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Barack Obama è in questi giorni in visita negli Emirati Arabi. In un incontro bilaterale il presidente degli Stati Uniti ha incontrato a Riyadh il re dell’Arabia Saudita Salaman bin Abdulaziz per poi continuare con una serie di incontri multilaterali con il re del Marocco e tutti i leader del Concilio per la Cooperazione del Golfo (GCC), un’unione interregionale che coinvolge tutti i Paesi del Golfo tranne l’Iraq.Tale visita giunge in un momento particolarmente teso tra l’amministrazione americana e le monarchie arabe, sue storiche interlocutrici. Da quando negli anni 50 vi furono i primi segnali di distensione tra il mondo occidentale e l’arabo-sunnita, gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita – che nel Golfo è lo Stato egemone – hanno avviato un dialogo che ha portato Riyadh a diventare il  principale punto di riferimento di Washington del vicino Oriente (esclusione fatta per Israele). Negli anni 80, poi, sia i sauditi che gli americani hanno identificarono nell’Iran khomeinista il proprio principale nemico comune, cosa che ha reso i rapporti tra le due amministrazioni tanto stretti da poter parlare di una vera e propria alleanza saudita-americana. Che ha col tempo ha coinvolto i grandi alleati e partner economici dei sauditi, in particolare gli Stati del Golfo: Bahrein, Qatar, Kuwait, Oman ed Emirati Arabi Uniti: tutti membri della GCC.Oggi le cose stanno però cambiando. Il conflitto tra sciiti e sunniti che sta insanguinando il mondo musulmano sta facendo emergere molte delle contraddizioni dei governi del Golfo. Che se da una parte promuovono il dialogo con la Casa Bianca, dall’altro molti di loro hanno intrattenuto rapporti molto ambigui con compagini terroristiche come al Quaeda e l’Isis. Particolarmente compromettenti in questo senso sono i legami ideologici e confessionali tra l’Arabia Saudita e il sedicente Stato Islamico: entrambi infatti si ispirano alla scuola wahabita, corrente intera all’Islam sunnita che predica l’assoluto monoteismo, il rigore puritano dei costumi e assoluta fedeltà alla rivelazione di Dio e all’esempio del Profeta Maometto. Una condivisione ideologica, questa, che ha spinto l’amministrazione saudita a non agire concretamente per contrastare il fenomeno del jihadismo globale. Cosa che invece viene fatta costantemente dai suoi grandi nemici: l’Iran – che secondo tutti gli esperti internazionale è in prima fila nel combattere il terrorismo – e la Siria di Bashar al Assad.Di fronte all’avanzata del jihadismo globale gli Stati Uniti si sono trovati a dovere rivedere le proprie posizioni e a rivalutare le proprie amicizie: il primo grande passo in questo senso è stato il raggiungimento di un accordo con l’Iran sulle armi nucleari e l’abolizione delle sanzioni che lo colpivano. In seguito le cancellerie occidentali hanno riaperto i dialoghi con il regime siriano, riconoscendolo de facto come un interlocutore indispensabile per combattere l’avanzata del sedicente Califfato.Questa nuova fase di negoziati con gli “Stati canaglia” hanno provocato enormi critiche nei confronti dell’amministrazione Obama da parte degli alleati storici. Gli attacchi più feroci sono giunti da Israele e proprio dai Paesi del Golfo. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha definito l’accordo sul programma nucleare iraniano come “un errore di proporzioni storiche” mentre il governo ebraico ha fatto sapere che Israele “impiegherà ogni mezzo diplomatico per impedire la conferma dell’accordo. L’intesa è uno storico accordo di resa dell’Occidente all’asse del male guidato dall’Iran”.La rottura più profonda è avvenuta però con il regime saudita e i suoi alleati. Per i quali l’Iran rimane il più grande nemico da combattere. Nel 2011 l’Arabia Saudita ha proposto agli altri membri del GCC di realizzare una “più stretta unione economica, politica e militare per controbilanciare la crescente influenza regionale di Tehran”. Una proposta, pi caduta nel vuoto, che mostra chiaramente quali siano le priorità dei sauditi. Che per questo hanno deciso di invitare Obama per metterlo in guardia sulle sue nuove aperture.L’incontri tra il re saudita e il presidente americano hanno evidenziato tutta la crescente tensione tra le due parti. Il governo arabo ha ribadito la sua profonda contrarietà all’apertura verso l’Iran e il suo scetticismo nei confronti del dialogo che l’Occidente ha instaurato con la Siria. La delegazione americana ha risposto alle critiche ricevute ribadendo il proprio impegno nel collaborare con i Paesi del Golfo nella lotta al terorismo, includendo la lotta contro l’Isis, al Quaeda e l’Iran. L’Arabia Saudita ha poi comunicato di stare conducendo delle campagne militari contro i ribelli sciiti e i propri alleati nel vicino Yemen.L’incontro si è concluso con la dichiarazione di tutte le parti di continuare a incrementare le proprie cooperazioni. Ma le tensioni rimangono molto profonde. Al suo arrivo a Riyadh Obama non è stato ricevuto immediatamente dal re (che si è presentato qualche ora dopo), ma da una delegazione di secondaria importanza. Secondo Mustafa Alani, analista di sicurezza presso il Gulf Research Center, questo è una chiara dimostrazione di poca fiducia nei suoi confronti. “La leadership saudita non è pronta a credere in Obama. In passato c’erano già stati disaccordi con Washington, quella di oggi è però una profondissima sfiducia nei confronti della persona del presidente”.@luca_steinmann1

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