Nelle scorse giornate Julian Assange è stato al centro della scena per la problematica questione della sua possibile estradizione negli Stati Uniti. Per il fondatore di WikiLeaks il trasferimento da Londra agli States, su cui l’Alta Corte del Regno Unito deve dare la sentenza definitiva, significherebbe affrontare accuse di spionaggio per le rivelazioni del 2010 che esposero molte questioni critiche sul potere americano e la gestione delle guerre mediorientali in Iraq e Afghanistan.
Alla prova dei fatti Assange è stato nel mirino di tre amministrazioni. Barack Obama e il suo Dipartimento della Giustizia hanno aperto casi di indagine contro Assange cercando – inutilmente – di incriminarlo prima di provare un abboccamento con i fatti graziando nel 2016 Chelsea Manning, whistleblower per eccellenza nelle forze armate Usa ai tempi dell’ascesa di WikiLeaks.
Donald Trump, che secondo molti accusatori di Assange sarebbe stato favorito da WikiLeaks nella corsa alla Casa Bianca col “buco” alle e-mail del Comitato Nazionale Democratico (Dnc) di Hillary Clinton, ha riaperto il processo di caccia ad Assange nel 2017 per mezzo dell’allora direttore della Cia, Mike Pompeo.
Joe Biden, infine, nulla ha fatto per invertire l’iter che, dopo la fine dell’asilo politico ad Assange nell’ambasciata ecuadoregna a Londra nel 2019, ha portato al suo arresto nel Regno Unito e all’inizio dell’iter per l’estradizione negli Usa.
La più dura caccia ad Assange? Scatenata da Trump e Pompeo
Dal 2017, in particolare, sul caso Assange sussiste un vero e proprio mito. Quello, cioè, che vedrebbe in un filone comune l’operato di Assange, le manovre politiche della Russia per infiltrarsi negli Stati Uniti e condizionarne la vita istituzionale e l’ascesa di Donald Trump. Nel documento del procuratore del Russiagate americano, Robert Mueller, si analizza dettagliatamente l’attività di Assange nel prelevare le mail della Clinton ma manca qualsiasi pistola fumante che colleghi Assange ai servizi segreti russi. E l’amministrazione Biden subentrata a Trump nel 2021 non ha mai inserito le indagini di Mueller su Assange negli addebiti al giornalista incarcerato a Londra.
Il motivo? Il Dipartimento di Giustizia aveva sostanzialmente archiviato ogni addebito a Assange con la fine dell’era Obama e li ha riaperti nell’era Trump su pressione dell’allora direttore della Cia. Dunque il processo attuale di richiesta di estradizione di Assange è stato avviato proprio da quel Trump che nella vulgata di molti media sarebbe stato favorito indebitamente da WikiLeaks.
Glenn Greenwald su The Intercept nell’aprile 2019, dopo la fine dell’asilo politico a Assange decretata dal presidente ecuadoregno Lenin Moreno e il suo arresto a Londra, scriveva che nelle mosse del Dipartimento della Giustizia trumpiano “l’accusa chiave – secondo cui Assange non si è limitato a ricevere documenti riservati da Chelsea Manning ma ha cercato di aiutarla a decifrare una password per coprire le sue tracce” era “nota da tempo al Dipartimento di Giustizia di Obama ed era esplicitamente parte del processo di Manning, tuttavia il Dipartimento di Giustizia di Obama – non esattamente rinomato per essere strenuo tutore della libertà di stampa – ha concluso che non poteva e non doveva perseguire Assange perché incriminarlo avrebbe posto serie minacce alla sua vita e libertà di stampa”.
Assange si era rifugiato nel 2010 all’ambasciata ecuadoregna a Londra ritenendo strumentali le accuse di molestie sessuali partite nei suoi confronti dalla Svezia, archiviate nel novembre 2019. Nel 2013, il Dipartimento di Giustizia di Obama dichiarò invece sul tema delle fughe di notizie del 2010 che era impossibile perseguire Assange. Il motivo? Non c’era modo di distinguere l’attività di WikiLeaks dalla popolarizzazione giornalistica della sua mole di rivelazioni.
La trappola di Pompeo (e Trump) contro Assange
Il 17 gennaio 2017 Obama, concedendo la grazia all’ex soldato Manning, condannata a 35 anni per le sue rivelazioni a WikiLeaks, sembrava aver posto la parola fine alla caccia americana a Assange dopo anni di inutili tentativi di portarlo alla sbarra. Fu l’amministrazione Trump a riprenderla a tutta forza principalmente per azione del direttore della Cia e poi Segretario di Stato Pompeo, che poco dopo l’insediamento di Trump, avvenuto tre giorni dopo la grazia a Manning, in un discorso che Greenwald ha definito “squilibrato” enunciò: “Dobbiamo riconoscere che non possiamo più concedere ad Assange e ai suoi colleghi la libertà di usare i valori della libertà di parola contro di noi”.
Per l’amministrazione Obama, in sostanza, in fin dei conti WikiLeaks era risultata classificabile come scomoda, sgradita e ambigua organizzazione giornalistica. Greenwald ricordava che nell’atto di accusa promosso da Pompeo, firmato dal primo Segretario alla Giustizia di Trump, Jeff Sessions, e mai contraddetto dalla Casa Bianca, Assange si occupava “non di attività giornalistiche ma di pirateria informatica. Un pretesto malcelato per perseguire Assange per aver pubblicato i documenti segreti del governo degli Stati Uniti mentre si finge di farlo per qualcos’altro”.
La convergenza tra Pompeo, Trump, Sessions da un lato e la presenza a Londra e a Quito dei governi compiacenti di Theresa May (e poi Boris Johnson) e Lenin Moreno ha aperto le gabbie alla definitiva accelerazione dell’incriminazione di Assange e ai cinque anni di lunga corsa all’estradizione del giornalista australiano.
Biden non smentisce Trump
Dopo la vittoria elettorale nel 2020, Joe Biden non ha affatto ripreso le conclusioni dell’amministrazione Obama di cui era vicepresidente ma ha, tramite il Dipartimento di Giustizia e il suo Segretario di Stato Tony Blinken, perseguito aggressivamente il sostegno all’estradizione di Assange. Presentatosi come alternativa a Trump, critico della sua tendenza a polarizzare e radicalizzare ogni questione e fautore di un ritorno alla normalità dell’America, Biden non sembra aver ridotto in alcun modo la pressione su Assange dal 2021 a oggi.
A luglio 2023 Blinken ha ricordato che le rivelazioni di Assange, a suo avviso, avrebbero “rischiato di causare danni alla sicurezza nazionale”. E dunque l’amministrazione ha tirato dritto sulla causa riaperta da Trump. Contro la volontà di una fetta del suo stesso Partito Democratico: a novembre, infatti, un gruppo di parlamentari democratici ha inviato una lettera al procuratore generale degli Usa Merrick Garland chiedendo la fine della battaglia degli Usa contro Assange e Wikileaks. Tra questi, spiccano le firme delle giovani deputate di sinistra Alexandria Ocasio-Cortez e Ilhan Omar. Alle quali di recente l’ultra-libertaria Marjorie Taylor Greene, esponente della destra del Partito Repubblicano, ha deciso di unirsi. Assange resta un uomo nel mirino. La volontà punitiva di portare a compimento il processo iniziato nel 2017 per avviare l’incriminazione del giornalista australiano unisce le amministrazioni oltre al colore politico. Una novità, in un’America divisa in cui però forse tutelare gli arcana imperii conviene a chiunque nei palazzi del potere di Washington.

