Il nuovo Strategic Concept della Nato ha tracciato le linee guida dell’Alleanza atlantica, stabilito le priorità e individuato le minacce principali. Tra queste ultime, oltre alla Russia, considerata “la più diretta e significativa minaccia per gli alleati”, troviamo la Cina, etichettata per la prima volta come “sfida sistemica”.

“Pechino – ha spiegato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, sta sostanzialmente rafforzando le sue forze militari, comprese le armi nucleari, facendo il prepotente con i suoi vicini, minacciando Taiwan, monitorando e controllando i propri cittadini attraverso la tecnologia avanzata e diffondendo bugie e disinformazione russe”. Stoltenberg ha quindi aggiunto che la Cina non è considerato un avversario, almeno per il momento, ma che è fondamentale che il Patto atlantico tenga gli occhi aperti di fronte alle “sfide che rappresenta”.

Oltre la Muraglia, queste parole non sono certo passate in secondo piane. Il gigante asiatico si è detto contrario alla posizione assunta dalla Nato. “Il cosiddetto nuovo documento di concetto strategico della Nato ignora i fatti, confonde bianco e nero e diffama la politica estera cinese”, ha detto il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian. Ma per quale motivo Cina e Nato sono entrate in conflitto tra loro? Ricordiamo, ad esempio, che nell’ultimo documento strategico diffuso dall’Alleanza atlantica, risalente al 2010, Pechino non era neppure quasi preso in considerazione. Ebbene, oggi la situazione è agli antipodi.



L’ascesa della Cina

Ai tempi del precedente Strategic Concept, dodici anni fa, la Nato aveva altre priorità rispetto a Cina e Russia. Anche perché Mosca dava l’impressione di essersi ormai praticamente integrata nella griglia politico-valoriale occidentale, mentre Pechino non era ancora la potenza economica che siamo adesso abituati a conoscere. Nel vertice di Madrid, l’Alleanza atlantica ha attuato una svolta di 360 gradi, mettendo nel mirino la fresca accoppiata sino-russa, lasciando intendere che, sciolto in un modo o nell’altro il russo, i riflettori saranno presto puntati sull’ex Impero di Mezzo.

La Cina possiede la seconda economica mondiale (prima se consideriamo alcuni indicatori) e un esercito in rapida crescita, sia per numero che per tecnologia di primissimo ordine. Il presidente Xi Jinping ha raccolto l’eredità dei suoi predecessori ed è riuscito a fare l’ultimo passo che mancava per riportare la Repubblica Popolare al tavolo delle grandi potenze. Anche se il governo cinese ritiene di guidare ancora un Paese in via di sviluppo, secondo molti analisti questa definizione calza sempre meno a pennello per una nazione-continente che, nonostante le enormi diversità interne, continua a crescere anno dopo anno. Non solo in termini economici, ma anche dal punto di vista militare e geopolitico.

Sono passati gli anni in cui la Cina era nota a tutti per essere la “fabbrica del mondo”. Ora Pechino può vantare colossi industriali nazionali di fama mondiale, una classe media in continua crescita, un mercato interno sempre più appetitoso – ma reso off-limits dalle misure anti Covid – e il primato in alcuni settori strategici. Sul piano geopolitico, di conseguenza, Pechino sa di poter contare su un peso specifico decisamente più imponente rispetto agli ultimi decenni. Sa anche di avere finalmente (ri)ottenuto la capacità di far valere le proprie rivendicazioni territoriali (questione taiwanese in primis), stringere i muscoli laddove necessario di fronte alla percezione di minacce esterne e perfino rispondere alle illazioni statunitensi.

La ciliegina sulla torta di un’ascesa repentina è ben sintetizzata dalla frase gridata dal potente papavero del Politburo cinese, Yang Jiechi, in faccia al segretario di Stato statunitense, Antony Blinken, in occasione del vertice Usa-Cina di Anchorage, nel marzo 2021: “Gli Stati Uniti non hanno il diritto di rivolgersi alla Cina come se parlassero da una posizione di forza”. Chiaro il messaggio: dal momento che i rapporti di forza tra Cina e Stati Uniti sono cambiati per sempre, Pechino deve iniziare ad essere trattata in ben altro modo.

Lo scontro con la Nato

Dal 2019, i Paesi membri della Nato hanno iniziato a diascutere se – e in caso affermativo come – sviluppare una posizione comune sulla Cina. Dopo un processo di riflessione nel 2020, un vertice dei leader nel giugno 2021 e il decisivo summit di Madrid dello scorso giugno, sembra che gli alleati concordino sul fatto che le ambizioni e il comportamento di Pechino rappresentino una seria sfida all’attuale ordine internazionale.

Fino al 2019, la posizione della Nato sulle questioni relative alla Cina era stata quella di evitare di assumere “posizioni comuni”, dati gli interessi – talvolta divergenti – dei Paesi membri dell’Alleanza. Complice le tensioni crescenti tra Cina e Stati Uniti, con Washington che ha più volte tentato di convincere i suoi alleati europei a parlare con una sola voce contro le politiche cinesi, e l’affiorare di vari nodi – dalle accuse sull’origine del Covid alle dispute territoriali aperte nell’Indo-Pacifico, senza contare la partnership sino-russa – la Nato ha cambiato registro su Pechino.

Per la prima volta, e non è certo un caso, durante il summit di Madrid erano presenti i massimi leader di quattro Paesi asiatici: Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Nessuno di loro è membro della Nato, ma ciascuno diffida della crescente influenza della Cina. In realtà, c’è comunque da dire che già dal 2020 i Paesi membri del Patto atlantico avevano intensificato la loro cooperazione con le quattro democrazie asiatiche definite “partner dell’Asia-Pacifico“.

“Una delle cose che la Cina sta facendo è cercare di minare l’ordine internazionale basato su regole a cui aderiamo, in cui crediamo, che abbiamo contribuito a costruire”, ha affermato Antony Blinken. In questo senso, il primo campanello d’allarme udito dal blocco occidentale risale allo scorso marzo. Durante un incontro tra il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov e il suo omologo cinese Wang Yi. In quella circostanza, Lavrov spiegava che Cina e Russia avrebbero cercato di raggiungere un ordine mondiale multipolare, definito “giusto”. Non è difficile capire che cosa significasse quel concetto: scardinare la “mentalità da Guerra Fredda”, come i cinesi hanno spesso etichettato il modus operandi degli Stati Uniti, e creare, probabilmente, un nuovo ordine globale all’interno del quale Pechino e Mosca potranno giocare un ruolo chiave, bilanciando l’influenza di Washington. La Cina chiede uno spazio commisurato alla sua nuova stazza (economica, politica e valoriale), ma i Paesi membri della Nato percepiscono questa esigenza come un pericolo mortale nei confronti dei loro valori democratici.

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