“Zelensky ha bisogno della guerra per rimanere al potere”: intervista esclusiva a Dubinsky, il deputato ucraino incarcerato per legami con Mosca

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Oleksandr Dubinsky, giornalista investigativo e parlamentare ucraino, si trova detenuto dal novembre 2023 con l’accusa di aver collaborato con il Cremlino. Secondo la sua versione, però, si tratterebbe di una ritorsione politica legata alle sue posizioni critiche nei confronti del presidente Volodymyr Zelensky e alla sua partecipazione, in passato, a iniziative pubbliche relative al caso Burisma e ai legami tra l’Ucraina e la famiglia Biden.

Lo abbiamo raggiunto nel carcere dove è attualmente detenuto, grazie alla mediazione del suo team di avvocati che ci hanno fornito documenti e materiale video a supporto delle dichiarazioni del suo assistito.

Dal silenzio forzato alla voce ritrovata, Dubinsky racconta in esclusiva quanto, a suo dire, si cela dietro la sua incarcerazione.

Signor Dubinsky, può raccontarci cosa è accaduto nei primi giorni della sua detenzione? Conferma di essere stato sottoposto a torture fisiche?

«Sì, confermo di essere stato picchiato e torturato. Mi hanno rotto le costole, colpito alle gambe e lasciato lividi sul volto. L’obiettivo era costringermi a confessare un crimine che non ho mai commesso».

Secondo Dubinsky, la sua detenzione non sarebbe legata a prove concrete, bensì a un contesto politico e mediatico ben più ampio, legato alla narrativa di un presunto coinvolgimento russo nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2020.

«La mia incarcerazione — spiega — è il risultato di una campagna che prosegue da anni. Dopo il fallimento dell’indagine Mueller negli Stati Uniti, nel 2020 è stata diffusa l’idea che i contenuti del laptop di Hunter Biden fossero frutto della disinformazione russa. Anche quella narrazione è crollata, ma ha preparato il terreno per un’ulteriore costruzione: dimostrare, attraverso l’Ucraina, l’esistenza di una “traccia russa” che collegasse Trump a Mosca».

Il suo coinvolgimento sarebbe maturato nell’ambito di un’inchiesta più ampia avviata nel 2022 e inizialmente indirizzata verso un altro ex deputato. Uno dei collaboratori di quest’ultimo, arrestato nei primi giorni del conflitto, avrebbe rilasciato — secondo Dubinsky — una testimonianza estorta con la forza, nella quale sosteneva che alcune registrazioni compromettenti tra Biden e ex presidente Ukraino Poroshenko erano state diffuse su ordine dell’intelligence russa.

Nel maggio 2023, Dubinsky viene convocato in qualità di testimone, in quanto partecipante a una conferenza stampa del 2019 dedicata al caso Burisma. Nel corso dell’interrogatorio, avrebbe dichiarato che quell’evento era stato organizzato — a suo dire — su iniziativa dell’allora presidente Zelensky e del suo capo di gabinetto.

«Quella testimonianza — afferma — ha rappresentato un ostacolo per l’impianto accusatorio, che puntava a costruire un collegamento diretto tra Russia e interferenze elettorali. Da quel momento, l’attenzione si è concentrata su di me.»

A partire da agosto dello stesso anno, Dubinsky riferisce di aver subito una serie di perquisizioni domiciliari, sia nella sua abitazione che in quelle di parenti e collaboratori. In totale, sedici operazioni senza esito.

«Non avendo trovato nulla — prosegue — le autorità hanno fatto ricorso alla stessa persona che aveva fornito la prima testimonianza nel 2022. L’11 novembre 2023, quest’ultimo ha improvvisamente dichiarato che anche io lavoravo per l’intelligence russa. Nel video di quell’interrogatorio — che ho potuto visionare — il suo volto è chiaramente tumefatto. Per oltre un anno non mi aveva mai menzionato. Poi, all’improvviso, il mio nome compare, suggerito durante l’interrogatorio.»

Dubinsky viene arrestato due giorni dopo. Racconta di essere stato rinchiuso in una cella insieme a detenuti per reati violenti, che lo avrebbero picchiato per due notti consecutive.

«Non avevano prove. Volevano solo una confessione. Non l’hanno avuta.»

A questo si aggiunge un episodio medico. Pochi giorni dopo l’arresto, l’ex deputato sviluppa un’appendicite acuta. Il trasferimento in ospedale, secondo la sua versione, viene ritardato per due giorni.

