Le elezioni olandesi hanno visto la contrapposizione ormai usuale tra forze di sistema e forze cosiddette populiste. Lo sfidante del populista Geert Wilders era appunto un liberale, Mark Rutte, il quale si è affermato nonostante la crescita dell’avversario.Il tutto a scapito della sinistra storica, i cui voti si sono dispersi (in parte sono confluiti nei Verdi, che hanno avuto un’affermazione a sorpresa).Un’elezione in linea con quanto accaduto negli ultimi anni in tutto il mondo occidentale, dove lo scontro tra forze di sistema e forze anti-sistema ha preso il posto dello storico conflitto tra destra e sinistra. Uno sviluppo che indica uno scacco della sinistra. Essa risulta sempre più incapace di assolvere il compito storico per il quale era nata, ovvero difendere le classi disagiate, e ormai rassegnata, se non consegnata, ai dogmi imposti dalla finanza globalizzante (con eccezioni che confermano la regola). E dire che il movimento no-global era germinato dalla sinistra…Questa mutazione della sinistra fa sì che i partiti e i movimenti cosiddetti populisti peschino a destra e a sinistra: sia da quella piccola e media borghesia non più rappresentata dalla destra storica, che ha assunto derive ultraliberiste, che da ambiti che si sentono abbandonati dalla sinistra.Ma al di là delle considerazioni di carattere generale, va segnalato che la politica, la cultura e i media occidentali hanno voluto vedere nella vittoria di Rutte in Olanda un evento epocale. Nei Paesi Bassi, infatti, si sarebbe infranta l’onda d’urto del populismo, che aveva preso abbrivio con la Brexit ed era montata con la vittoria di Trump.Probabile si sia attribuita un’importanza eccessiva all’evento olandese, si sia cioè alimentato artificiosamente il valore di tale elezione tanto da farla assurgere a evento epocale, così da renderla incisiva in una prospettiva futura. Perché il destino dell’Unione europea non si gioca in Olanda ma in tutt’altro contesto, ovvero in Francia, dove il Front National può vincere nonostante abbia contro le forze di sistema (destra e sinistra). È accaduto in America con Trump, potrebbe ripetersi a Parigi. Questo almeno il terrore che attanaglia le forze di sistema. Detto questo, e per tornare alle elezioni olandesi, è vero che Wilders, come altri movimenti e partiti cosiddetti populisti, ha attratto voti di paura: la paura della classe media e di altri settori disagiati non più rappresentati dalla sinistra che vedono erodere la loro prosperità economica e i loro diritti di cittadinanza (stante che la sovranità e la ricchezza delle nazioni è sempre più appannaggio di élite autoreferenziali).Ma sulla paura ha fatto leva, e molto, anche il fronte vittorioso, come usuale nelle ultime consultazioni elettorali tenute in Occidente, che ha propalato l’idea che l’affermazione del cosiddetto populismo sarebbe stata una catastrofe, sia sotto il profilo della tenuta democratica che della prosperità economica. I media e la politica hanno celebrato la vittoria olandese come una vittoria della democrazia. In realtà è stata una vittoria della paura. La democrazia è ben altra cosa, e non è minacciata solo dalle forze cosiddette populiste. Anzi, esse rischiano di essere le uniche forze politiche di riferimento per quanti vedono con timore il montare del Moloch della grande finanza. In realtà riconoscere che tali forze, al di là dei loro limiti, rappresentano istanze legittime potrebbe essere un’opportunità per i partiti politici più o meno storici. Una leva che potrebbe essere usata per sganciarsi dalle élite finanziarie alle quali si sono consegnati.

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