regione. Macron è apparso più come il capo di una potenza coloniale che come il leader di uno Stato partner. Appena ha parlato di un’inchiesta internazionale sulle cause dell’esplosione, Macron ha trovato subito l’appoggio pubblico di ex primi ministri, del leader druso Walid Jumblatt e del capo delle Forze Libanesi cristiane, Samir Geagea. Segno che la Francia ha già le sue quinte colonne che operano all’interno del Libano, come dimostrato anche dall’accordo raggiunto sul gas nei fondali marini. Tutti segnali che fanno capire l’impegno di Macron nel riaffermare l’influenza francese sul Mediterraneo orientale, confermati dall’accordo militare con Cipro così come dalla presenza delle forze speciali nel nord della Siria e dei caccia nella campagna contro lo Stato islamico. La Francia c’è e si muove a tutto tondo, confermando il desiderio mai sopito di decidere (di nuovo) le sorti di quella parte di mondo.

L’avvertimento per l’Italia

Per l’Italia l’ingresso trionfale di Macron per le vie di Beirut non è un segnale da sottovalutare. Avere un Paese europeo che possa contare sull’appoggio del Libano certamente può aiutare nell’evitare che questo scivoli nelle spire di Stati ambigui su diversi fronti, ma Francia e Italia da tempo si giocano il trono di interlocutore privilegiato tra Libano ed Europa. Il comando italiano di Unifil, rappresentato dal generale Stefano del Col, è un elemento chiave della strategia di Roma nel Mediterraneo orientale e in particolare in Libano. E il fatto che l’ambasciata israeliana abbia confermato il ruolo di mediazione svolto dal comandante italiano per aprire un canale di comunicazione tra Israele e Libano (in particolare per gli aiuti offerti dallo Stato ebraico) fa capire cosa comporti l’avere lì le nostre forze armate. Italia e Francia possono di certo ottenere molto dalla partnership in Libano, ma il passato ha dato diverse lezioni su quali siano le conseguenze (per l’Italia) di una manovra avvolgente da parte francese. La possibilità che da Parigi vogliano scalzare Roma è più di una semplice ipotesi di scuola.

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