Olimpiadi 2024, vietato l’hijab alle atlete. Amnesty condanna la Francia

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Donne, Politica /

Amnesty International ha recentemente pubblicato un rapporto in cui si afferma che il divieto per le atlete francesi di indossare il velo durante i Giochi Olimpici viola le leggi internazionali sui diritti umani e mette in luce l’“ipocrisia discriminatoria” delle autorità francesi e la “debolezza vile” del Comitato Olimpico Internazionale (CIO). Il rapporto, intitolato “Non possiamo più respirare. Neanche lo sport possiamo più fare,” evidenzia il “devastante impatto” del divieto del hijab sulle donne e ragazze musulmane in Francia, a tutti i livelli dello sport.

Anna Błuś, ricercatrice sui diritti delle donne in Europa per Amnesty International, ha dichiarato che il divieto per le atlete francesi di indossare l’hijab sportivo durante i Giochi Olimpici e Paralimpici rende “ridicole” le affermazioni secondo cui Parigi 2024 sarebbe la prima Olimpiade a porre attenzione sulla questione della parità di genere. Questo divieto svela, infatti, la “discriminazione razzista di genere” che influisce sull’accesso allo sport in Francia.

Il rapporto sottolinea che il divieto dell’hijab viola le norme internazionali sui diritti umani. Inoltre, già nel settembre 2023, l’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha dichiarato che “nessuno dovrebbe imporre a una donna cosa deve indossare o non indossare,” in seguito all’annuncio della ministra dello sport francese, Amélie Oudéa-Castéra, secondo cui nessun membro della delegazione francese può indossare l’hijab durante i Giochi Olimpici, che si svolgeranno in Francia dal 26 luglio all’11 agosto.

“I rappresentanti delle nostre delegazioni nelle nostre squadre francesi non indosseranno il velo,” ha detto la ministra, aggiungendo che il governo è fermamente attaccato a “un regime di laicità rigorosa, applicata strettamente nel campo dello sport.”

Amnesty sostiene che i divieti sull’hijab nello sport in Francia hanno creato una situazione “insostenibile,” poiché il paese ospitante i Giochi Olimpici viola numerosi obblighi derivanti dai trattati internazionali sui diritti umani e non rispetta gli impegni e i valori previsti dal quadro sui diritti umani del CIO (Comitato Olimpico Internazionale). Nonostante le numerose richieste di intervento, il CIO ha finora rifiutato di chiedere alle autorità sportive francesi di revocare i divieti per le atlete che indossano l’hijab. Rispondendo a una lettera di una coalizione di organizzazioni che chiedevano di intervenire, il CIO ha affermato che il divieto francese sugli hijab sportivi esula dal mandato del movimento olimpico, sostenendo che “la libertà religiosa è interpretata in modi diversi dai vari Stati.”

Appelli al boicottaggio

La decisione francese ha scatenato un’ondata di indignazione, con molte persone in tutto il mondo che hanno utilizzato i social media per chiedere il boicottaggio dell’evento sportivo. Gli oppositori del divieto ritengono che lo sport non dovrebbe imporre restrizioni sui simboli religiosi e sugli abbigliamenti che non interferiscono con la pratica sportiva e accusano il Comitato Olimpico Internazionale di complicità con questa violazione.

“Oh no… dovremo boicottare i Giochi Olimpici del 2024 a Parigi, poiché la Ministra dello Sport ha appena spiegato che gli atleti francesi non potranno indossare l’hijab. Vale anche per gli atleti stranieri!? Se sì, allora l’americana Ibtihaj Muhammad non avrebbe potuto vincere la sua medaglia di bronzo,” ha scritto una persona su X.

“Benvenuti ai primi Giochi Olimpici islamofobi della storia!” ha affermato lo storico francese Fabrice Riceputi sulla stessa piattaforma, come riportato successivamente da Middle East Eye.

Nel mese di ottobre, sei esperti di diritti umani delle Nazioni Unite hanno scritto alle autorità francesi per esprimere preccupazione, sostenendo che il divieto viola il diritto delle donne e delle ragazze musulmane “a partecipare allo sport” e potrebbe “alimentare l’intolleranza e la discriminazione nei loro confronti.”

Islamofobia istituzionalizzata in Francia

Le comunità musulmane in Europa, così come le organizzazioni per i diritti umani, denunciano da decenni l’attenzione eccessiva rivolta al velo e all’abbigliamento delle donne musulmane in Francia, spesso strumentalizzando il concetto di laicità. Ritengono che questo fenomeno sia un sintomo di islamofobia istituzionalizzata.

Secondo Amnesty International, la laicità non è una giustificazione legittima per imporre restrizioni alla libertà di espressione e di religione.

Malak Benslama-Dabdoub, docente di diritto presso la Royal Holloway University of London, ha sostenuto che la Francia, con il divieto annunciato nell’agosto 2023 di indossare l’abaya, una tunica lunga indossata da alcune donne musulmane velate nelle scuole, e altre restrizioni sui simboli religiosi, sta prendendo decisioni intrise di islamofobia istituzionalizzata sotto il pretesto della laicità. Questi divieti sono modalità per giustificare la discriminazione contro le donne musulmane, mascherata da preoccupazione per la separazione tra religione e stato. Secondo la docente, il numero esiguo di studentesse che indossano l’abaya rende difficile capire perché questo possa rappresentare una minaccia per la laicità dello stato.

La docente Benslama-Dabdoub infine sostiene che queste misure sono un esempio di controllo patriarcale che riflette un’eredità coloniale di sottomissione delle donne musulmane, simile alle politiche coloniali passate che cercavano di “civilizzare” le culture locali. Inoltre, Benslama-Dabdoub, così come molte attiviste femministe musulmane, critica la mancanza di attenzione del femminismo francese verso le ingiustizie subite dalle donne musulmane, accusandolo di sostenere una mentalità coloniale che considera le donne musulmane incapaci di autodeterminarsi.