«Quando finalmente mi hanno portato in ospedale, il medico mi ha detto che avevo due ore di vita. Se fossimo arrivati più tardi, sarei morto. Ma sono ancora qui, e oggi sono più determinato che mai a raccontare la verità.»

Lei ha fatto riferimento a una struttura gestita dai servizi segreti ucraini dove verrebbero estorte confessioni con la forza. Esiste davvero un “campo segreto”?

“Sì. Esiste ed è noto con il nome di “Gym”, ed è stato riconosciuto anche da due rapporti delle Nazioni Unite”.

Dubinsky sostiene che la struttura sia situata sotto il quartier generale dell’SBU a Kyiv, all’interno di una vecchia palestra riconvertita — secondo la sua testimonianza — in un centro di detenzione clandestina.

«Si tratta di una struttura illegale — afferma — dove vengono condotti cittadini ucraini accusati di “tradimento” o ritenuti ostili al Governo. In quel luogo si praticano torture sistematiche per estorcere dichiarazioni, confessioni o semplici accuse da rivolgere ad altri.»

Quante persone vi sarebbero passate?

«Secondo le testimonianze disponibili, almeno 300. In media, circa 70 detenuti alla volta. È un luogo di detenzione extragiudiziale dove non esistono diritti.»

Dubinsky descrive dettagliatamente le torture che — a suo dire — sarebbero praticate nella struttura: soffocamento con sacchetti di plastica, scosse elettriche, percosse ai genitali, simulazioni di esecuzioni, dita schiacciate nelle porte, pestaggi continui.

È tutto documentato?

«Sì. Le testimonianze delle vittime sono state depositate anche nel registro giudiziario ucraino, ma vengono ignorate. Ho fornito a chi di dovere documenti, rapporti, persino video, che descrivono quanto accade in quella struttura.»

Secondo Dubinsky, chi si oppone pubblicamente alla guerra o propone trattative con la Russia rischia di essere accusato di collaborazionismo e finire al “Gym”.

Anche i suoi legali hanno subito pressioni?

«Sì. Due miei avvocati, incaricati di raccogliere prove sulle torture e di assistere alcune delle vittime, sono stati rapiti e arruolati con la forza nell’esercito. Uno di loro era diabetico, l’altro aveva avviato una denuncia contro il capo dell’SBU. Un terzo avvocato, cieco da un occhio, è stato minacciato di essere dichiarato “idoneo al servizio militare” se non avesse interrotto la sua collaborazione con me. E ha dovuto fermarsi. Lo capisco.»

Perché, secondo lei, questo campo è stato creato?

«Per trovare capri espiatori dopo l’inizio della guerra. L’intelligence ucraina non aveva previsto l’invasione russa e il Governo ha perso rapidamente il controllo di ampie zone del territorio. Serviva qualcuno da incolpare. Così hanno iniziato a cercare “traditori” ovunque. E grazie al “Gym”, ottenevano le confessioni che servivano.»

Sta dicendo che è stato uno strumento per consolidare il potere?

«Esattamente. Un’operazione interna per zittire chiunque mettesse in discussione la linea ufficiale del Governo e impedire qualsiasi apertura verso una soluzione negoziata del conflitto.»

In un suo post, ha fatto riferimento alla morte del ministro dell’Interno ucraino, Denis Monastyrsky. Ritiene che non sia stato un semplice incidente?

“Non credo sia stato un incidente tecnico, almeno non nel senso comune del termine”.

Dubinsky ipotizza che dietro l’incidente in elicottero in cui ha perso la vita Monastyrsky nel gennaio 2023, ci possa essere un’operazione di “spoofing” — ovvero un’interferenza deliberata con il sistema di navigazione dell’aeromobile, che ne avrebbe deviato la rotta verso una zona militare sensibile.

Un errore di rotta? Cosa ci sarebbe dietro?

Secondo Dubinsky, Monastyrsky stava seguendo una pista molto delicata: un’indagine interna sulla possibile vendita di armi fornite dai partner occidentali dell’Ucraina verso Paesi terzi, tra cui il Ciad.

«Ho pubblicato documenti su questo canale — afferma — provenienti da fonti investigative ucraine. Non si trattava di semplici sospetti, ma di atti già protocollati. La loro autenticità è stata verificata. Era in corso un’indagine vera e propria, poi improvvisamente interrotta.»

Che tipo di armi?

