L’Estremo Oriente non è più “estremo” se non geograficamente. L’Oriente è vicino, anzi, per meglio dire, l’Oriente è il polo attrattore, il fulcro, degli scambi commerciali e dell’economia mondiale. Un volume di traffico in costante crescita che passa per i mari: tra il 2015 ed il 2016 il 60% del commercio marittimo globale passava attraverso l’Asia, con il Mar Cinese Meridionale che, da solo, rappresentava circa un terzo del traffico marittimo del mondo. Una crescita, quella asiatica, che mostra una tendenza in costante aumento, rallentata solo dalla recente crisi pandemica: dopo il “crollo” del 2020, che ha dimezzato il fattore di crescita percentuale, quest’anno le stime prevedono una ripresa pari al 6,2 percento rispetto all’anno precedente. Una crescita rapida che è cominciata due decenni fa, e che, se non ci fosse stata la pandemia, avrebbe portato le economie asiatiche al netto superamento di quelle del resto del mondo, con quella cinese che, nel 2020, è stata l’unica a crescere con un mondo sostanzialmente in recessione.

Si capisce quindi perché l’Estremo Oriente, e le acque che lo circondino, siano tornate – da almeno tre lustri – prepotentemente al centro dell’agenda di politica estera statunitense. In particolare le acque del Mar Cinese Meridionale sono oltremodo critiche per Cina, Taiwan, Giappone e Corea del Sud, che dipendono tutte dallo Stretto di Malacca, che collega quello specchio d’acqua e, per estensione, l’Oceano Pacifico, con l’Oceano Indiano. Essendo una delle economie più grandi al mondo, con oltre il 60 percento del suo commercio in valore che viaggia via mare, la sicurezza economica della Cina è strettamente legata al Mar Cinese Meridionale. Washington lo sa bene, e non può stare a guardare Pechino che, per garantire la propria sicurezza economica, mette in atto un processo di nazionalizzazione dei mari afferenti alle sue acque territoriali come appunto sta facendo nel Mar Cinese Meridionale.

Non si tratta solamente di una questione di rispetto delle regole internazionali, ma proprio di due Weltanschaaung che si scontrano: da un lato i difensori della libertà di navigazione (dei mari e dei cieli), dall’altro chi intende nazionalizzare rotte e spazi per averne il controllo, magari facendosi comunque propugnatori di un ideale globalista, con un’evidente contraddizione di fondo. Esiste quindi questo spartiacque che vede “avversari” e “amici” da lati differenti: insieme alla Cina e alla Russia troviamo l’India, che – se pur più morbidamente – avanza le stesse pretese pur essendo, in questo particolare momento storico, molto legata agli Stati Uniti in funzione del medesimo obiettivo di contenimento dell’espansionismo cinese. Sul fronte opposto gli Stati Uniti possono contare sui propri storici alleati nell’area (Giappone, Australia, Corea del Sud), e recentemente anche su alcuni Paesi dell’Alleanza Atlantica, che hanno rimodulato le proprie posture strategiche cominciando a guardare con attenzione a quanto accade in Estremo Oriente e quindi diventato “proattivi” in tal senso.

La spinta degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti sanno che la Cina è un nemico ostico, gigantesco e soprattutto estremamente radicato nel tessuto economico e tecnologico di tutti i Paesi del mondo. Questa percezione di Pechino come un avversario globale fa sì che a Washington siano consapevoli che anche il duello si debba svolgere su scala globale: non solo nella proiezione di questo scontro ma anche per gli Stati coinvolti nel piano americano.

La questione è diventata sempre più impellente con l’avvento della Nuova via della Seta. Nel momento in cui la Cina ha manifestato il suo interesse verso la creazione di un sistema globale imperniato sulla leadership cinese e su rapporti sempre più solidi con i Paesi firmatari o coinvolti ne progetto, gli Stati Uniti hanno compreso fino a che punto fosse arrivato il legame di tutto il mondo (anche degli alleati americani) con il piano di Pechino. Così, la scelta degli Stati Uniti è stata quella di considerare non solo un contenimento fisico della Cina partendo dai partner regionali dell’Indo-Pacifico (creazione strategica Usa per evidenziare proprio l’unione dei due oceani come catena acquatica e politica intorno alla Cina) ma anche dai vecchi alleati europei che apparivano sempre più collegati all’Asia e sempre più dissociati dagli obiettivi strategici americani. L’Estremo Oriente, secondo Washington, non può più essere solo un problema di chi vive nel Pacifico, ma anche di vive con il Pacifico, di chi è legato ai mercati orientali, ai Paesi dell’area, all’idea della libertà di navigazione e, in definitiva, al blocco occidentale. Una sfida dunque che non poteva essere relegata a un duello circoscritto alla sponda occidentale e orientale di quell’enorme specchio d’acqua che divide Asia e America.

