Öcalan scioglie il Pkk: la Turchia e i militanti curdi alla prova del futuro

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Tutti i gruppi devono abbandonare le armi e il Pkk deve sciogliersi“. Con questa dichiarazione, in poche ore, Abdullah Öcalan ha ribaltato decenni di storia turca e curda. In una conferenza stampa gremita a Istanbul, è stato letto il messaggio del leader storico del Pkk da parte dei rappresentanti del partito filo-curdo Dem, terza forza politica in Turchia. Detenuto dal 1999 nel carcere di massima sicurezza di Imrali, ha potuto comunicare nuovamente dopo un decennio di isolamento, interrotto solo di recente grazie a incontri con deputati del Dem dopo aver perso ogni contatto con l’esterno dal 2015, quando fallì il processo di pace avviato due anni prima tra il Pkk e Ankara.

Sciogliere il Pkk: la decisione era nell’aria?

La decisione, tuttavia, era nell’aria da mesi: non erano passate nemmeno 48 ore dall’attentato contro la Turkish Aerospace Industries Inc. lo scorso ottobre, quando Öcalan tornò a parlare, paventando l’ipotesi della fine alla lotta armata. In quei giorni qualcosa già covava sotto la cenere, quando il partito filo curdo Dem, ex Hdp, aveva ricevuto giorni prima una proposta da parte del leader del partito di ultradestra turco Mhp, Devlet Bahceli, alleato del presidente. Bahceli aveva optato per un vero colpo di scena, invitando Öcalan a tenere un discorso in Parlamento: un insospettabile, da sempre fautore della tolleranza zero nei confronti dei curdi. A sorprendere l’opinione pubblica è stato proprio il ruolo della destra nazionalista turca nella riapertura del dialogo. Bahçeli, infatti, ha avanzato l’idea di uno scioglimento del Pkk in cambio di una calmierazione del regime carcerario di Öcalan. Tale iniziativa, sostenuta anche dal Dem e dallo stesso presidente turco, è stata definita dal capo di Stato una “opportunità storica”.

Le ripercussioni interne alla Turchia

Una mossa che avrà profonde ripercussioni sia sulla politica interna della Turchia che sulle sue relazioni internazionali, soprattutto alla luce dei tumulti attuali. Sul piano interno, la decisione potrebbe aprire la strada a un nuovo processo di pace tra il Governo turco e la popolazione curda, riducendo le tensioni nelle province sudorientali della Turchia, da decenni teatro di scontri tra forze governative e miliziani del Pkk. Tuttavia, il successo di questo processo dipenderà dalla capacità del Governo turco di adottare misure concrete per il riconoscimento dei diritti culturali e politici dei curdi di Turchia. Presumibilmente il primo passo sarebbe restituire ai sindaci del Dem il governo delle province in cui sono stati eletti, ma poi rimossi con accuse di terrorismo. Ma senza riforme tangibili, il rischio è che la smobilitazione del PKK lasci spazio alla frammentazione e alla nascita di nuove fazioni armate.

Dal punto di vista politico, il presidente Erdoğan potrebbe sfruttare questa svolta per rafforzare la propria immagine di leader capace di intestarsi la fine di un conflitto decennale, guadagnando consensi in vista delle prossime elezioni. Sul Presidente turco, infatti, aleggia il sospetto della ricerca spasmodica del sostegno parlamentare del Dem, attualmente all’opposizione, per poter modificare la Costituzione e garantirsi un nuovo mandato alle elezioni del 2028. Tuttavia, questa strategia potrebbe alienare una parte dell’elettorato nazionalista turco, contrario a qualsiasi partita a scacchi con il Pkk, mettendo a rischio gli equilibri politici interni.

Come potrebbero cambiare le relazioni estere di Ankara

Nel frattempo, il mondo politico internazionale osserva con attenzione. Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha definito la mossa di Öcalan un “barlume di speranza”, mentre il ministero degli Esteri tedesco l’ha considerata una svolta storica. Anche l’ex premier italiano Massimo D’Alema, ricordando il passaggio di Öcalan in Italia nel 1998, ha sottolineato come questa decisione potrebbe aprire un percorso di riconciliazione tra Turchia e comunità curda. Sul piano internazionale, la fine del Pkk potrebbe ridisegnare le alleanze e le dinamiche di potere in Medio Oriente, soprattutto in Siria, dove le Forze Democratiche Siriane (SDF), alleate degli Stati Uniti e considerate un’estensione del Pkk, potrebbero subire ripercussioni. La Turchia potrebbe usare questo sviluppo come leva per aumentare la pressione sulle SDF e per rafforzare la propria posizione nei negoziati con Washington e Mosca. Sull’annuncio del leader del Pkk si è immediatamente espresso il comandante militare delle Sdf Mazloum Abdi, che ha accolto favorevolmente l’appello “storico” al disarmo, ma con un “ma”. “Consideriamo positiva questa iniziativa perché c’è bisogno di pace“, ha dichiarato in un videomessaggio, sottolineando che l’annuncio avrà conseguenze positive nella regione ma aggiungendo che l’appello riguarda solo il Pkk e che non si riferisce alla Siria.

Inoltre, la fine della lotta armata potrebbe migliorare i rapporti tra la Turchia e gli Stati Uniti, riducendo le tensioni legate al sostegno americano ai gruppi curdi in Siria e facilitando una maggiore cooperazione nella lotta contro il terrorismo. Anche le relazioni con l’Unione Europea potrebbero beneficiare di questa svolta: difficile però che Bruxelles, in questa fase di crisi profonda aggravata anche da numerosi attentati terroristici di matrice islamista- possa rilanciare i negoziati dormienti per l’adesione turca, spesso ostacolati dalle questioni legate ai diritti umani e alla repressione della minoranza curda: ma la scelta potrebbe tuttavia condurre comunque a un riallineamento importante.

Il dubbio sui miliziani del Pkk

Ma se Apo è ancora a Imrali, il quartier generale del Pkk resta sulle montagne di Qandil, nel Kurdistan iracheno. Queste vette rappresentano da anni il rifugio strategico del Pkk, grazie alla loro conformazione impervia che rende complessi gli interventi militari turchi. Situata oltre i confini della Turchia, questa roccaforte garantisce al gruppo una relativa protezione, approfittando dell’autonomia della regione curda irachena e della difficoltà di Baghdad nel contrastarne la presenza. La posizione, al crocevia tra Iran, Siria e Iraq, permette inoltre al Pkk di mantenere contatti con altre fazioni curde, facilitando il movimento di uomini e risorse. Sebbene Ankara abbia più volte condotto operazioni contro le basi del gruppo, il contesto geopolitico e le resistenze locali rendono un’offensiva su larga scala un’opzione complicata, consolidando così Qandil come cuore operativo della militanza curda. Lo Stato Maggiore raccoglierà l’appello del suo leader?