Dubinsky parla di forniture militari ricevute da Stati Uniti e altri alleati europei, che sarebbero finite sul mercato nero o deviate verso Paesi africani.

«Si trattava di materiale strategico, non solo armi leggere. E la notizia non ha avuto la risonanza che meritava, nemmeno nei Paesi donatori. Ma negli Stati Uniti qualcuno ha cominciato a porre domande.»

Insinua che la sua morte sia stata funzionale a fermare quell’inchiesta?

“Io dico solo che le coincidenze sono molte. E che la tecnologia per alterare un sistema GPS in volo esiste. Se un ministro stava toccando interessi troppo grandi, il rischio di “incidenti” non è da escludere”.

Secondo lei, perché le autorità ucraine la accusano di agire per conto della Russia?

“Perché è un metodo comodo per screditare chiunque dissenta”.

Dubinsky sostiene che in Ucraina l’etichetta di “agente del Cremlino” sia ormai diventata uno strumento sistematico per colpire ogni voce critica nei confronti del governo.

«Oggi basta esprimere un’opinione non allineata per essere accusati di lavorare per Mosca. È diventato un automatismo. Lo hanno fatto anche con figure americane, come Donald Trump o il senatore Rubio. La propaganda ha perso ogni logica: chiunque non si adegua alla linea ufficiale viene immediatamente bollato come ‘filorusso’.»

Quando sarebbe cominciata questa tendenza?

Dubinsky individua un momento preciso: il 2014, con il cambio di governo sostenuto da finanziamenti occidentali e organizzazioni come USAID e le fondazioni legate a George Soros.

«Da allora — spiega — si è creato un sistema binario: chi alimenta la retorica anti-russa riceve spazi in TV, fondi, incarichi. Chi chiede neutralità o semplicemente dialogo, viene isolato e delegittimato. Era l’inizio di una narrazione bellicista che pochi hanno osato contrastare.»

Quindi si considera un pacifista?

«No, mi considero un realista. E un deputato eletto dal popolo, non un agente di potenze straniere. Rifarei ogni dichiarazione che ho fatto, senza esitazioni.»

È stato coinvolto nel caso Burisma. Ritiene che le accuse contro di lei siano legate alla protezione della famiglia Biden?

“Sì. È evidente. E non riguarda solo me”.

Dubinsky afferma che nel 2019 fu proprio Zelensky a sollecitarlo a intervenire pubblicamente sulla vicenda Burisma, come parte di un’inchiesta più ampia sulla corruzione dell’amministrazione Poroshenko.

Cosa accadde dopo?

«Quattordici giorni dopo l’elezione di Joe Biden — racconta — venne aperta un’indagine contro di me per alto tradimento. L’accusa era di aver discreditato Biden. A presentarla fu un’ONG finanziata da USAID e Soros.»

Ci furono pressioni internazionali?

«Sì. Nel gennaio 2021, la stessa ONG inviò una richiesta ufficiale al Dipartimento del Tesoro statunitense per sanzionarmi. Poco dopo, il capo della maggioranza parlamentare mi mostrò un messaggio proveniente dall’ambasciata USA: chiedevano la mia espulsione dal gruppo come gesto di “buona volontà” verso la nuova amministrazione Biden.»

Un avvertimento a tutti gli altri?

«Esatto. Dopo di me, nessuno ha più osato parlare dei rapporti tra i Biden e Burisma.»

Ha chiesto l’impeachment di Zelensky. Perché?

“Perché mette sé stesso davanti al Paese”.

Dubinsky accusa il presidente ucraino di aver mancato ogni occasione di negoziato per inseguire consensi e potere personale. Cita il rifiuto degli accordi di Minsk, il boicottaggio del formato Normandia, il blocco del processo di Istanbul nel 2022.

Lo ha fatto per calcolo politico?

«Sì. Ogni decisione è stata funzionale al mantenimento del potere. Zelensky ha bisogno della guerra per giustificare la sua autorità. Senza conflitto, non ha più legittimità.»

E quali sarebbero le conseguenze di questo atteggiamento?

«Oggi l’Ucraina è un Paese militarizzato, con cittadini trattenuti forzatamente, giovani costretti a combattere, oppositori messi a tacere o mandati in prima linea. È un sistema fondato sulla coercizione e sulla paura.»

Lei come si definirebbe?

“Una persona che ha detto “no”.

Dubinsky rivendica la propria opposizione al sistema attuale, che considera ingiusto e autoritario.