La pressione statunitense si è fatta insistente come per quanto avvenuto con la Russia in Europa. La logica americana è molto simile: quella di rendere sempre più evidente ai partner europei che gli Stati Uniti non possono sfidare un’altra superpotenza mentre gli alleati parlano di rivalità strategica senza impegnarsi sul campo. Se questo discorso delle amministrazione americane è più semplice per quanto riguardo Mosca, perché la geografia costringe gli europei a valutare di volta in volta le mosse russe, diverso è il caso del Pacifico, che per molto tempo è stato visto come un luogo totalmente estraneo alla geopolitica europea. Una scelta che Washington non può ovviamente accettare, perché significa perdere nel tempo l’idea stessa di Occidente e quella di guidarlo: senza un Oriente avverso, di fatto l’Occidente cessa di avere una sua rilevanza strategica. Cosa che per gli Stati Uniti è fondamentale fintantoché le sue rivali strategiche sono Mosca e Pechino.

Questo interesse americano a spingere l’Europa verso Oriente non deve però essere letto in una chiave unidirezionale. Il rischio è di pensare che gli europei si uniscano alle velleità “imperiali” degli Stati Uniti ma questa visione rischia di essere estremamente superficiale. La verità è che se Washington ha come scopo quello di avere più alleati possibile al suo fianco, dall’altro lato è evidente la presa di coscienza di molti Stati europei per cui lasciare sguarnito il fronte del Pacifico equivale ad auto-escludersi da un’area che in qualsiasi caso deciderà il destino del mondo. Sia dal punto di vista economico che da quello militare. Ed è un interesse che antiche e nuove potenze globali non possono assolutamente mettere in secondo piano.

Regno Unito

Dall’uscita dall’Unione europea, il Regno Unito ha subito orientato il suo sguardo verso il mondo al di fuori del Vecchio continente. La visione della Global Britain ha immediatamente preso il sopravvento su quella della Londra “europea”, riposizionando il mirino sugli antichi fasti imperiali uniti a una pragmatica comunanza di intenti con gli Stati Uniti e all’interesse per i grandi mercati dell’Oriente. Londra pensa al suo futuro fuori dagli schemi europei, globale, e con una proiezione oceanica che guarda a tutto il mondo, senza preclusioni. Ed è su questa visione politica che ha incentrato anche il suo rapporto con l’Estremo Oriente.

Per Londra, la Cina è un partner fondamentale. Dal punto di vista finanziario, commerciale, industriale e tecnologico, Pechino è come per tutti i paesi dell’occidente un elemento essenziale della politica estera ed economica di qualsiasi governo. Ma per Londra è anche una minaccia. Lo è per Hong Kong, vecchio pallino della strategia globale britannica, lo è per gli stretti, il cui controllo è ancora oggi una delle principali chiave della politica strategica del Regno Unito. Ed è una minaccia anche per l’inevitabile richiesta americana di spostare l’attenzione della Difesa britannica – quale alleato principale – anche a sostegno dell’avversario strategico Usa per eccellenza.

Non deve quindi stupire che il primo vero grande atto militare della nuova Global Britain post Brexit sia stato quello di ordine la partenza dell’intero gruppo d’attacco della portaerei Queen Elizabeth verso l’Indo-Pacifico. Un dispiegamento di forze che, per quanto riguarda Londra, non si vedeva dal 1982, anno della guerra delle Falkland. Oltre al gioiello della Royal Navy, la Queen Elizabeth, che sarà al suo primo impegno operativo con gli F-35B, prenderanno il mare un sottomarino nucleare classe Astute, i cacciatorpediniere Defender e Diamond, le fregate Kent e Richmond. A queste si uniranno poi la fregata olandese Evertsen, il cacciatorpediniere americano The Sullivans, la nave di supporto Fort Victoria e Tidespring.

