Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Le previsioni della vigilia sono state dunque confermate. Con oltre il 60 per cento di voti contrari, l’Olanda boccial’accordo con cui l’Unione europea nel 2014 aveva ammesso l’Ucraina nell’Area di Libero Scambio: nel mezzo del semestre di Presidenza olandese dell’Ue, i “No” si impongono al referendum promosso dal partito antieuro GeenPeil ed da altri movimenti euroscettici. Non essendo vincolante pur richiedendo un quorum del 30 per cento (superato di poco), tecnicamente la consultazione non dovrebbe incidere sulla definitiva attuazione dell’Accordo, già ratificato da 27 parlamenti su 28 ed in vigore transitoriamente da inizio anno. Politicamente, però, andrà a creare parecchi grattacapi alle istituzioni olandesi. Il governo dell’Aja dovrà infatti tenere necessariamente conto del messaggio giunto dalle urne: parole dello stesso Primo Ministro Mark Rutte, che dinanzi al risultato delineatosi ha ribadito di non voler ignorare l’affermazione dei “No” e si è detto disposto a rimettere in discussione la ratifica. Nei giorni scorsi, l’esecutivo a guida centrista avrebbe già iniziato a valutare una opt-out, ossia una rinuncia, consentita dai trattati comunitari, ad alcuni effetti derivanti dall’accordo con Kiev: evidentemente la sconfitta del “Sì” era stata messa in preventivo da Rutte con largo anticipo, tanto che in una intervista rilasciata a fine marzo al sito NU.nl, il premier osservava come un’Ucraina parte integrante dell’Ue non sarebbe più riuscita a ricostruire quei buoni rapporti con la Russia, che la sua posizione geopolitica di cerniera tra Est e Ovest rende di fatto ineludibili. Di certo, il responso delle urne è una brutta gatta da pelare maggiormente per Bruxelles. Innanzitutto, perchè l’intento dei promotori del referendum era essenzialmente quello di dimostrare il divario esistente tra l’iniziativa europea ed il consenso dell’elettorato. Poi, perchè la netta bocciatura di due anni di politica estera comunitaria, pagata con il deterioramento dei rapporti politici ed economici con Mosca, arriva a pochi mesi dal referendum sul Brexit, e può rappresentare il viatico di un trionfo degli anti-Ue d’Oltremanica. Infine, perchè quello olandese, più che sull’Ucraina, è stato un vero e proprio referendum su Vladimir Putin, dal quale questi è uscito vincitore. Oltre a qualche stilettata sull’impatto che l’ingresso di Kiev nell’Area di Libero Scambio potrà avere sull’economia nazionale, la campagna referendaria olandese si è concentrata prettamente sul presidente russo. Per i favorevoli all’accordo con Kiev, votare “No” avrebbe significato tradire gli ucraini, rafforzare il Cremlino e premiare l’aggressione della Russia contro l’Ucraina. Per i contrari, il sostegno a Kiev avrebbe portato l’Olanda ad un definitivo deterioramento dei rapporti con Mosca, già minati dall’ingerenza della Nato e dell’Ue nella sua sfera d’influenza, nella quale appunto l’Ucraina è ritenuta parte. Nei loro interventi, i promotori della consultazione sono parsi soprattutto preoccupati dei contrasti con la Russia, che potrebbero derivare da un’eventuale azione militare di Kiev contro la Crimea, in cui l’Olanda verrebbe coinvolta suo malgrado. Sarà forse per questo motivo che, a poche ore dall’apertura delle urne, il presidente ucraino Petro Poroshenko ha escluso categoricamente una soluzione bellica per la Penisola contesa, confidando invece in un accordo diplomatico: un tentativo legittimo di influenzare il voto, ma arrivato tardi. In sostanza, a fare breccia nel voto olandese sono state le perplessità sui reali benefici derivanti dalla partnership economica con l’Ucraina, e i timori sul ruolo politico che quest’ultima dovrà e potrà avere presso l’Ue. Dubbi espressi recentemente anche dal presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker, secondo cui un ingresso effettivo di Kiev nell’Unione potrebbe avvenire tra non meno di venticinque anni.

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