Un esempio isolato?

«No, accade anche in altri Paesi europei. In Ungheria, Slovacchia, Francia: chi si oppone all’agenda globalista viene perseguitato o espulso dal dibattito pubblico.»

Come si può reagire a questo?

«Unendo le forze. Bisogna costruire una rete internazionale di movimenti sovranisti e identitari. MAGA non dovrebbe essere solo americano, ma diventare un’ideologia globale.»

Come immagina il ritorno dell’Ucraina alla neutralità? È ancora possibile dopo anni di guerra?

“È l’unica via d’uscita”.

Dubinsky ricorda che la dichiarazione d’indipendenza del 1991 proclamava esplicitamente la neutralità del Paese.

Quando è cambiato tutto?

«Con la progressiva pressione delle élite e degli oligarchi che hanno spinto per l’adesione alla NATO. Ma il popolo non ha mai chiesto la guerra. Solo pace e stabilità.»

È ancora recuperabile questa prospettiva?

«Sì, con una leadership forte che ascolti davvero i cittadini. Gli ucraini oggi vogliono tornare alla normalità. E ciò passa solo per la neutralità.»

Come si può avviare un dialogo con la Russia?

“Con volontà politica. Che oggi non c’è”.

Dubinsky ritiene che Zelensky sia il principale ostacolo ai negoziati.

Quindi cosa propone?

«Una delegazione nominata dal Parlamento, indipendente dal governo, che possa parlare con Mosca senza condizioni ideologiche. Io sono pronto a farne parte.»

E la questione dei territori?

«Oggi non si può discutere di concessioni perché la Costituzione lo vieta. Ma il potere in Ucraina appartiene al popolo. Se ci sarà consenso, si potrà aprire quel dibattito.»

E se la piena integrità territoriale non fosse più realistica?

“Si parte da quello che si riesce a difendere. Il resto si negozia”.

Dubinsky suggerisce di congelare il conflitto sulla linea del fronte attuale, e poi proseguire con trattative su basi pragmatiche.

Ha contatti con Donald Trump o ambienti conservatori americani?

“No, mai chiesto nulla”.

Dichiara di aver informato il Dipartimento di Stato e la Casa Bianca della sua situazione, senza ricevere risposta.

A chi la accusa di fare propaganda russa, cosa risponde?

Che è una calunnia senza prove.

«Sono detenuto da 16 mesi, senza telefono o accesso a internet. Di che propaganda parliamo? Nessuno ha dimostrato nulla contro di me.»

Sta lavorando a un libro o un progetto per raccontare la sua storia?

“Sì. Ho già raccolto il materiale per un libro e un documentario”.

Il titolo provvisorio è “Inside Russian Collusion” e punta a raccontare il coinvolgimento ucraino nella creazione della narrativa sulla “traccia russa” nelle elezioni americane.

E il futuro dell’Ucraina? Come lo vede?

“Senza presidenza, con piena neutralità”.

Dubinsky propone di trasformare l’Ucraina in una Repubblica parlamentare pura, abolendo la presidenza, che ritiene il fulcro dell’autoritarismo. «Solo così — conclude — possiamo sperare in un’Ucraina davvero libera, indipendente e in pace.»

Il racconto di Oleksandr Dubinsky si colloca in uno dei contesti geopolitici più complessi e delicati degli ultimi anni, gettando un’ombra inquietante sulle dinamiche interne dell’Ucraina e sulla gestione del conflitto in corso. Le sue parole, raccolte in esclusiva durante la detenzione, offrono una prospettiva alternativa — scomoda per alcuni, essenziale per altri — sulla narrativa ufficiale che ha dominato il dibattito internazionale.

Al di là delle accuse reciproche e delle evidenti strumentalizzazioni politiche, resta il dato umano: quello di un ex deputato che, a costo della propria libertà e sicurezza, rivendica il diritto di dissentire e di invocare una strada diversa da quella della guerra permanente. Una voce che, al di là delle polemiche, richiama l’attenzione su un interrogativo fondamentale: può esistere ancora, nel cuore dell’Europa, lo spazio per un’autentica alternativa alla logica del conflitto?

Dubinsky, da una cella senza accesso al mondo esterno, continua a sfidare il racconto dominante. E il suo appello, destinato forse a scuotere coscienze ben oltre i confini dell’Ucraina, rimane sospeso come una domanda inevasa: quanto costa, oggi, difendere la verità?