Cosa c’entrano i tumulti antirussi in Georgia con la politica economica di Mosca? Perché il consenso interno del Presidente Putin è crollato ai minimi storici? La risposta a queste ed altre domande fornisce un quadro della Russia di oggi che non è affatto idilliaco e le motivazioni di questa situazione sono da ricercare nella politica emarginante dell’Occidente a cui il Cremlino ha cercato di far fronte se pur con colpevole ritardo.

Prima di addentrarci nell’analisi della situazione socio-economica della Russia occorre dare un quadro generale della situazione attuale e proprio la Georgia offre uno spunto di partenza emblematico da questo punto di vista.

Il Caucaso: fulcro della sfera di influenza russa

La Georgia è una piccola repubblica caucasica facente parte dell’ex monolite sovietico che ha rappresentato per Mosca, negli anni recenti, il centro delle sue preoccupazioni riguardanti il controllo della sua sfera di influenza geografica più prossima, e per questo intimamente legata alle sorti di Mosca.

Le migliaia di persone che sono scese in piazza a Tbilisi nei giorni scorsi per protestare contro la presenza di un deputato di Mosca al parlamento georgiano riportano indietro l’orologio di una decina di anni, quando la Russia prese il controllo di alcune regioni autonome della Georgia considerate vitali che erano state occupate dall’esercito georgiano. Il breve conflitto nell’Ossezia del Sud del 2008, con l’Abcasia come coprotagonista, si risolse, come moltissimi altri conflitti nei Paesi un tempo facenti parte dell’Unione Sovietica, in un congelamento della situazione, in uno stallo senza soluzione.

Storicamente tutta la turbolenta regione caucasica è sempre stata considerata vitale da Mosca e non solo per la presenza degli sterminati campi di idrocarburi: il Caucaso è la porta meridionale di Mosca, il ponte tra la Russia ed il Medio Oriente, e soprattutto la prima “barriera” che protegge le sconfinate distese del bassopiano sarmatico, così come l’Ucraina è la porta – e barriera – occidentale.

Il conflitto ceceno, protrattosi per diversi lustri e ancora non del tutto risolto con le ultime sacche di resistenza dell’integralismo islamico da eliminare, rende bene il polso di Mosca per quanto riguarda il trattamento delle tensioni che interessano la sua vitale sfera di influenza, e parimenti la Georgia come le altre repubbliche dell’Asia Centrale ex sovietica, assumono la stessa importanza.

La paura dell’effetto domino

Nella politica di Mosca, nella sua strategia di controllo dei suoi confini, la stabilità sotto il dominio del Cremlino di quegli Stati indipendenti che un tempo facevano parte dell’Unione Sovietica è fondamentale, anzi, essenziale.

Il motivo di questa particolare postura, che potremmo definire imperialista, va ricercato nel timore russo di un “effetto domino” che, iniziato nella periferia, possa portare ad un sovvertimento dell’ordine interno della Russia con un ribaltamento socio-economico violento tale da cancellare lo stesso assetto politico/culturale russo.

Controllare direttamente gli Stati confinanti, come la Georgia, l’Ucraina o la Bielorussia – che probabilmente sarà il prossimo fronte di crisi per Mosca – diventa vitale per porre un freno alla penetrazione “occidentale” che avrebbe come risultato la fine della Russia così come voluta dal Presidente Putin e dalla leadership culturale attualmente al potere.

Questa preoccupazione è anche, in parte, alla base dell’intervento russo in Siria: sostenere e salvare il governo di al Assad non è solo funzionale al controllo delle linee di esportazione degli idrocarburi o per salvaguardare l’accesso della Flotta al Mediterraneo tramite la sua base di Tartus, ma è anche un modo di stabilizzare una regione molto prossima ai propri confini che, se caduta nelle mani dell’influenza delle petromonarchie del Golfo amiche degli Stati Uniti, diventerebbe una “testa di ponte” per la penetrazione nel territorio metropolitano russo.

