Non sono passate nemmeno 48 ore dall’attentato contro la Turkish Aerospace Industries Inc., che Abdullah “Apo” Öcalan, leader leggendario del PKK, è tornato a parlare. Dopo essere stato catturato a Nairobi nel febbraio del 1999, era stato condannato a morte per attività separatista armata, bollata come terrorismo da Turchia, Stati Uniti e Unione Europea. La pena poi venne commutata in ergastolo nel 2002, avendo la Turchia abolito la pena di morte. Da allora Öcalan è rinchiuso nell’Alcatraz turca di Imrali, l’isola-prigione in cui è detenuto unico. In queste ore, dopo 44 mesi di isolamento, al nipote del guerrigliero curdo, Omer Öcalan, era stato concesso di incontrare lo zio. Una coincidenza alquanto singolare di cui bisogna sottolineare un dettaglio fondamentale: è necessaria l’intelligence turca e il ministero della Giustizia per facilitare una visita del genere. Detto in altre parole, non può non esserci lo zampino di Recep Erdogan.
In questi giorni qualcosa si muove sotto la cenere, in Turchia. Il partito filo curdo Dem, ex Hdp, ha ricevuto alcuni giorni fa una vera proposta “indecente”, da parte del leader del partito di ultradestra turco Mhp, Devlet Bahceli, alleato del presidente. Bahceli aveva optato per un vero colpo di scena, invitando Öcalan a parlare in Parlamento: un insospettabile, da sempre contrario a qualsiasi dialogo con il PKK, fautore della tolleranza zero nei confronti dei curdi. Quest’apertura è bastata a Dem per annunciare che il leader curdo è pronto a imbastire un dialogo per porre fine al conflitto tra la Turchia e i separatisti. Ambasciatore della missiva, Aysegul Dogan, portavoce del partito, che poco dopo la visita a Imrali, ha dichiarato: “Abbiamo provato ripetutamente a porre fine all’isolamento e finalmente il nipote è riuscito a incontrare Ocalan per 3 ore. Un incontro che porta molti messaggi: innanzitutto la richiesta di porre fine all’isolamento, ma anche la disponibilità mettere la parola fine al conflitto attraverso un processo politico. Ocalan è pronto, ora tocca allo Stato. È arrivato il momento di dare vita a questo processo“, ha dichiarato Dogan, non dimenticando di condannare l’attacco ad Ankara.
Dall’altro lato il Pkk, contro il quale Erdogan punta il dito assieme al suo Ministro della Difesa, non ha rilasciato alcuna dichiarazione. L’azienda colpita produce e assembla aerei civili e militari, veicoli aerei senza pilota e altri sistemi spaziali e di difesa fondamentali per consentire alla Turchia di fronteggiare la “minaccia” curda. E, infatti, la risposta all’attentato non ha tardato ad arrivare con nuovi raid sulle postazioni curde in Iraq e Siria, che la Turchia effettua regolarmente.
Il giorno dopo la richiesta di Bahceli, anche Erdogan aveva chiesto la pace, affermando di sperare che la “finestra di opportunità” aperta dalla coalizione di governo non venisse sprecata. Un colpo come quello di Ankara rischierebbe di mandare a monte tutto, ma il clima generale di distensione non sembra averne risentito troppo: l’attacco non ha scoraggiato il governo, soprattutto perché funzionari turchi stavano lavorando in questo senso da alcuni mesi ed erano preparati a eventuali colpi di scena e a numerosi stop and go. Quello che però resta interessante è che quella mano tesa giunge ora da parte di una corrente politica che fino a qualche tempo fa si rifiutava persino di sedere accanto ai filo-curdi.
Tuttavia, non è necessariamente oro quello che luccica: non è, infatti, la prima volta che un negoziato con il Pkk fallisce. L’ultimo tentativo di colloqui di pace tra le due parti si è interrotto nel 2015 , aprendo un nuovo sanguinoso capitolo di un conflitto iniziato nel 1984. Dall’altra parte resta, però, un’evidenza incontrovertibile: il Dem, del cui sostegno Erdogan avrebbe bisogno per portare a termine il suo piano di modificare la Costituzione turca e restare al potere a tempo indeterminato, ha condannato l’attacco di mercoledì, sottolineando che è avvenuto in un momento in cui “la società turca stava parlando di una soluzione e della possibilità di dialogo“. Non solo, ma un uomo del calibro di Selahattin Demirtas, in passato numero uno delle forze politiche filocurde nel Parlamento turco e in manette dal 2016, ha pubblicamente condannato l’attentato a mezzo X.
L’attacco è quindi un tentativo di far deragliare questa via? Potrebbe. Non è detto che, con il proprio leader in carcere, ci siano fazione del Pkk non pronte a deporre le armi. A questo si affianca anche una certa ambiguità del governo turco: sebbene i commenti di Erdogan sembrino sostenere l’impegno di Bahceli, egli non ha ancora espresso le sue opinioni sulla questione, tanto che gli esponenti AKP al potere si sono affrettati a negare che si trattasse di un nuovo “processo di pace”. Né il Consiglio per la sicurezza nazionale né i servizi segreti sono stati coinvolti nell’operazione, mascherando l’intera questione come un’avventura “autonoma” di Bahceli, che di certo in autonomia agire non può. Erdogan deve molto all’Mhp di Bahceli, senza i cui accoliti non avrebbe avuto la maggioranza in Parlamento.
In questo gioco di sassi lanciati e mani nascoste, la strategia è ben chiara: la scarcerazione di Öcalan può essere funzionale al corteggiamento delle forze politiche filocurde. Potrebbe portare ad un potenziamento della sicurezza del Paese in cambio del sostegno alla riforma, corteggiando elettoralmente i curdi. Tuttavia, il sultano ci va con i piedi di piombo: i fallimenti precedenti sono troppi. Come ha sottolineato Middle East Eye, se questa strategia risulterà vincente sarà merito di Erdogan. Se fallirà, il pubblico ludibrio cadrà sulla testa di Bahceli.