Cosa vuole ottenere davvero Donald Trump da questa escalation? Difficile dirlo. Perché di certo Trump non è un presidente che si può comprendere facilmente. Almeno se si seguono in maniera superficiale e soprattutto continuamente le sue dichiarazioni, che possono apparire a dir poco contraddittorie, se non decisamente ambigue. Una contraddittorietà che può ritrovarsi facilmente anche nella politica nei confronti di Teheran, visto che il presidente degli Stati Uniti appare probabilmente il leader che più di tutti sa incarnare ambiguità e immutabilità in un’unica figura.

Ma questo non significa che The Donald non abbia una strategia, né che non la abbia tutta quell’apparato americano, dai militari ai funzionari che coadiuvano il presidente. Perché Trump non è solo un presidente fuori dagli schemi, ma anche un esempio di una certa strategia americana che ha visto nel nuovo capo della Casa Bianca un referente perfetto. E che non è certo quella del cosiddetto “isolazionismo” – parola difficile da applicare per una potenza imperiale come gli Usa – quanto quella del “realismo”. E gli obiettivi sono molto più ampi di quanto si possa credere: anche senza avere l’Iran come principale bersaglio.

La ritirata strategica

Per capire cosa vuole (e cosa sta ottenendo) il presidente Usa, si può partire dal leggere le sue dichiarazioni. Che non sono affatto così strane come vengono descritte. Perché c’è un filo conduttore che lega tutte le frasi del presidente americano ed è la volontà di ridisegnare la strategia di Washington verso Teheran ma per raggiungere obiettivi molteplici. Il tutto con un comune denominatore: rappresentare nel suo modo burbero e a tratti incredibile quell’idea di retrenchement americano che si traduce nella volontà di compiere una “ritirata strategica” dagli angoli del globo. Ritirata che non significa abbandono dei propri interessi o lasciare che il mondo prosegua autonomamente il proprio corso, ma semplicemente che Washington non vuole più sentirsi in dovere di difendere ogni alleato senza che questo intervenga o che se ne assuma le responsabilità. È l’idea che caratterizza il rapporto Usa – Europa in ambito Nato e che gli Usa stanno cercando di realizzare anche in Medio Oriente.

Quella frase da non sottovalutare

Da questo punto di vista, quindi, un primo obiettivo di Trump può essere sintetizzato nel fatto che Washington non voglia sentirsi in dovere di tutelare gli interessi strategici di altri nel Golfo Persico. Per farlo, ha attuato due piani. Il primo riguarda l’avere confermato l’alleanza con Israele ma soprattutto aver riaffermato l’asse con i sauditi sia attraverso la vendita di armi sia attraverso la concessione di tecnologia nucleare. Il secondo piano, invece, può essere scorto da una frase (fra le tante) dello stesso Trump. In uno dei suoi innumerevoli tweet sul tema, il capo della Casa Bianca ha affermato che le navi militari degli Stati Uniti “non dovrebbero essere” nello Stretto di Hormuz per proteggere le petroliere “per gli altri paesi”. Secondo Trump il motivo è semplice: poiché gli Stati Uniti sono diventati “il primo produttore di energia al mondo” non hanno motivo di difendere il Golfo Persico. “La Cina ottiene il 91% del suo petrolio dallo Stretto, il Giappone il 62% ed è così per molti altri Paesi. Allora, perché stiamo proteggendo le rotte per gli altri Paesi?”. “Non dovremmo neanche essere lì” ha detto Trump. Ed è un messaggio di non poco conto: perché è Pechino il maggior importatore di petrolio dal Golfo; ed è il Giappone ad essere stato colpito dagli attacchi nel Golfo dell’Oman. Ma per farlo ha bisogno di una minaccia costante: che è proprio lo stesso Iran.

Un segnale ad alleati e nemici

C’è poi un altro obiettivo che  per Trump è fondamentale: far capire al mondo, e soprattutto all’Europa, di non voler fare passi indietro riguardo ala sua strategia con Teheran e in generale con i suoi rivali. La sfida di Trump è chiarissima: vuole dimostrare che il suo modo di confrontarsi con i rivali e i partner Usa è diverso dal passato. The Donald vuole applicare il suo “The Art of Deal” nella politica internazionale. Per questo motivo, la sua idea è quella di far capire ai competitor di essere in grado anche di cambiare radicalmente il modo di porsi con nemici e alleati se questo sistema non è più negli interessi americani. Lo ha fatto con la Corea del Nord, lo sta facendo con la Cina, prova a farlo con l’Iran e soprattutto lo vuole applicare con l’Europa, che invece ha dimostrato di avere una posizione molto differente su Teheran. Anzi, il fatto di aver aumentato la pressione sull’Iran e di aver aumentato le sanzioni  è anche un segnale di chiusura verso quell’Unione europea che ha provato a creare un sistema per evitare le sanzioni e continuare a trattare con la Repubblica islamica.

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