Una guerra economica

Fallito il tentativo di sovvertire il regime di Damasco, con un conflitto in Ucraina in stallo a dimostrazione della volontà di Mosca di non mollare la presa su una regione considerata vitale, agli Stati Uniti non resta che cercare di isolare la Russia in ambito economico facendo leva sulla sua intrinseca fragilità in questo campo, cercando nel contempo di stringere legami con quelle repubbliche ex sovietiche, come la Georgia o le Repubbliche Baltiche, che sono animate da forti sentimenti russofobi.

Le sanzioni internazionali post annessione della Crimea, sono state una scure sul processo di rinascita economica del Presidente Putin e una vera e propria bomba sociale i cui effetti si stanno palesando solo ora.

Il consenso del Presidente Putin, anche a fronte di provvedimenti poco popolari come l’innalzamento di 5 anni dell’età pensionabile, è crollato ai minimi storici negli ultimi 12 mesi passando dal 77% delle ultime elezioni ad un 64% dello scorso maggio, sino ad un 51% attuale come riportano alcuni istituti demoscopici.

La Russia sembra attraversare una fase di profondo malcontento popolare che si traduce in dimostrazioni di piazza, scioperi e proteste di categorie lavorative che sino al 2014 erano schierate in modo solido e compatto con il Presidente.

Non è da escludere, anzi riteniamo molto probabile, che questo sia il risultato che gli Stati Uniti speravano avessero le sanzioni internazionali e sotto questo punto di vista il Cremlino ha cercato, con colpevole ritardo, di porvi rimedio.

Il “Decreto di maggio” di Putin

La situazione economica è davvero così tragica? La Russia non è l’Iran o il Venezuela, che nonostante navighino sugli idrocarburi, hanno un sistema economico/industriale arretrato non solo secondo lo standard occidentale. Il processo di rilancio dell’industria e dell’economia fatto di nuove costruzioni navali, infrastrutture e ammortizzatori sociali è stato sì fortemente penalizzato dalle sanzioni internazionali ma ha comunque dato una svolta, se non altro dal punto di vista organizzativo, all’economia russa.

Quanto fatto dal 2014 al 2018 però non è bastato ad aggirare le sanzioni e alcune scelte, come appunto l’innalzamento dell’età pensionabile, sono state obbligate per cercare di porre un freno al dissanguamento finanziario che una simile manovra ha portato, accompagnata, come noto, da una pesante svalutazione del rublo.

Pertanto le tensioni sociali, le cui prime avvisaglie sono state forse sottovalutate, stanno scoppiando in tutta la loro gravità e l’ultimo provvedimento del Presidente Putin per cercare di rilanciare ulteriormente l’economia, il “Decreto di maggio”, potrebbe essere giunto tardivamente.

Nel decreto il Cremlino prevede di stanziare 391 miliardi di dollari (pari a 25.700 miliardi di rubli) sino al termine del suo mandato per dare nuovo impulso all’economia. In particolare 8mila miliardi di rubli saranno stanziati, da qui al 2024, per costruire infrastrutture e occuparsi dei diversi problemi sociali.

Le infrastrutture non collegate al settore energetico avranno la maggior parte dei fondi con circa 6400 miliardi di rubli, seguite dalla rete stradale con 4800 miliardi, l’ecologia con 4mila e la demografia con 3100. Secondo il piano del Cremlino 13100 miliardi di rubli saranno stanziati dal budget federale, 4900 da quello regionale e 7500 da “fonti extra budget”.

Sulla carta si tratta di una vera e propria rivoluzione economica, che supera, per fondi in rapporto ai tempi, anche i “piani quinquennali” della vecchia Unione Sovietica. Un programma sicuramente ambizioso che però sembra arrivare, a nostro giudizio, tardivamente considerata l’attuale situazione sociale russa, alle prese con tensioni mai viste nell’era Putin.

C’è il serio rischio che per la popolazione queste restino soltanto delle vacue promesse, in quanto i frutti di questo nuovo corso economico russo – se mai ci saranno – si vedranno come minimo tra un lustro: troppo tempo per una popolazione che vuole ora riforme e benessere.