Per la Marina britannica si tratta del grande ritorno. La rotta intrapresa dal gruppo d’attacco della Royal Navy è la realizzazione plastica della dottrina “Global Britain in a Competitive Age” voluta dal governo di Boris Johnson. Ed è chiaro che l’ambizione del programma sia quello di manifestare al mondo la volontà inglese di tornare a essere riconosciuta come potenza globale. Il gruppo d’attacco visiterà 40 Paesi, terrà esercitazioni e manovre con navi e aerei provenienti dai maggior partner del Mediterraneo fino a quelli del Golfo Persico e dell’Indo-Pacifico, unendo in un unico viaggio tutti i livelli dell’agenda estera britannica. Una scelta che ricalca perfettamente non solo la logica globale inglese, ma anche l’altro polo della special relationship, gli Stati Uniti. Washington sa che per contenere Pechino non può fare affidamento solo sulle proprie forze. E come ha spiegato l’ammiraglio James Stavridis, “la forte presenza britannica in queste acque non sarà accolta solo a Washington, ma anche presso la sede della US Pacific Fleet alle Hawaii e, soprattutto, dalla US Seventh Fleet a Yokosuka, in Giappone. La Marina degli Stati Uniti sa che affrontare la Cina sarà lo sport di squadra definitivo”. Una sintesi perfetta dell’obiettivo americano.

Germania

Se si pensa alla Germania si pensa a una potenza continentale per eccellenza. Eppure Berlino, essendo la principale economia europea, è strettamente legata al mercato asiatico: il valore dei suoi scambi commerciali passanti per il Mar Cinese Meridionale ammontavano, nel 2016, a 215 miliardi di dollari facendone il primo Paese europeo per volumi. Per fare un paragone il Giappone faceva registrare 240 miliardi, gli Usa 208, il Regno Unito 124, la Francia 83,5 e l’Italia 70,5. In percentuale, il 9 percento del totale del traffico commerciale tedesco attraversava, in quell’anno, quel mare conteso. La Germania è anche, in Europa, il Paese che più è legato con la Cina: nel 2016, il volume degli scambi (importazioni ed esportazioni insieme) tra i due Paesi ha superato per la prima volta quello tra Germania e Stati Uniti, rendendo Pechino il principale partner commerciale di Berlino. Una tendenza andata crescendo nel tempo, che ha fatto segnare il suo picco proprio nei primi mesi del 2020. Maggiori scambi significa maggiore dipendenza, e l’atteggiamento cinese, caratterizzato da acquisizioni di assetti industriali, ha destato preoccupazione soprattutto nel settore ad alta tecnologia grazie all’invasione del 5G cinese.

A causa della paura di perdere nella “competizione sistemica” contro “l’economia cinese dominata dallo stato”, la Federazione delle industrie tedesche (Bdi) ha messo in guardia contro “l’eccessiva dipendenza dal mercato cinese” in un documento di sintesi alla fine del 2018. Nel frattempo, l’altra organizzazione leader dell’economia tedesca, le Camere di commercio e industria tedesche (Dihk), ha continuato a sostenere il “cambiamento attraverso il commercio” nel proprio piano d’azione con la Cina.

Tuttavia, complici anche la gestione della crisi di Hong Kong e le pressioni statunitensi, Berlino si è fatta più cauta nei suoi rapporti con l’Impero di Mezzo. Se queste pressioni – riguardanti soprattutto la gestione del Pil tedesco e le possibilità industriali statunitensi in Germania nel campo degli armamenti – , con l’amministrazione Trump, hanno raggiunto un parossismo tale da determinare il minimo storico dei rapporti tra i due Paesi dal dopoguerra, oggi, col cambio di inquilino alla Casa Bianca, hanno assunto una connotazione diversa e provocato un sostanziale allineamento tedesco alla politica estera statunitense riguardante la Cina. Per cercare di dimostrare il proprio impegno volto a salvaguardare quel “9%” della propria economia dipendente dalle rotte che attraversano il Mar Cinese Meridionale, la Germania, per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, ha deciso di inviare una nave militare nelle acque dell’Estremo Oriente. Si tratta di una crociera operativa, non addestrativa come avvenuto in passato, e pertanto assume un significato completamente diverso: Berlino ha rotto gli indugi e deciso di dimostrare la sua adesione al principio della libertà di navigazione dei mari portato avanti e difeso strenuamente dagli Stati Uniti.

Francia

Parigi ha sempre avuto grossi interessi nell’area indopacifica, che ha visto nella storia la presenza di sue ex colonie (pensiamo all’Indocina) e che ha, nel Pacifico e nell’Indiano, dei territori d’oltremare.

