La corsa alla Casa Bianca non è in larga parte uno specchio delle pulsioni, delle aspettative e dei timori dell’America: in un’elezione in cui, a conti fatti, il capo dello Stato è scelto da circa la metà del corpo elettorale a causa dell’elevata astensione sarebbe esagerato definirla in questo modo. In questo senso si può in parte parlare riguardo all’elezione finale, al fatidico secondo martedì di novembre in cui gli States scelgono il presidente. In larga parte, il retroterra di questo processo è rappresentato da una negoziazione o da un braccio di ferro a livello di élite partitiche di stretta composizione, di equilibrio tra correnti che hanno il loro riflesso nelle candidature alle primarie.

La corsa anomala di Donald Trump ha avuto il modo, tra il 2015 e il 2016, di violare questa logica ferrea e di porre in emersione un tema fondamentale: il declino della capacità americana di produrre classe dirigente oltre i semplici uomini immagine. I democratici sono da tempo in confusione circa la migliore strategia da opporre a Trump per ottenere un candidato che rappresenti il punto di Archimede su cui imperniare la leva adatta a scardinare gli equilibri politici americani. Dalla reazione “di establishment” (Joe Biden) alla netta svolta a sinistra (Elizabeth Warren) i dem le stanno tentando tutte, ma un dato rimane immutato: il permanere del sostegno del jet-set mediatico ai Democratici.

E nientemeno che Barack Obama starebbe pensando a dare a tale sostegno una concretizzazione più specificatamente politica. Il tramite? La figura universalmente riconoscibile di George Clooney, che di questo jet-set di cui l’ex Potus è oramai parte integrante è elemento di spicco, che a giugno ha ospitato i coniugi Obama nella villa del Lago di Como. Luigi Bisignani racconta sul Tempo che Clooney è stato avvistato nell’esclusivo Cafè Milano di Washington, centro del lobbying della comunità italoamericana della capitale e soprattutto importante centro di incontri istituzionali informali ampiamente apprezzato da Barack e Michelle Obama. Il faccendiere e retroscenista arriva a ipotizzare che Obama possa puntare forte su Clooney per inserirlo a sorpresa nella corsa alla Casa Bianca contro l’azzoppato Biden e la sinistra interna.

L’ipotesi è difficilmente suffragabile per un’ampia serie di motivi. Manca poco più di un anno all’elezione e Clooney dovrebbe in pochi mesi costituire comitati elettorali (Pac), raccogliere fondi, inserirsi nel dibattito politico. Al tempo stesso, dovrebbe giustificare un’eventuale discesa in campo con pretesti politici in rottura con un partito di cui sarebbe ironico sostenere che il suo padre nobile non rappresenti il cuore pulsante, un centro decisionale fondamentale.

Tuttavia, non si può escludere un maggiore impegno politico del democratico di ferro Clooney come testa di ponte tra il mondo del jet-set e il partito dell’asinello. Per dare maggiore organicità alla “parata di stelle” che nel 2016 ebbe un mesto epilogo nella sfilata presentata da Hillary Clinton nella serata di conclusione della campagna elettorale, che Trump preferì passare parlando di fronte a un pubblico di operai. Per garantire un punto di riferimento alle istanze “politically correct” del programma democratico e avere un portavoce di fama mondiale.

Si può dire che per certi versi George Clooney rappresenti un buon profilo di “anti Trump” mediatico in quanto…estremamente simile a lui. Per un’ampia serie di motivi: in primo luogo, la comune appartenenza al mondo dello show business che garantisce un moltiplicatore intrinseco di popolarità a frasi, dichiarazioni ad effetto e prese di posizione. In secondo luogo l’approccio naif e semplicistico alla politica, con la dichiarazione ad effetto o il colpo di teatro sostituti perenni del ragionamento strategico, sia che si parli degli appelli ai pochi anni residui per salvare il mondo (Clooney e la moglie Amal) o del muro col Messico come roccaforte di salvezza esistenziale (Trump). Procedendo oltre, si può indicare la tendenza a polarizzare l’opinione pubblica che in quest’epoca di tribalizzazione del dibattito politico americano sta diventando, purtroppo, un punto fondamentale per compattare le proprie schiere di sostenitori.

Trump e Clooney rappresentano due facce della stessa medaglia: il calo del livello della classe dirigente statunitense che arriva a pescare a piene mani dallo show business. Sarebbe impossibile ogni paragone con Ronald Reagan, ex attore di Hollywood arrivato alla Casa Bianca: Reagan masticò politica sin dai duri anni del maccartismo e compì un lungo cursus honorum verso Washington passando attraverso l’esperienza di governatore della California, non si catapultò d’impeto verso i palazzi sul Potomac. E del resto la voglia di Obama di vedere Clooney con un ruolo più attivo testimonia anche della fragilità interna ai democratici: il sostegno del complesso mediatico potrebbe tornare utile qualora Obama volesse orientare l’esito delle primarie verso un candidato a lui gradito. Senza però fornire armi utili nella battaglia del 2020 contro i repubblicani di Trump.