L’Eliseo, recentemente, ha mutato radicalmente la sua postura strategica rivolgendo all’Estremo Oriente maggiori attenzioni, proprio a causa della crescente importanza economica dell’area e della conseguente maggiore assertività cinese. A testimonianza di questo “cambio di passo”, c’è la decisione di inviare il Carrier Strike Group della portaerei Charles de Gaulle in una crociera che arriverà sino all’Oceano Indiano passando per Golfo Persico e Mare Arabico, ma soprattutto quella di aver inviato un secondo gruppo navale, più piccolo – partito da Tolone il 18 febbraio – composto dalla nave da assalto anfibio (Lhd) Tonnerre e dalla fregata Surcouf in Giappone, passando proprio per il Mar Cinese Meridionale. La crociera non è solo una missione di addestramento, ma un vero e proprio dispiegamento operativo che fa parte della strategia di difesa francese nell’Indopacifico. Questa strategia intende riaffermare l’interesse della Francia per questa zona attraverso una presenza rafforzata e attività di cooperazione bilaterale e regionale intensificate. Il piccolo gruppo navale, infatti, prenderà parte a diverse esercitazioni (navali e anfibie) tra Oceano Indiano e Pacifico Occidentale con le marine dei paesi partner come India, Australia, Giappone e Stati Uniti. Questa mossa fa il paio con la missione di pattugliamento di un sottomarino da attacco a propulsione atomica (l’Sna Émeraude) effettuata in Estremo Oriente che ha toccato anche le acque contese del Mar Cinese Meridionale. La vera notizia, però, non è tanto la missione in sé, quanto la sua palese ammissione da parte della Difesa francese condita dalle parole del ministro Florence Parly che ha affermato che la Francia intende, con questa, “affermare che il diritto internazionale è l’unica regola valida, qualunque sia il mare in cui navighiamo”.

Anche in questo caso, come in quello tedesco, si tratta di un riallineamento alla politica di Washington, ma questa volta in salsa francese. Parigi ha infatti recuperato la sua vocazione globale, di potenza prettamente marittima, invocando parallelamente maggiore “autonomia strategica” (dell’Europa) in seno alla Nato. Il presidente Emmanuel Macron ha infatti detto, al Consiglio Atlantico, che è necessaria una rivalutazione degli obiettivi dell’Alleanza. L’Eliseo, però, con queste parole, intende implicitamente sottolineare che debba essere la Francia a guidare la nuova “autonomia strategica”, e lo sta ampiamente dimostrando su diversi fronti. Abbiamo già ampiamente trattato del programma Scaf e di come questo rappresenti, più che un semplice progetto per un nuovo cacciabombardiere, una nuova visione politica che vorrebbe il consolidamento di un asse franco-tedesco che unirebbe una potenza marittima a una continentale. Inoltre Parigi, così come Londra, sta recuperando la sua “grandeur” attraverso la valorizzazione dello strumento navale: già nel 2020 era stato ricostituito il ministero del Mare, e ora arriva il piano programmatico per lo sviluppo della flotta, che rappresenterà una pietra miliare anche per le altre nazioni europee. C’è spazio anche per l’Unione Europea in questa visione francese: l’Ue, infatti, per Parigi dovrebbe essere quell’organismo che opera in “coordinamento politico con la Nato” per garantirne l’interoperabilità quando viene chiamata in azione.

L’altro Pacifico: i partner asiatici e costa orientale

La presenza europea nel Pacifico non va solo letta in chiave anti cinese. Ovviamente gli Stati Uniti hanno tutto l’interesse a mostrare l’unità di intenti e la sinergia militare tra partner europei e indo-pacifici nel contenimento di Pechino. Ma la presenza militare serve anche a mostrare da parte degli europei un maggiore interesse verso Paesi che hanno un ruolo molto rilevante nella politica industriale dei singoli Stati europei. Obiettivo che ha anche l’Italia, e di cui parleremo prossimamente.

Francia, Germania e Regno Unito, insieme agli stessi Paesi Bassi – che si uniscono al Carrier strike group britannico – sono lì anche per far capire agli Stati pacifici di avere in Europa degli alleati affidabili, sia nel contenimento delle spinte cinesi alla territorializzazione del mare vicino alle cose asiatiche, sia per quanto riguarda quell’enorme flusso di pescherecci che dai porti di Pechino si spinge verso il Sud America. Una sfida epocale che segnerà molto presto un nuovo capitolo della sfida globale tra Cina e Occidente rovesciando il piano d’azione: l’Ovest, in questo caso, sarà rappresentato proprio dalla Cina.

Tutti questi Paesi toccati anche solo lontanamente dalle manovre europee nel Pacifico sono partner potenzialmente importantissimi per chiunque. Dai Paesi del Sud-est asiatico alla Corea del Sud e al Giappone fino appunto agli Stati sudamericani dove è sempre più costante la penetrazione e la sfida posta dalla Cina, sono tutti Paesi con un peso economico, commerciale e tecnologico altissimo o potenzialmente molto elevato. E nella logica di un’Europa che guarda al globo, l’oceano che divide Asia e America è anche un mare di opportunità. Berlino, Londra e Parigi lo hanno compreso da tempo e stano iniziando anche loro ad avviare la “caccia”.